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La scommessa D’Attorre la vince, ci sono tutte le pre- messe. Così avevo ritenuto e scritto sul Corriere della Calabria poco prima delle scorse elezioni comunali. Ne ero pressoché certo, perché ave…

Pubblicato il: 27/06/2012 – 18:35
Zona Cesarini

La scommessa D’Attorre la vince, ci sono tutte le pre- messe. Così avevo ritenuto e scritto sul Corriere della Calabria poco prima delle scorse elezioni comunali. Ne ero pressoché certo, perché avevo ritenuto, leggendo e ascoltando numerosi dirigenti del Partito democratico, che la situazione volgeva al bello – e finalmente – dopo che aveva perso, e male, la guida della Regione due anni fa. Incontri, riunioni, convegni, pour-parler continui mi avevano indotto a ritenere che si era davvero all’ultimo miglio, come amava un tempo dire Marco Minniti, nei momenti cruciali, per giungere alla ricostituzione degli organismi dirigenti e quindi, di fatto, del partito che, anche in Calabria, può farcela a primeggiare. Invece? D’improvviso e in maniera clamorosa, il commissario mandato da Roma a dirimere le querelles interne che avevano portato alla sconfitta del centrosinistra alle regionali del 2010, ha rinunciato a portare a termine la sua mission, che pure non era impossibile. Ha tentato di spiegare le ragioni del- l’annullamento delle primarie, il professore-commissario. Tentato, perché, nei fatti, non ha mai detto, almeno pubblicamente, le vere ragioni del rinvio dei congressi. Il “sabato nero” – 9 giugno – aveva cominciato col parlare di «rinvio determinato dall’evolversi della situazione nazionale considerato che Bersani aveva detto di volersi misurare con le primarie per conquistare la leadership della coalizione e questo avrebbe determinato rallentamenti su scala regionale». In altre interviste ha, invece, posto l’accento sulla necessità «a non far prevalere le divisioni personali: questo impegno lo avevamo preso tutti e non l’abbiamo raggiunto».
Le due tesi, legate l’una all’altra, nel migliore dei casi, o l’una diversa dall’altra, non sono state convincenti, al di là dei meriti. Tant’è che tuonò e piovve, ma si è trattato di diluvio, bufera su D’Attorre. Reazioni a non finire, da parte di singoli militanti e dagli stessi candidati, rimasti, alle primarie: Demetrio Battaglia, Doris Lo Moro, Mario Maiolo, Nicodemo Oliverio. Il capogruppo in consiglio regionale, Sandro Principe, ha, duramente e nettamente, giudicato, la decisione del commissario, incomprensibile e inconcepibile, anche perché «al Pd non serve un imperatore». Solo Mario Muzzì ha parlato di «decisione utile e coraggiosa». Chissà perché! Mentre Guccione ha finanche chiesto le dimissioni del commissario, Maiolo ha affermato di voler restare in campo e di esser certo del rafforzamento della sua candidatura, Nicodemo Oliverio ha sostenuto che «il congresso sarebbe stato più opportuno farlo», Doris Lo Moro ha parlato di «sconfitta per tutti». E mentre Battaglia con i «piddini reggini» si è seduto sulla sponda del fiume, Brunello Censore ha posto l’accento sulla «volontà di D’Attorre di mettersi in contrasto con la volontà degli iscritti». Il deputato Marini si è pronunciato per riconoscere la sovranità dei circoli, mentre l’onorevole Laratta ha espresso preoccupazioni a Franceschini. Per Fernanda Gigliotti «si impone il momento delle scelte coraggiose». Il presidente della Provincia di Cosenza, Mario Oliverio, che non ha ottenuto la deroga per potersi candidare, at- tende lo sviluppo degli eventi, ora che «la frittata è stata fatta», aggiungendo ad Antonio Ricchio che c’è «il peso di un passato di cui si fa fatica a liberarsi». Fin qui, più o meno i fatti “pubblici”. Quelli noti, almeno. Non può, comunque, che aver ragione chi parla di scelta bizzarra compiuta dal professore mandato da Roma. E questo, però, ad onor del vero è dire poco. Anche perché è assolutamente ingiustificabile che si sia parlato di congresso rinviato perché manca l’unità interna. Ma che significato è questo? I congressi, da che mondo è mondo, si fanno perché ci siano più competitori e un vincitore, perché ci sia una maggioranza e una minoranza. Non è così a livello nazionale e non solo nel Pd? Dove sta scritto che si deve raggiungere l’unità interna? A quel punto a cosa serve il congresso? Se si decide prima, il partito non è più democratico, non solo nel nome. E poi a cosa serve l’unità che, a quel punto, non sarebbe stata se non di facciata? Non appare credibile la tesi che D’Attorre voglia rimanere in Calabria o addirit- tura candidarsi. È vero che si è assunto le responsabilità del fallimento dell’azione finale di quattro mesi di commissariamento, ma questo non è bastato. Come non basta avere affermato che il con- gresso, oltre all’unità, non avrebbe garantito il rinnovamento. Non si è capito. Il rinnovamento ci sarebbe stato comunque: i candidati erano e sono tutti esponenti di partito. E poi, come ha voluto ribadire Mario Maiolo: «L’unità non è un dogma». No, no. La verità non è venuta fuori, non è stata volutamente e colpevolmente detta. Candidature alle politiche da imporre, prevalenza di un nome che non avrebbe goduto del gradimento di Sant’Andrea delle Fratte? Corsa ad ingraziarsi il commissario per le primarie per il Parlamento? Anche Fassina, che di solito litiga finanche con Bersani, a Lamezia non è stato credibile. Vannino Chiti, più autorevolmente, si è invece pronunciato per i congressi subito.
A D’Attorre è stata fatta fare una pessima figura, perdendo così la scommessa sulla quale, non pochi, avevano creduto. Covava il fuoco sotto la cenere e qualcuno, in malafede, lo aveva nascosto a quanti erano in buona fede, che, anche in politica, ci sono. La “zona Cesarini” c’è sempre, basta non vergognarsi di aver avuto torto, perché significa, l’indomani, esser diventati saggi. Sarà così? In molti se lo augurano.

*Giornalista

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