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La testimonianza double face del "Nano"

CATANZARO Tutto in un`udienza, la complessa vicenda della collaborazione di Nino Lo Giudice riassunta in un unico interrogatorio. Davanti al Tribunale di Catanzaro, che si sta occupando degli atten…

Pubblicato il: 09/04/2014 – 19:44
La testimonianza double face del "Nano"

CATANZARO Tutto in un`udienza, la complessa vicenda della collaborazione di Nino Lo Giudice riassunta in un unico interrogatorio. Davanti al Tribunale di Catanzaro, che si sta occupando degli attentati alla magistratura reggina del 2010, il “Nano” prima sostiene di essere stato indotto a rilasciare quelle dichiarazioni, poi invece ritratta e conferma la bontà delle dichiarazioni con cui si era assunto la paternità delle bombe piazzate davanti alla Procura generale di Reggio e sotto casa del procuratore generale Salvatore Di Landro. Tra le due versioni c`è stato anche un malore del collaboratore di giustizia. Dopo una breve sospensione e la somministrazione di un «blando ansiolitico», l`interrogatorio è ripreso. Ma non solo, Lo Giudice ha raccontato di aver tentato il suicidio, nei giorni scorsi, infilando la testa in un sacchetto di plastica. Nino Lo Giudice sarebbe dovuto essere presente in aula oggi a Catanzaro, ma sia il Dap che la Dda di Reggio hanno segnalato al collegio giudicante particolari motivi di sicurezza che ne hanno sconsigliato la traduzione in Tribunale. Collegato in videoconferenza il “Nano” sembra voler ripercorrere il copione della precedente udienza: «Non ricordo, non ero in me». Poi inizia a parlare: «Quando mi arrestarono, dopo dieci minuti chiesi di parlare con Renato Cortese, a lui esternai la volontà di collaborare. Lui mi disse se vuoi collaborare vogliamo sapere degli attentati e io gli dissi sì. Mi trasferirono a Roma e pochi giorni dopo vennero il procuratore Pignatone assieme all`aggiunto Prestipino. Quando arrivai ai fatti degli attentati chiusero l`interrogatorio, poi mi dissero se lei intende dire la verità continuiamo domani. Stanotte, mi disse Pignatone, non deve dormire, deve ricordare bene e dirci cose consistenti. L`indomani ero in stato confusionale, non sapevo cosa mi aspettava. Incominciai a deporre, mi sono trovato in una situazione che non ero io. La situazione mi è sfuggita di mano».
A questo punto Nino Lo Giudice smette di parlare. Dice di non sentirsi bene, racconta che giovedì scorso mentre era nella sua cella si è infilato un sacchetto di plastica in testa. Lo hanno salvato gli agenti penitenziari trovandolo quasi in fin di vita. I giudici catanzaresi hanno così disposto la verifica delle condizioni fisiche di Lo Giudice. Dopo una breve sospensione, durante la quale è stato visitato e gli è stato somministrato un ansiolitico, l`udienza è ripresa. A questo punto Lo Giudice cambia nuovamente copione. Sostiene che dopo l`arresto del fratello Luciano, Nino avrebbe avuto alcuni colloqui con Antonino Spanò e l`avvocato Pellicanò. I due gli avrebbero riferito che «Luciano paga per la sua amicizia con i magistrati Cisterna e Mollace, che sono in guerra con Pignatone, Prestipino e Ronchi». E così Nino avrebbe messo in campo la sua personale vendetta: «La prima bomba piazzata sotto la Procura generale era diretta a Francesco Mollace, era un messaggio perché si sono lavati le mani di mio fratello». Anche il successivo attentato sotto casa del pg Di Landro sarebbe opera sua. Il motivo è «perché il procuratore era inserito nella guerra tra magistrati ed era nello schieramento con Pignatone e contro mio fratello. Ho mandato Antonio Cortese e gli ho raccomandato che nessuno si facesse male». Infine l`arma da guerra rinvenuta sotto la Procura: «Ho consegnato il bazooka, che nascondevo sotto un ponte del porto, a Cortese». Di tutte queste cose, però, Luciano non avrebbe saputo niente: «Luciano non c`entra niente. Non è mai stato affiliato, aveva solo il suo lavoro, si trova coinvolto per questi fattacci di magistrati, sennò Luciano stava bene non gli mancava niente». (0050)

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