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INCHIESTA «SOCIAL CARD»

«Sono pezzi grossi della ’ndrangheta», lo spaccio di droga nel Catanzarese e i contatti di De Santis. «Non si coglioneggia»

Le intercettazioni nell’inchiesta della Dda svelano i riferimenti ai presunti fornitori della cocaina, il «canale giusto» e i viaggi dalla Locride

Pubblicato il: 15/10/2026 – 6:51
di Giorgio Curcio
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CATANZARO «Questi sono pezzi grossi della ’ndrangheta e non si coglioneggia». A pronunciare la frase sarebbe stato Davide De Santis, catanzarese classe ’97, ritenuto dagli investigatori al vertice dell’organizzazione dedita al narcotraffico smantellata con l’operazione “Social Card” e per questo finito in carcere. Parole emblematica che offrono uno degli spaccati più significativi dei rapporti criminali ricostruiti dalla Dda di Catanzaro, pronunciate durante una conversazione intercettata con Giovanni Saraceno, anche lui finito in carcere. È il 26 marzo 2023 e quello che racconta De Santis apre uno scenario ulteriore rispetto alla rete di spaccio attiva nel Catanzarese: quello dei canali di approvvigionamento della cocaina e dei rapporti con soggetti che lo stesso 29enne descrive come esponenti di rilievo della criminalità organizzata. «Perché io ho tutto, ho il canale giusto», aggiunge poco dopo. È proprio questo passaggio che la Procura distrettuale valorizza nella richiesta cautelare, individuando nelle parole dell’indagato un elemento indicativo del suo «accreditamento» nei circuiti criminali dediti al traffico di stupefacenti.

«Mi devo sedere a tavola con tutti»

Così come ricostruito dagli inquirenti della Distrettuale antimafia di Catanzaro, la conversazione si inserisce in un momento particolarmente delicato per il gruppo. Pochi giorni prima, è il 18 marzo 2023, i carabinieri avevano individuato un deposito di stupefacenti a Cortale, infliggendo un colpo all’organizzazione. Per queste ragioni De Santis e Saraceno si sarebbero ritrovato a discutere della necessità di riorganizzare i rapporti interni e di affrontare alcune questioni rimaste irrisolte. A questo punto De Santis avrebbe proposto di riunire tutti i componenti del gruppo. «Io voglio che parliamo tutti quanti insieme». Saraceno condivide, sottolineando la necessità di aiutarsi reciprocamente e di evitare divisioni. Ma è quando il discorso si sposta su questioni più delicate che emerge il riferimento alla ’ndrangheta. «A me queste stupidaggini mi danno fastidio, perché questi sono pezzi grossi della ’ndrangheta e non si coglioneggia», afferma De Santis. Saraceno conferma: «Non si coglioneggia».
Poi il presunto capo dell’organizzazione aggiunge: «Perché io ho tutto, ho il canale giusto». E ancora: «Ora questo problema qua è un problema serio, che si sono messe in mezzo altre persone adesso, capito? […] Mi devo sedere a tavola con tutti». De Santis lascia intendere di avere un interlocutore che lo conosce personalmente, ma anche di temere le valutazioni di altri soggetti. «Uno mi conosce», dice, mentre Saraceno lo rassicura spiegando che quella persona saprebbe cosa riferire agli altri. Certo, gli inquirenti non sono riusciti ad identificare, almeno in questo passaggio, i presunti esponenti della ’ndrangheta ai quali De Santis fa riferimento, né viene indicata una specifica cosca. Resta tuttavia il peso attribuito dalla Dda alla conversazione, considerata significativa per ricostruire il livello dei rapporti criminali dell’indagato.

La rotta della cocaina dalla Locride al Catanzarese

Le indagini della Dda del capoluogo avrebbero consentito parallelamente di ricostruire alcuni dei canali attraverso i quali lo stupefacente sarebbe arrivato nel Catanzarese. Un ruolo centrale viene attribuito ad Aurelio Rocco Petrilli, anche lui finito in carcere, e indicato come corriere al servizio dell’organizzazione e incaricato di trasportare la droga dai fornitori ai componenti del gruppo. Il 28 ottobre 2022 De Santis e Petrilli concordano un viaggio per il giorno successivo. Il corriere deve raggiungere una località indicata genericamente come «là sotto», successivamente individuata dagli investigatori nel territorio di Ardore Marina, nella Locride. La mattina del 29 ottobre Petrilli parte presto. «Sono già a Caulonia quasi», comunica a De Santis. Poco dopo lo avvisa di essere arrivato ad Ardore. Il suo interlocutore gli ordina di attendere in un bar e di non muoversi prima di ricevere indicazioni. Insiste anche perché le comunicazioni avvengano attraverso un altro canale, anziché con le normali telefonate. I carabinieri, che seguono gli spostamenti attraverso le intercettazioni, organizzano un controllo lungo la Statale 106, a Davoli Marina. Intorno alle 11 fermano la Seat Leon guidata da Petrilli. All’interno viene trovato un chilogrammo di cocaina, nascosto in una confezione incellofanata. Per il corriere scatta l’arresto. L’analisi del telefono sequestrato permette di ampliare ulteriormente la ricostruzione. Secondo gli investigatori, Petrilli avrebbe effettuato altri trasporti per conto di De Santis nei primi giorni dell’ottobre 2022, oltre ad avere intrattenuto rapporti con Giovanni Saraceno e altri soggetti inseriti nei circuiti del narcotraffico. Le conversazioni successive all’arresto, registrate durante i colloqui in carcere con il figlio, aggiungono un altro particolare: Petrilli parla di precedenti approvvigionamenti effettuati ad Ardore, attribuendo la provenienza dello stupefacente a soggetti di Careri, altro centro della Locride. È un riferimento che gli inquirenti riportano nella ricostruzione della rete di rifornimento. Non basta, tuttavia, a stabilire che i soggetti menzionati da Petrilli coincidano con quelli definiti da De Santis «pezzi grossi della ’ndrangheta».

«Si sono comportati da signori». Il timore dei fornitori

A restituire la delicatezza di quei rapporti sono anche altre intercettazioni successive al sequestro del deposito di Cortale. In un caso, si legge nelle carte dell’inchiesta “Social Card”, De Santis manifesta preoccupazione per la perdita di una parte della droga custodita dall’organizzazione e per le conseguenze economiche nei confronti dei fornitori. In una conversazione con Saraceno, il presunto capo del gruppo riconosce di avere ricevuto comprensione dai suoi interlocutori: «Si sono comportati da signori, potevano dire… invece mi hanno aiutato parecchio, parecchio, parecchio». Ammette però di avere dovuto sopportare una perdita e di non volersi arrendere. È Saraceno a ricordargli la pericolosità di quelle persone: «Loro sono pericolosi». La risposta di De Santis è altrettanto significativa: «Per questo ho paura di caricare». In un altro passaggio, De Santis torna sull’atteggiamento dei fornitori, definendoli «signori con esse maiuscola». Un’espressione che gli investigatori sottolineano anche per il ricorso al plurale, indicativo, nella loro lettura, dell’esistenza di più interlocutori a monte dell’organizzazione. Dalle intercettazioni emerge così un sistema nel quale la gestione delle piazze di spaccio rappresentava soltanto la fase terminale di un’attività più articolata: i viaggi per reperire la cocaina, la distribuzione ai rivenditori, la riscossione dei crediti e la necessità di mantenere rapporti con i fornitori anche quando le operazioni subivano sequestri e perdite economiche. (g.curcio@corrierecal.it)

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