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‘Ndrangheta

Il clan Costa un «sodalizio mafioso armato». Pistole nei box dei cavalli, fucili nel fieno e armi negli ulivi

Dalle carte dell’inchiesta di Melicucco: la forza di intimidazione della cosca passa anche dalle armi, nascoste durante le perquisizioni e pronte all’uso

Pubblicato il: 08/10/2026 – 19:01
di Paola Suraci
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REGGIO CALABRIA «Ma poi quelle cose le avete spostate?» La domanda è di Rosario Costa detto “Angelo”, ed è scritta così nelle carte dell’inchiesta coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli, che ha smantellato la cosca Costa-Filippone a Melicucco, portando a 12 arresti (7 in carcere e 5 ai domiciliari). La domanda la fa nel caseificio di contrada San Fili, a Melicucco, alle 11.24 del 6 settembre 2022, a perquisizione appena finita. I carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro hanno passato la mattina nelle case, nei caseifici e negli allevamenti suoi e del fratello Carmelo, a caccia di armi. Non hanno trovato niente. Ma dalle microspie, scrive l’ordinanza, arrivano le voci di chi commenta quello che è appena successo. Risponde il figlio Salvatore: «Si, stamattina ho avuto a che fare (ho avuto difficoltà)…». Perché? «Perché c’erano tutti e due che giravano». E racconta come ha fatto, in una trascrizione che per il gip Claudio Treglia non lascia dubbi: «Così io vado nei box e me la caccio, poi invece sono arrivati là, ho chiamato subito a Pasquale, che venisse subito pure lui, Pasquale si é messo a parlare, sono entrato subito là dentro e l’ho cacciata (tolta)!» Al fratello aveva anche mandato un messaggio: «Tieniteli per di qua, chiamali, digli che é successo, per farli venire qua». E quella telefonata a Pasquale esiste. È agli atti, registrata alle 6.46: «Devi venire urgente qui sotto per favore…» «Ehm, due minuti e arrivo.» «Devi venire ora però, Pasquale!». Per il gip è il perno dell’accusa mossa dalla Dda: detenzione, in concorso, di armi comuni da sparo nella masseria di famiglia, contestata a Angelo, Pasquale e Salvatore Costa. Il racconto del figlio fa riaffiorare nel padre un ricordo di molti anni prima, un fucile nascosto sotto una balla di fieno durante un’altra perquisizione e un amico, Felice Galluccio, scomparso nel 1996, che lo afferra e fugge negli uliveti. Angelo ride: «Io ogni volta che toccavano quella balla impietrivo!». E poi: «Il sangue mi é diventato acqua, mi arrestano!». Per l’accusa i due episodi sono sovrapponibili e cancellano ogni dubbio su cosa Salvatore avesse tolto dai box. Quel giorno, a casa di Carmelo Costa, uscito di corsa all’arrivo dei carabinieri e rientrato in seguito, vengono trovate otto cartucce per pistola, per le quali è stata denunciata a piede libero la moglie. Due giorni dopo, l’8 settembre, la pistola torna a farsi sentire. Alcuni cavalli di Pasquale Costa, classe ’97, scappano dall’allevamento e finiscono sulla strada. Per ore lui cerca di riportarli dentro e alle 16.18, quando arriva alla masseria Dario Varamo, oggi in carcere, spiega come avrebbe voluto risolvere: «Prendevo una pistola e li sparavo.» Varamo: «Lo so che gli sparavi, non mi potevi chiamare?» Pasquale: «Non vogliono andare in nessuna maniera». Non è una battuta, sostengono gli inquirenti: è la prova che in masseria l’arma c’era e che usarla, anche solo in aria per spaventare gli animali, fosse una cosa normale. Che la disponibilità di pistole sia nel dna della famiglia lo dice lo stesso Varamo, il 24 giugno 2023, al padre.

L’agnello rubato e la strada bloccata

Rievoca un episodio che gli avrebbe raccontato Carmelo Costa quando i fratelli erano ragazzini: un’auto con dei giovani passa dove pascola il gregge, e qualcuno si porta via un agnello. «E’ passata un’auto con dei ragazzi… hanno stesso la mano e si sono presi quell’agnello… se lo sono rubato.» La reazione è quella di un clan, che blocca la strada come se fosse sua: «C’era Carmelo che stava morendo… tutte le macchine indietro… non facevamo passare nemmeno l’ambulanza.» Poi la scena del finestrino. Carmelo bussa al vetro, il «tic, tic» di Varamo, e la pistola, all’inizio, non si vede: «Carmelo se ne è andato al finestrino… tic, tic… con la pistola… “torna indietro”… e tornavano tutti indietro». Perché Carmelo, racconta Varamo, aveva «una giacca lunga» che nascondeva le mani. Solo dopo, dice, «Carmelo prendeva e la tirava… e quello “uh… uh…” (ride) vai indietro». E aggiunge: «A nessuno abbiamo fatto più passare pure se dovevano arrivare fino all’America! Tutti indietro! Per riprendersi quell’agnello». Il resto della conversazione riporta le armi di quegli anni, rubate a chi le teneva nascoste e custodite nei tronchi degli ulivi: «Da tutte le parte avevamo pistole… avevamo due pistole… una gliel’abbiamo rubata a mio zio Angelo… abbiamo visto dove andava a nasconderla… lo abbiamo seguito… e siamo andati a rubargliela». Poi: «Dove arrivavamo prendevamo la pistola… e camminavamo con la pistola». La sera arrivavano le botte del padre Pasquale, uomo «duro», che «picchiava regolare» e davanti al quale, a Melicucco, «erano tutti sull’attenti». C’è infine una conversazione captata il 4 ottobre 2022 nel caseificio, in cui Angelo Costa ricorda ai figli un pestaggio di anni prima: un automobilista che non si era fermato all’ordine di lasciar passare il gregge, la macchina speronata, le botte. «Con le mani lo ammazzavo», dice. E aggiunge: «Io avevo la pistola addosso». Lo avrebbe salvato solo l’arrivo di chi, sentendo le grida, era corso sul posto. Perché le armi, per l’accusa, non sono un dettaglio. Sono la grammatica del clan. La forza di un sodalizio mafioso, scrive il gip, nasce dalla fama di violenza che si porta addosso. E quella fama cresce quando chi la subisce sa che gli altri sono armati. In un paese piccolo come Melicucco, dove si conoscono tutti, non serve nemmeno mostrarla. Basta che si sappia. Che esista. Che sia nel box, sotto la balla di fieno, dentro il tronco di un ulivo. Sotto una giacca lunga, al finestrino di un’auto. Così un agnello rubato diventa una strada chiusa a tutti, ambulanze comprese. Così una perquisizione diventa una partita a nascondino con i carabinieri. Così dei cavalli scappati diventano un problema da risolvere con una pistola. Il «tic, tic» sul finestrino, raccontato ridendo da Varamo, è forse la sintesi più cruda: nessun colpo sparato, nessun bisogno di spararlo.

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