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Calabria cenerentola

Ma che Paese siamo riusciti a costruire? Ce lo domandiamo frequentemente in questi ultimi tempi, quasi a ricercare – tra le tante risposte possibili – quella che ci possa allontanare dallo spettro …

Pubblicato il: 14/11/2014 – 14:15

Ma che Paese siamo riusciti a costruire? Ce lo domandiamo frequentemente in questi ultimi tempi, quasi a ricercare – tra le tante risposte possibili – quella che ci possa allontanare dallo spettro di responsabilità che, purtroppo, ci coinvolge tutti, nessuno escluso. Siamo almeno coscienti di questo? Siamo consapevoli di non essere stati capaci di assumerci l’onere di modificare il modo di concepire la cosa pubblica? Di saper avviare il cambiamento e promuovere scelte epocali, sociali o politiche capaci di incidere radicalmente per il riscatto della Calabria? Ce ne accorgiamo, probabilmente, adesso che vediamo diradare quelle poche certezze che ci rimangono, assillati dal dubbio che oggi può essere anche tardi per riprenderci in mano ciò che ci appartiene, convinti che le conseguenze di quegli scellerati silenzi, delle connivenze, della mancata messa al bando della criminalità organizzata, stanno travolgendo la vita di tutti noi, e quel che è più grave, avranno conseguenze su quella dei nostri figli e dei nostri nipoti. A rappresentarci pragmaticamente questa realtà è stato l’Istituto nazionale di statistica (Istat) che ci ha fatto sapere che nel 2013 il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà per effetto della grave deprivazione materiale e per la bassa intensità di lavoro esistente. E ci dice che la metà delle famiglie ha percepito, nel 2012, un reddito netto non superiore a 24.215 euro l’anno (circa 2.017 euro al mese), ma che nel Sud e nelle Isole il 50% delle famiglie percepisce meno di 19.955 euro (circa 1.663 euro mensili). Deprivazione, infatti, significa che le famiglie non possono affrontare una spesa imprevista di 800 euro, non possono riscaldare adeguatamente l’abitazione, sono in arretrato con le bollette. Il numero fa certamente paura visto che supera anche di ben 5,1 punti percentuali la media europea. La povertà si concentra in particolare nelle famiglie monoreddito, con tre o più figli e con un titolo di studio basso. Vivendo in una regione del Sud diventa prioritario scorrere i dati che riguardano la Calabria e così si apprende che la nostra regione è penultima, dopo la Sicilia, per povertà relativa con il 32,4 per cento (era il 27,4% solo nel 2012). Tutto ciò si spiega con un tasso di disoccupazione che negli ultimi anni ha toccando record storici e, contestualmente, con una pressione fiscale maggiore rispetto al resto del Paese. Nel caso in cui siano sfuggiti ai candidati, magari perché distratti dalla campagna elettorale, dei dati che l’Istat ha pubblicato lo scorso 30 ottobre, riteniamo importante ricordare quelli più significativi, distinti per provincia, a cominciare dalla disoccupazione che a Catanzaro è del 21,07%, a Cosenza del 23,38%, a Crotone del 25,53%, a Reggio del 21,07% e a Vibo del 21,07%. Ma anche che l’occupazione riferita al secondo trimestre dell’anno in corso ha riguardato solo 540 persone nella provincia di Catanzaro, 890 a Cosenza, 230 a Crotone, 30 a Reggio e 450 a Vibo. Dati assolutamente irrilevanti rispetto alle migliaia di persone che hanno perduto il posto di lavoro. Così come il reddito procapite che, con l’eccezione di Crotone (+ 6,2%) e di Vibo (+6,6%), continua a mantenere il segno negativo: -1,8% a Catanzaro, -5,6% a Cosenza e -4,9% a Reggio. Dunque, una Calabria cenerentola che continua a produrre disoccupati in misura maggiore rispetto al resto del Paese. L’Istat indica la strada per risalire la china e suggerisce alle amministrazioni locali di assumersi l’impegno di rilanciare tutti i settori dell’economia, prevedendo maggiori risorse per aumentare il consumo delle famiglie, soprattutto di quelle che contano la presenza di figli minorenni e di anziani. Riuscirà il nuovo governo regionale che sarà eletto tra pochi giorni, a seguire il suggerimento? A sentire i candidati non ci sono dubbi, sarà fatto. I calabresi però, e non solo quelli disincantati, ritengono che nulla cambierà e che la storia è destinata a ripetersi perché il difficile sopraggiunge sempre dopo, quando si tratterà di tradurre le promesse in fatti concreti per di più dovendo fare i conti con la povertà che incalza. E, come se non bastasse, da Roma giungono notizie poco confortanti: il governo Renzi si appresta infatti a operare un taglio di otto miliardi al Sud. I calabresi avrebbero voluto che questi argomenti fossero prioritari nella campagna elettorale di chi si propone di governare la Regione. Ma, forse, parte della responsabilità riguarda anche gli elettori che non hanno saputo, negli anni, far sentire il fiato sul collo a coloro che, a spese della collettività, siedono nel Palazzo e godono di tanti privilegi. Comunque sia, è sperabile almeno che il giorno delle elezioni ci ricorderemo, nel segreto dell’urna e prima di segnare la scheda elettorale, delle promesse fatte da ciascun candidato, sapendo che questa volta la Calabria non può sbagliare. Dire basta all’antica pratica della clientela elettorale può essere veramente l’ultimo appuntamento con la rinascita di questa terra. È auspicabile che andando a votare ci si ricordi che sarà importante eleggere persone capaci di fare politiche incisive al fine di sollevare l’economia. Politiche che mettano la persona al centro dell’azione amministrativa, perché è indispensabile ripartire dal cittadino-soggetto allontanandosi sempre più dalla tendenza prevalente di muoversi nel segno dei gruppi di potere, mettendoci dentro anche quelli della ‘ndrangheta, i cui interessi confliggono sempre con quelli della società.

 

*Giornalista

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