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TRAGEDIA A COSENZA | Viaggio nella città dei senza nome

COSENZA Ogni tanto ne muore uno, sì. Ma quando ne muoiono tre, in quel modo poi, la notizia si trasforma da trafiletto di cronaca a titolo da home page dei grandi quotidiani nazionali. I clochard a…

Pubblicato il: 02/03/2013 – 14:41
TRAGEDIA A COSENZA | Viaggio nella città dei senza nome

COSENZA Ogni tanto ne muore uno, sì. Ma quando ne muoiono tre, in quel modo poi, la notizia si trasforma da trafiletto di cronaca a titolo da home page dei grandi quotidiani nazionali. I clochard a Cosenza fanno parte del paesaggio. E raccontano l`integrazione fallita nel posto che si fregia di essere «città dell`accoglienza», un capoluogo che – in attesa della Città del Sole dei migranti – ha sviluppato una cittadella nomade lungo il fiume. È una favelas che fa notizia solo in caso di incendi o esondazioni. Ma non c`è bisogno di arrischiarsi lungo il Crati – benché esistano associazioni di volontariato che lo fanno da anni – o di farsi un giro nel centro storico per notare che i “non luoghi” a Cosenza stanno in centro, dove la dissonanza con il contesto è ancora più netta.

Il rudere del rogo di via XXIV Maggio, per dire, è perfettamente incastrato fra viale Mancini e i suoi residence in stile Miami e il salotto buono della città, quell`isola pedonale dove ai piedi di una statua di Manzù o De Chirico puoi vedere l`omino coi baffetti che in ginocchio continua a cantare e ridere alla vita o i ventenni con chitarra e armonica che ogni tanto rendono l`ex corso Mazzini una Grafton street dublinese dei poveri, lo «storpio» con il cappello teso e i bimbi mandati in avanscoperta a muovere compassione chiedendo l`elemosina. Spesso nell`indifferenza della gente.
In una manciata di metri si trovano le due città un tempo divise dal rilevato ferroviario abbattuto nel 2004 a favore della spianata che oggi è l`arteria eponima del traffico cosentino. «Viale Giacomo Mancini» oggi salda periferia e centro rendendo il secondo simile alla prima, e non il contrario. È proprio nelle due fasce “intermedie” (via XXIV Maggio-viale Mancini e viale Mancini-via Popilia) che si sviluppa l`altra città, quella degli ultimi. Materassi sfondati per giaciglio, cartoni per coperte, Tavernello e birra per compagni. Se va bene un fuoco con cui scaldarsi.
Vicino a piazza Fera, dove per ora un parcheggio da archistar è solo un ologramma con strascichi giudiziari e polemiche politiche, un casolare abbandonato coevo di quello che ha ospitato i poveri «barboni» carbonizzati è stato da poco transennato alla bell`e meglio. Vi trovò la morte per overdose un altro «marginale», come da definizione socio-antropologica. Un altro, simile, è poco più a sud, sua via Miceli, a poche decine di metri dalla questura: qualche anno fa una retata vi stanò degli innocui occupanti in clima da autogestione.
E andando verso nord, via Panebianco è il trionfo delle case sventrate elette a dimora come l`istituto di igiene e profilassi della vicina Città 2000, altro nome evocativo che davanti al degrado imperante fa sorridere.  
Sono scenari da metropoli calati in un «paesone» come è Cosenza: a pochissimi metri dal luogo della tragedia di stamattina, in pochi mesi è stato incastrato – nell`ultimo fazzoletto libero disponibile – un cubo di cemento che, una volta finito, non si sa da quanti sarà abitato. I prezzi saranno comunque esorbitanti. Accanto, uno dei rifugi preferiti
dai clochard: è una cabina elettrica, un parallelepipedo il cui retro, senza tetto, magari sarà stato frequentato anche dalle tre vittime di oggi prima che i rigori dell`inverno si inasprissero. È un`immagine simbolo del boom di un`edilizia drogata per cui le nuove linee dell`urbanistica abitativa delimitano appartamenti costosissimi e vuoti, mentre là fuori i poveri (nuovi e no) aspettano magari l`alloggio dell`Aterp. Altro bubbone che viene lenito solo dal balsamo delle promesse di ogni campagna elettorale.

«Me lo ricordo, quello mutilato». Il tam-tam dei cosentini delinea i ritratti dei senza-nome, quelli che ci davano anche fastidio nella vasca sull`isola pedonale o nella corsetta su viale Parco, una colonia di derelitti su una sola panchina, i pomeriggi e le notti anzi le giornate intere passate a bere ma mai nessun problema, giusto qualche volta uno di loro che si ritrovata pestato e gonfio di botte, qualcuno portato in ospedale. «Sono quelli che stavano davanti al Due fiumi?».
Sul web, da quando la notizia tragica ha preso piede e assunto contorni più definiti, più d`uno ricorda l`attività, oggi ridimensionata, dell`Oasi francescana e le promesse dei sindaci su futuribili villaggi dell`accoglienza. Anche chi evoca il periodo aureo del sindaco Mancini forse dimentica che la tendenza a ghettizzare è la stessa che oltre 10 anni fa produsse il villaggio di via degli Stadi. «Il trasloco più bello dell`anno», dicevano i manifesti del Comune in quel dicembre 2001, è come «ground zero» commentava qualcuno. Cosa resta? Due ulteriori non luoghi a cui abbiamo fatto subito l`abitudine, e una duplice spianata – via Sant`Antonio dell`Orto e via Reggio Calabria – che vive sospesa aspettando il Ponte di Calatrava e il Planetario, due totem. Raccontano anche loro le due città, proprio come il macchinone che sfreccia davanti a chi scava nel cassonetto; come i loft di corso Telesio confinanti con le topaie dove un anziano può morire carbonizzato dalla vecchia stufa e un trentenne se ne va per un`overdose; come i mercatini frequentati dai nuovi poveri in orario di chiusura alla ricerca di scarti dopo un giro al discount a caccia del polmone – «ché la carne costa troppo».
È l`altra città rispetto a quella che stasera s`ingioiellerà per la prima della lirica al “Rendano”, che sempre più – e massimamente oggi – appare come una nobile decaduta, a tiro nel palazzo sgarrupato. Il Titanic che affonda e l`orchestrina che suona.

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