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Processo alla cosca Ascone: 17 condanne, un assolto

REGGIO CALABRIA Il lungo applauso polemico proveniente dalle gabbie degli imputati, insieme a urla e improperi lanciati all’indirizzo della pubblica accusa, è forse la prova più tangibile e concret…

Pubblicato il: 02/12/2014 – 21:26
Processo alla cosca Ascone: 17 condanne, un assolto

REGGIO CALABRIA Il lungo applauso polemico proveniente dalle gabbie degli imputati, insieme a urla e improperi lanciati all’indirizzo della pubblica accusa, è forse la prova più tangibile e concreta del pesantissimo colpo assestato dal pm Roberto Di Palma con il procedimento All Inside 3, scaturito dall’inchiesta che per la prima volta ha inchiodato, e fatto giudiziariamente riconoscere come tale, il clan degli Ascone, famiglia mafiosa nota a Rosarno anche per la sanguinosa faida di cui è stata protagonista, ma la cui esistenza fino ad oggi non era mai stata affermata con una sentenza. Fatta eccezione per l’assoluzione di Orlando Galatà, cui veniva contestata solo una rapina, sono pene pesantissime e tutte in linea con la richiesta del pm Di Palma, quelle rimediate dagli imputati cui veniva contestata a vario titolo l’appartenenza all’associazione mafiosa. Anche considerata la diminuente di un terzo prevista dal rito, incassa 12 anni e 8 mesi Vincenzo Ascone, mentre è di 11 anni e 4 mesi la pena inflitta a Salvatore Ascone. Dieci anni e quattro mesi vanno invece a Michele Ascone, mentre è di 10 anni la pena inflitta ad Antonio Ascone. Per Francesco Ascone il gup ha stabilito invece una condanna a 9 anni, mentre dovrà scontare 8 anni e 8 mesi di carcere Aldo Nasso. È di otto anni di reclusione la condanna rimediata da Damiano Furuli, mentre dovrà scontare 7 anni 9 mesi e 10 giorni Alessandro Ascone. Il gup ha inoltre deciso di punire con una condanna a 7 anni e 4 mesi anche Gioacchino Ascone, Damiano Consiglio e Angelo Giordano, mentre è di 7 anni la pena rimediata da Carmela Fiumara e Francesco Fiumara. Vanno invece 6 anni e 4 mesi a Rocco Furuli e Vincenzo Fiumara, mentre è di 4 anni di carcere la pena inflitta a Giuseppe Bonarrigo, che risponde di rapina aggravata dalle modalità mafiose.
A richiamare l’attenzione degli inquirenti sul gruppo, considerato satellite dei Bellocco – ha spiegato il pm in sede di requisitoria – è stata la lunga scia di sangue iniziata con l’omicidio dei fratelli Maurizio e Domenico Cannizzaro, freddati nel febbraio 1999 da assassini ancora senza un volto, e culminata con quelli di Domenico Sabatino, uomo del clan Pesce, e di Vincenzo Ascone, uomo di fiducia di Giuseppe Bellocco. Ma non solo. Dietro All Inside 3 – ha affermato il sostituto procuratore, veterano delle indagini sui clan della Piana di Gioia Tauro – c’è stata anche un’intuizione investigativa che attraverso la lettura di quei fatti di sangue e della reazione che ad essi hanno avuto i componenti della famiglia Ascone ha portato gli inquirenti a delineare la struttura organizzativa e il modus operandi di quello che secondo l’impostazione accusatoria è in tutto e per tutto un clan, intimamente connesso con i Bellocco. Una definizione cui il pm Di Palma è arrivato attraverso un’esposizione rigorosa delle circostanze contestate ai diciotto imputati che rispondono a quegli indici come la forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento e di omertà che per la Cassazione provano l’esistenza di una cosca mafiosa. Un passaggio fondamentale, necessario per delineare il perimetro criminale della famiglia Ascone, che per i magistrati è un’organizzazione rigidamente strutturata, in cui ogni componente della famiglia – incluse le donne – ha un ruolo e un compito preciso, che svolge con ferocia e convinzione. A rappresentarlo plasticamente è probabilmente la figura di Carmela Fiumara, moglie di Antonio Ascone, ritenuto massimo elemento di vertice della consorteria, e madre di Vincenzo e Michele. La donna non solo mantiene i rapporti con i detenuti, ma è l’unica autorizzata a gestire i contatti con Rocco Ascone, cugino del marito ed esponente di spicco delle ‘ndrine lombarde, quando si precipita in Calabria per verificare la possibilità di una soluzione alla faida. Ed è lei e solo lei a riferire al cugino del Nord, la direttiva di cercare di capire, di prendere tempo, che il marito le ha consegnato durante il colloquio in carcere. Una decisione che Antonio Ascone non ha preso in autonomia, ma confrontandosi con la compagna che – dimostrano le intercettazioni – si è mostrata ancora più fredda, cinica e determinata di lui nei momenti più cruenti della faida, guadagnandosi sul campo un ruolo di capo, che oggi le è costata una severa condanna.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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