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INSUBRIA | Le mani delle 'ndrine in Lombardia

REGGIO CALABRIA Vent’anni di ‘ndrangheta a Milano. È una fotografia, forse sconcertante del radicamento ormai strutturale delle ‘ndrine in Lombardia, quella scattata dall’operazione Insubria, l’ind…

Pubblicato il: 18/11/2014 – 11:00
INSUBRIA | Le mani delle 'ndrine in Lombardia

REGGIO CALABRIA Vent’anni di ‘ndrangheta a Milano. È una fotografia, forse sconcertante del radicamento ormai strutturale delle ‘ndrine in Lombardia, quella scattata dall’operazione Insubria, l’indagine diretta dai pm Paolo Storari e Francesca Celle, con il coordinamento del procuratore Ilda Boccassini, che questa mattina all’alba ha portato all’esecuzione di una misura cautelare per 40 persone. In tre sono finiti ai domiciliari, tutti gli altri in carcere, ma a impressionare non sono semplicemente i numeri, ma la linea di continuità che oggi è possibile tracciare fra gli odierni indagati e i protagonisti di una delle prime operazioni contro le ‘ndrine in Lombardia, “Fiori nella notte di San Vito”. All’epoca – era il 1994 – in carcere erano finiti gli uomini del clan Mazzaferro, pionieri delle velleità autonomistiche dalla casa madre calabrese, che avrebbero dato vita all’embrione della struttura della “Lombardia”, poi svelata dall’operazione “Infinito”. Vent’anni dopo, l’operazione “Insubria” ha spedito dietro le sbarre vangelisti e sgarristi dei quegli stessi locali di ‘ndrangheta – Fino Mornasco, Calolziocorte, Cermenate – disarticolati nei primi anni Novanta, che, una volta cessata di scontare la condanna, hanno ripreso i contatti e rivitalizzato il sodalizio. Un dato che non solo conferma l’affermazione della Suprema corte – secondo cui «la ‘ndrangheta è una associazione mafiosa che richiede ai partecipi la loro definitiva adesione fino a quando non abiurino o vengano a morte» –, ma soprattutto che le ‘ndrine sono entrate da tempo nel tessuto sociale connettivo della Lombardia, di cui oggi a pieno titolo fanno parte. «La ‘ndrangheta – sintetizza il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – è radicata nel territorio lombardo, cioè ne costituisce una presenza stabile e costante. Ciò ovviamente ne determina una forma di visibilità e riconoscimento. Si è pertanto superata la logica della infiltrazione, intesa come sporadico inserimento dei mafiosi in traffici illeciti e ad essa è subentrato il radicamento. Alla logica degli affari è stata affiancata la logica della appartenenza; al modello di azione tendente al profitto si è unita a una modalità operativa finalizzata all’esercizio del potere; agli interessi individuali delle singole “locali” e dei singoli appartenenti si sono affiancati gli interessi collettivi dell’ organizzazione criminosa». Un’evoluzione che ha trasformato qualitativamente la presenza della ‘ndrangheta in Lombardia, facendo sì che i clan non fossero un’escrescenza estranea, ma un elemento ormai integrato nella società, nell’economia, nella politica lombarda, pur se sempre dipendente dalla casa madre calabrese. Per i locali di Fino Mornasco, Calolziocorte, Cermenate, il riferimento al sud era Giffone e il suo locale di ‘ndrangheta, di cui Giuseppe La Rosa, detto Peppe la mucca – fra gli arrestati di oggi – era la massima espressione. Ed è proprio ricostruendo l’organigramma di rapporti, relazioni e interessi di La Rosa, che gli inquirenti sono riusciti a ricostruire vent’anni di radicamento dei Locali di ‘ndrangheta in Lombardia, grazie anche a un sistema di intercettazioni a tappeto, che ha portato gli investigatori a monitorare 111 utenze e 24 luoghi di interesse. Circostanza temuta dagli uomini dei clan, che già in passato hanno pagato con arresti e condanne la poca cautela nelle comunicazioni. «Succede – racconta l’anziano capolocale di Fino Mornasco, Michele Chindamo – che da questa riunione avevano tutto registrato… microspie…capisci… i cellulari sono… io dico… ho in tasca un cellulare… è come avere in tasca un carabiniere… oggi come oggi… non… di cui oggi come oggi… questa qua era la Boccassini… il pubblico ministero che ha fatto il blitz all’epoca». Un incubo per i clan già all’epoca dell’operazione “Notte dei fiori di San Vito”, un incubo oggi che con “Insubria” ha riportato in carcere molti degli esponenti dei clan arrestati all’epoca. Ed è proprio ascoltando la viva voce di questi esponenti storici delle ‘ndrine lombarde che gli inquirenti hanno captato forse la definizione più precisa del radicamento della ‘ndrangheta al Nord «La musica può cambiare – dice Chindamo – ma per il resto siamo sempre noi, non è che cambia, noi non possiamo mai cambiare». Una dichiarazione che per il gip Luerti non soltanto esprime «la rassegnata accettazione di un ineluttabile destino criminale», ma soprattutto attesta la tragica disperazione immanente all’immobilismo di un fenomeno criminale che non solo non può, ma soprattutto non vuole, cambiare. Un fenomeno che costringe investigatori e magistratura a tornare sugli stessi passi e negli stessi luoghi in cui più volte e con notevoli risultati si è operato il contrasto alla ‘ndrangheta calabrese, da decenni ormai infiltrata ed anzi radicata in Lombardia.

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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