Il procuratore Domenico Fiordalisi al Plenum del Csm, attesa la decisione
Il paradosso di un Paese che invoca la legalità e il merito, ma nei fatti fatica a tollerare chi applica la legge in modo uguale per tutti
PAOLA Un antico adagio popolare recita: “il buon giorno si vede dal mattino”. Quello di oggi, leggendo le notizie che provenivano dall’America con la clamorosa e mai scontata sconfitta di Trump, del trampismo e di Elon Mask e dei suoi cinquecento milioni di dollari investiti a sostegno della testa biondo-carotata del re della sfumatura chimica, sembrava davvero essere un giorno eccezionale. Alcune notizie provenienti dalla nostra terra di Calabria, in particolare quelle afferenti al Procuratore Domenico Fiordalisi, che oggi si troverà di fronte al CSM per difendersi da accuse davvero assurde hanno contribuito a sfatare il detto popolare. Siamo alle solite. In Italia esiste una costante storica tanto prevedibile quanto drammatica: il giorno in cui un servitore dello Stato comincia a fare il proprio dovere fino in fondo, e a farlo bene, scatta puntuale il conto alla rovescia per la sua delegittimazione. È il paradosso di un Paese che a parole invoca la legalità e il merito, ma nei fatti spesso fatica a tollerare chi applica la legge in modo uguale per tutti, senza guardare in faccia nessuno. Il caso del Procuratore Domenico Fiordalisi è solo l’ultimo capitolo di una narrazione fin troppo familiare. Storia dopo storia, magistrato dopo magistrato, il copione si ripete identico a sé stesso: quando un’inchiesta scava troppo a fondo o tocca fili scoperti del potere e del malaffare, si mette in moto una precisa macchina della delegittimazione. L’obiettivo non è quasi mai il merito del lavoro svolto, ma la credibilità di chi lo svolge. Si tenta, insomma, di “impallinare” il singolo per lanciare un messaggio a tutti gli altri. Fare il proprio dovere in contesti difficili richiede un coraggio che va oltre la semplice applicazione dei codici. Quando un magistrato dimostra rigore, indipendenza e una totale impermeabilità alle pressioni esterne, smette di essere un ingranaggio invisibile e diventa un “elemento di disturbo”. Il meccanismo di attacco si articola quasi sempre attraverso il fango mediatico: il tentativo di spostare l’attenzione dal lavoro alla vita personale o a presunte e fumose “esagerazioni” del magistrato. Ad esso segue poi la proposta di trasferimento o il blocco della carriera: l’epilogo più frequente, in cui cavilli burocratici o procedimenti ad hoc vengono usati per depotenziare l’efficacia dell’azione giudiziaria. Questa dinamica non è solo un’ingiustizia nei confronti del professionista; è un danno incalcolabile per i cittadini del Tirreno cosentino che, finalmente, vedevano un’azione giudiziaria attenta a trecentosessanta gradi e non mirata solo ed esclusivamente a perseguire fantomatici reati commessi dagli amministratori locali. Sostenere Fiordalisi significa difendere la democrazia. Esprimere vicinanza e sostegno a figure come il Procuratore di Paola non è un atto di partigianeria, né una difesa acritica della magistratura. Al contrario, è un atto di pura legittima difesa democratica. Difendere chi indaga con rigore significa proteggere il principio cardine della nostra Costituzione: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Se permettiamo che l’eccellenza, la determinazione e l’onestà diventino colpe da espiare, condanniamo il nostro Paese a una mediocrità rassegnata. La magistratura deve poter lavorare senza il timore che un’indagine “scomoda”, come ad esempio quella riaperta con coraggio e determinazione da Fiordalisi sull’omicidio Losardo, possa decretare la fine della serenità professionale di chi la conduce. Un Paese maturo si riconosce dalla capacità di fare scudo attorno ai suoi uomini migliori. È tempo che la società civile, i media e le istituzioni escano dall’ambiguità e facciano quadrato attorno a chi, ogni giorno, sceglie semplicemente di fare il proprio dovere. Senza paura, e senza sconti per nessuno. (redazione@corrierecal.it)
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