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LE INCHIESTE DELLA DDA

’Ndrangheta, dalla latitanza all’assoluzione. I «Gallace boys» e il nodo SkyECC in “Kleopatra”

Le storie parallele di Cesare Antonio Arcorace e Bruno Vitale, entrambi assolti nel processo «Ostro». Dalla cattura in Svizzera alle contestazioni sul narcotraffico internazionale, fino alla battagli…

Pubblicato il: 18/10/2026 – 7:00
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME Due latitanti, due storie parallele, una cattura in Svizzera e una fuga che, almeno fino alle ultime notizie disponibili, non si è ancora conclusa. E adesso anche due assoluzioni. C’è un aspetto particolarmente curioso nella sentenza del processo “Ostro”, pronunciata il 9 ottobre scorso dal gup di Catanzaro Gilda Danila Romano, ed è quello che riguarda Cesare Antonio Arcorace e Bruno Vitale, i due uomini che per mesi hanno rappresentato altrettanti obiettivi della caccia ai latitanti legata alle inchieste contro la cosca Gallace di Guardavalle. Il processo “Ostro” si è concluso, almeno nel giudizio abbreviato di primo grado, con 34 assoluzioni e 16 condanne. Tra gli assolti ci sono proprio Arcorace e Vitale. E ora gli interrogativi si spostano inevitabilmente sull’altra inchiesta, nella quale le conversazioni criptate SkyECC tornano ad assumere un ruolo centrale.

I due latitanti e la cattura in Svizzera

La storia comincia il 29 gennaio 2025. Scatta l’operazione “Ostro”, coordinata dalla Dda di Catanzaro contro presunti appartenenti e soggetti ritenuti vicini alla cosca Gallace di Guardavalle. Tra i destinatari delle misure cautelari ci sono anche Cesare Antonio Arcorace, classe 1989, originario di Locri, e Bruno Vitale, classe 1997. Ma quando i carabinieri eseguono i provvedimenti, di entrambi si sono perse le tracce. La latitanza prosegue per mesi, mentre le indagini della Distrettuale antimafia si allargano al narcotraffico internazionale. Nel luglio 2025 arriva una seconda operazione, questa volta condotta dalla Guardia di Finanza. Si chiama “Kleopatra”, proprio come l’alias che gli investigatori attribuiscono ad Arcorace nelle conversazioni criptate. Per i due ricercati arrivano nuove contestazioni, ma la fuga continua. A gennaio 2026, quasi un anno dopo il primo blitz, arriva la svolta. Bruno Vitale viene individuato e catturato a Wetzikon, nel cantone di Zurigo, in Svizzera. Finisce così la latitanza dell’uomo conosciuto nelle chat con l’alias “Kenzo New”, al quale la Dda attribuiva un ruolo nel gruppo riconducibile ai Gallace. Di Arcorace, invece, nessuna traccia. Ancora nei mesi successivi, il suo nome compare negli atti giudiziari e nelle udienze, ma l’uomo risulta irreperibile nelle ultime ricostruzioni disponibili.

“Kleopatra”, il broker e i rapporti con il Sudamerica

Nella ricostruzione investigativa dell’operazione “Kleopatra”, Arcorace occupa una posizione di particolare rilievo. La Dda lo indica come un presunto broker del narcotraffico internazionale, capace di intrattenere rapporti con fornitori di cocaina sudamericani, soprattutto brasiliani ed ecuadoriani, e di gestire operazioni di importazione attraverso scali portuali europei. Un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe consentito di movimentare importanti quantitativi di sostanze stupefacenti, facendo leva su una rete di contatti tra Calabria, Nord Italia, Germania e Sudamerica. In uno dei passaggi delle carte investigative, Arcorace viene indicato come uno dei principali referenti calabresi del narcotraffico. Accuse che, naturalmente, dovranno trovare riscontro nelle sedi giudiziarie. Anche Vitale figura nella seconda inchiesta, che nel marzo scorso ha portato alla conclusione delle indagini nei confronti di 53 persone. È proprio la contemporanea presenza dei due uomini nei procedimenti “Ostro” e “Kleopatra” a rendere particolarmente interessante il verdetto pronunciato dal gup di Catanzaro.

La sentenza Ostro: entrambi assolti

Per Cesare Antonio Arcorace, la Direzione distrettuale antimafia aveva chiesto 20 anni di reclusione. La risposta del gup è stata invece un’assoluzione da tutte le contestazioni, con la formula «perché il fatto non sussiste». In particolare, Arcorace è stato assolto dai sette capi d’imputazione a lui contestati. Assolto anche Bruno Vitale, per cinque capi d’imputazione, sempre con la formula «perché il fatto non sussiste», insieme a numerosi altri imputati coinvolti nel procedimento. Una decisione maturata al termine di un processo attraversato da una complessa battaglia giuridica sull’utilizzabilità delle conversazioni SkyECC, acquisite dalle autorità francesi e successivamente trasmesse agli investigatori italiani attraverso gli Ordini europei d’indagine. Gli avvocati Giuseppe Gervasi e Vincenzo Sorgiovanni, difensori di Arcorace, sono stati tra i principali promotori delle eccezioni relative all’acquisizione delle chat e alle garanzie difensive. La questione era arrivata anche davanti alla Corte di Cassazione, che nel giugno scorso aveva dichiarato inammissibile il ricorso della Dda contro il provvedimento con cui il gup aveva disposto ulteriori verifiche sulle modalità di acquisizione delle conversazioni dalla Francia. Una decisione che aveva lasciato in piedi gli approfondimenti richiesti, senza però sancire automaticamente l’inutilizzabilità delle chat. Il dispositivo della sentenza non consente ancora di stabilire quale peso abbiano avuto queste questioni nelle assoluzioni, ma resta un dato significativo: due uomini per i quali erano state disposte misure cautelari e che avevano trascorso lunghi periodi sottraendosi alla cattura sono stati assolti, in primo grado, dalle accuse contestate in “Ostro”.

E ora il nodo SkyECC torna in “Kleopatra”

La vicenda giudiziaria, però, non si esaurisce con la sentenza. Arcorace e Vitale sono infatti coinvolti anche nell’inchiesta “Kleopatra”, nata da un distinto lavoro investigativo della Guardia di Finanza e concentrata soprattutto sul presunto narcotraffico internazionale. E anche in questo procedimento emerge il problema dell’utilizzabilità delle conversazioni criptate. C’è soprattutto un elemento che collega le due inchieste: secondo quanto sostenuto dalle difese, gli Ordini europei d’indagine contestati nel processo “Ostro” sarebbero gli stessi utilizzati anche nel procedimento “Kleopatra”. Una circostanza che, qualora confermata, renderebbe particolarmente significativo il confronto sulle modalità di acquisizione delle prove digitali. L’assoluzione pronunciata nel primo processo potrebbe quindi assumere un particolare interesse anche per le difese impegnate nel secondo, senza che questo comporti automaticamente analoghe conseguenze giudiziarie. I due procedimenti restano distinti, così come le contestazioni e le valutazioni che i giudici saranno chiamati a compiere. Sarà soprattutto il deposito delle motivazioni della sentenza “Ostro”, attese entro trenta giorni dal verdetto, a permettere di comprendere quali argomentazioni giuridiche abbiano sostenuto la decisione del gup e quanto possano essere rilevanti nel confronto processuale sulle prove digitali. Intanto resta la singolarità delle due vicende personali. Due percorsi differenti, approdati allo stesso verdetto. E un’altra inchiesta, “Kleopatra”, nella quale il capitolo SkyECC è tutt’altro che chiuso. (g.curcio@corrierecal.it)

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