I clan, la Multiservizi e le trasferte romane per incontrare il giudice "amico"
REGGIO CALABRIA La famiglia Rechichi cercava «di acquisire informazioni e appoggi istituzionali, utili alla rapida soluzione della vicenda giudiziaria che ha visto protagonista tra gli altri, non sol…

REGGIO CALABRIA La famiglia Rechichi cercava «di acquisire informazioni e appoggi istituzionali, utili alla rapida soluzione della vicenda giudiziaria che ha visto protagonista tra gli altri, non solo uno dei massimi dirigenti della società Multiservizi spa, Giuseppe Rocco Rechichi, ma recentemente, anche due dei suoi figli, tratti in arresto nel mese di novembre 2011, a seguito dell’operazione di polizia giudiziaria “Astrea”».
È intorno alla Multiservizi di Reggio Calabria che ruota una delicata inchiesta della Procura della città dello Stretto. Un`indagine avviata dall`ex procuratore capo, Giuseppe Pignatone, prima del suo trasferimento a Roma, e coordinata dal magistrato palermitano insieme con il pm Giuseppe Lombardo. L`idea inquietante, sulla quale si cerca di fare chiarezza, è che le cosche della `ndrangheta avessero la possibilità di aggiustare processi, annullare o rinviare sentenze. Il trait d`union tra la Multiservizi e i clan reggini sarebbe proprio Rechichi, considerato dai magistrati un prestanome della cosca Tegano. E, insieme all`ex manager, è indagata la moglie, Maria Luisa Petrai, per favoreggiamento. È proprio dalle intercettazioni tra i due che gli inquirenti avrebbero tratto la linfa per alimentare un`inchiesta che è, tuttavia, ancora nelle sue fasi iniziali.
Per i pm, la donna ha «un ruolo strategico», perché «investita dal delicato compito da parte del marito detenuto, di recapitare attente e precise “imbasciate” da inviare a personaggi vicini alle istituzioni, potenzialmente idonei a condizionare e/o indirizzare in qualche modo, l’esito del giudizio» a cui l’uomo sarebbe stato sottoposto in Cassazione, avverso le motivazioni del Tdl, che gli avevano negato la scarcerazione, dopo che era finito nella rete delle forze dell`ordine per l`operazione “Archi”. Le visite mediche prenotate a Roma, di cui marito e moglie parlano negli incontri in carcere, non sarebbero altro che “missioni” per sondare il terreno e cercare di capire se si possano ungere i giusti meccanismi per evitare la carcerazione. E i «riferimenti lessicali» saranno pure «criptici, ma non perfettamente idonei a celare il vero fine, ovvero tentare di addivenire ad una mediazione “esterna” in favore della situazione detentiva del marito e successivamente anche dei figli; servendosi di un appoggio terzo di assoluto valore e portanza processuale»: magari un giudice.
Gli atti che sono stati acquisiti nel processo “Archi” sono ancora carichi di omissis. Il nodo è la Multiservizi Reggio, intersezione tra interessi mafiosi e ambienti istituzionali. E, per la Procura, non c`è dubbio: i Rechichi cercano «di interfacciarsi direttamente e personalmente con un personaggio operante nel settore giudiziario della capitale, onde ottenere attraverso la sua auspicata mediazione e consulenza, l’interessamento per l’assegnazione e la definizione del procedimento penale pendente presso la Suprema Corte, da parte di un collegio giudicante maggiormente garantista e clemente».
Marilisa Petrai spiega che presto andrà «dal medico, da quello della schiena». E, qualche minuto dopo il discorso scivola sulla prossima udienza: «Pino chiede se abbiano fissato l’udienza della Cassazione. Marilisa risponde che ci vorrà del tempo ed orientativamente non prima di dicembre-gennaio. Pino si spazientisce, pensa un po’ e dice tra i denti “se vuole quella”, facendo un gesto con la mano come ad indicare se sia possibile trovare “una strada”. Marilisa categorica risponde: “Eh… Pino… figurati… Pino… no… assolutamente… speriamo solamente che una volta che arrivi in Cassazione, i giudici siano coscienziosi e guardino bene tutti i documenti e quindi… quella è la cosa importante… speriamo… ”». Riferimenti velati e “strani” comportamenti, come quello della moglie di Rechichi, la quale, nel giorno della presunta visita alla schiena, non porta con sé il telefono cellulare: un comportamento, «a prima vista, improntato a non correre il rischio di essere tecnicamente monitorata e localizzata».
Ma chi è, secondo la Procura di Reggio Calabria, la persona a cui i Rechichi si riferiscono? Dalle intercettazioni emerge un identikit che è compito delle indagini approfondire e verificare.
Sono conversazioni in cui Rechichi, detenuto, è esasperato e non riesce a tenere a freno la lingua. Chiede alla moglie «se lei (il loro contatto a Roma, ndr) possa fare qualcosa per le motivazioni (della sentenza della Cassazione, ndr). Maria Luisa risponde di sì più volte e si arrabbia dicendo che Pino “non si regola” (invitandolo a non parlare oltre)».
La speranza dell`ex dirigente della Multiservizi è che la Cassazione, rinviando la decisione al Tdl, possa inserire motivazione che spingano i giudici a rimetterlo in libertà. Per i magistrati di Reggio, «ancora una volta, emerge un chiaro riferimento ad un importante personaggio, di sesso femminile e che opera fattivamente in ambito giudiziario».