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Gratteri: «Il pizzo è una questione di potere»

«Il pizzo non è una questione di denaro, ma di potere. Il capomafia vuole controllare il respiro, il battito, la pancia del paese, per questo impone il pizzo, perché il suo potere venga riconosciut…

Pubblicato il: 10/09/2014 – 11:27
Gratteri: «Il pizzo è una questione di potere»

«Il pizzo non è una questione di denaro, ma di potere. Il capomafia vuole controllare il respiro, il battito, la pancia del paese, per questo impone il pizzo, perché il suo potere venga riconosciuto sul territorio». Da profondo conoscitore della ‘ndrangheta quale è, il procuratore aggiunto Nicola Gratteri non ha timore di andare dritto al punto: a fronte di ben più remunerativi traffici, ai clan le estorsioni servono per rendere visibile, tangibile, il proprio potere su un territorio che considera di sua esclusiva proprietà. Un messaggio diretto tanto a imprenditori, lavoratori e società, come agli uomini degli altri clan, rigidamente codificato secondo regole precise, da tutti conosciute e a tutti – anche con la forza – fatte rispettare. Un dato questo emerso in numerose indagini, ma che oggi trova un’ulteriore conferma nelle risultanze investigative dell’operazione Morsa sugli appalti pubblici. «È pertanto dato certo – sottolinea il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – che ogni operatore imprenditoriale è costretto a soggiacere alle richieste estorsive che pervengono dagli appartenenti all’associazione secondo regole precise alla cui osservanza è precipuamente deputato Commisso Giuseppe». Ed è proprio al mastro che tocca intervenire quando il codice salta e le “regole”, o meglio quelle che le ‘ndrine hanno predisposto come tali, saltano o vengono aggirate. È quanto succede quando la ditta “Progress e Lavoro Società Cooperativa” (Cpl) di Polistena, aggiudicataria dei lavori per la distribuzione delle acque della diga compresi nel tratto Siderno-Gioiosa Jonica, non si presenta a chi di dovere per concordare l’entità della mazzetta. Ma questo non è l’unico problema che il mastro deve affrontare. Ancor più grave nell’ottica del boss, è il tentativo del giovane rampollo degli Archinà – forte forse del prestigio connaturato al cognome del padre, scelto come erede dello storico boss ‘Ntoni Macrì e in tale veste invitato al summit di Montalto – di intercettare autonomamente la “tassa di sicurezza” versata dagli imprenditori. Circostanza che nel giro di pochissimo arriva alle orecchie di un immediatamente imbestialito mastro: «Sul mio onore… sul mio onore, che voi lo sapete che per queste cose mi arrestano… però mi bolle lo stomaco… a me mi salgono i cazzi» – lo sentono urlare gli investigatori che lo ascoltano – «… ieri gliel’ho detto a quell’amico, vedete che se ho problemi vedete che voi avrete più problemi di me». È il boss Giuseppe Commisso in persona a pararsi di fronte al giovane Archinà pretendendo spiegazioni ma soprattutto con un altro intento. «Volevo farlo spaventare un po’» dice soddisfatto il mastro ai propri interlocutori. E il progetto va a buon fine. Il giovane Archinà abbozza una spiegazione, nega di aver preso la busta, ma la pietosa bugia tiene meno di ventiquattro ore. Il tempo necessario per permettere al mastro di appurare i fatti e ripresentarsi da lui l’indomani. Possibilmente, con fare ancora più minaccioso. «”Ieri non mi è piaciuto come mi avete risposto”, gli ho detto… “come non sapete” gli ho detto io?… “siete venuto a chiamarmi e mi avete detto che è venuto questo per fare questo lavoro e non vi ha dato la busta e adesso mi dite che non sapete”» racconta il mastro, riferendo il colloquio con il giovane, al quale avrebbe chiarito una regola di base «”Quando vengono a trovarvi… dovete venire a trovare a me” gli ho detto io». Quello che potrebbe succedere altrimenti, il mastro lo lascia all’immaginazione del giovane, cui non esita però a ricordare «”vedete che io vi rispetto come rispetto a mio cugino”, gli ho detto io, “che siamo nella famiglia… però non dovete fare errori”». Nonostante i rapporti di parentela con il boss, anche Archinà sa che sta camminando sul filo. Per questo cerca giustificazioni, accampa scuse, tenta di derubricare la questione a spiacevole malinteso, ma infine cede promettendo di incontrare il titolare della Cpl per pretendere il pagamento del denaro che il mastro considera dovuto. «Vado a trovarlo se non ve li da lui ve li do io». Una promessa che non sarebbe stata rispettata, almeno stando alle imprecazioni del mastro, che nel frattempo sarebbe andato anche a “chiarire le cose” con i titolari della Cpl. «L’ho fatto a pezzi», quasi si vanta con i suoi uomini – «”Perché compare voi quando andate in un posto”, gli ho detto io (…) andate a parlare con chi?” gli ho detto io… “con nessuno?…”, riferisce di aver detto al malcapitato imprenditore andato a bussare alla porta della persona sbagliata, da Domenico Archinà. Alla ditta, che nelle settimane successive prova a tergiversare, il mastro manda un messaggio chiaro attraverso i suoi emissari: «”Ditegli che ci deve dare… di quanto è il lavoro”, gli ho detto io “il tre per cento, altrimenti che se ne vada!”». E di certo, i Commisso non sono soggetti che si possano prendere in giro sulle cifre «”se sono quindici che dice lui, che sono spiccioli… che noi lo sappiamo che deve essere messo per iscritto di quanto è il lavoro, lui in base al tabulato ci deve dare… lui ci deve dare il tre per cento!” gli ho detto io… “io so che è di quattro, cinque milioni di euro…”». Le regole imposte dal locale di Siderno sono chiare: su ogni lavoro preso in appalto il 35 deve andare al clan. «Se è tre, è il tre… tre per tre novanta – dice il mastro – se poi è di cento o di cinquanta mila euro è un altro conto, però deve pagare il tre per cento, se non gli piace deve prendere e andarsene!… altrimenti gli scotulamu (testuale) su di lui”».

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

 

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