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Meta, la nuova 'ndrangheta dei De Stefano

REGGIO CALABRIA «Le emergenze probatorìe sinora esposte e dettagliatamente ripercorse dal colonnello Giardina nel corso della sua lunga deposizione dibattimentale, nella loro complessità, oltre a p…

Pubblicato il: 12/12/2014 – 18:44
Meta, la nuova 'ndrangheta dei De Stefano

REGGIO CALABRIA «Le emergenze probatorìe sinora esposte e dettagliatamente ripercorse dal colonnello Giardina nel corso della sua lunga deposizione dibattimentale, nella loro complessità, oltre a permettere
di addivenire, in data 18 febbraio 2008, all’arresto di Condello Pasquale che, per anni, era riuscito a sottrarsi alla cattura, hanno consentito di individuare, dunque, una granitica struttura criminale, finalizzata al completo controllo territoriale dì Reggio Calabria, mediante l’acquisizione dì strutture economiche, anche avvalendosi dì contatti con esponenti politici che, in cambio di voti, hanno concesso posti di lavoro ai familiari di alcuni degli odierni imputati». Non meta, ma metà. Così il pm Giuseppe Lombardo in sede di requisitoria aveva di fatto tirato le fila della monumentale indagine Meta, che pur avendo condotto a un risultato rivoluzionario – l’affermazione in sede giudiziaria di una nuova concezione verticistica e unitaria della ndrangheta reggina, il cui direttorio è stato condannato a durissime pene detentive – di certo non esaurisce il lavoro da fare. Ma ne è il necessario presupposto.

SPUNTI PER IL FUTURO
«La ‘ndrangheta non finisce agli imputati di questo processo», aveva detto il pm Lombardo chiedendo la condanna di tutti, ma la lunga indagine – dibattimentale e predibattimentale – riassunta nelle motivazioni del collegio presieduto da Silvana Grasso, con Maria Teresa De Pascale e Natalino Sapone a latere, sembra lasciar intravedere più di uno spunto per indagini future. Inchieste destinate ad approfondire rapporti e relazioni di quella superassociazione svelata dall’indagine Meta «avente autonomia funzionale, strutturale e organìzzativa, composta dai vertici delle cosche cittadine più potenti, con a capo De Stefano Giuseppe, in qualità di “Crimine”, universalmente riconosciuto, in grado di imporre regole da tutti condivise e rispettate, di dare stabilità, di intervenire con potere coercitivo, nonché di rapportarsi con le istituzioni, la massoneria e la politica, i cui collegamenti in questo processo sono emersi allo stato embrionale e sono in corso di esplorazione investigativa in altri procedimenti».
Procedimenti come Archi-Astrea, Araba Fenice, Breakfast, il caso Scajola, che hanno progressivamente lasciato intravedere, quindi mostrato, quel “livello superiore” con cui il gotha delle ‘ndrine si rapporta e agisce «in rapporto sinallagmatico».

FOCUS SULLA POLITICA LOCALE?
Spunti inquietanti, che hanno allargato il campo d’indagine della Procura di Reggio anche a regioni, se non Paesi lontani, dove le ‘ndrine reggine hanno potuto operare pressoché indisturbate. O almeno così è stato fino al procedimento Meta, con cui gli inquirenti prima e i giudici poi non hanno posato i mattoni giuridici e investigativi necessari per seguirne le tracce, comprenderne le mosse e disinnescarne le strategie. Ma il procedimento prima e la sentenza Meta poi suggeriscono – forse – anche un’altra traccia, più epidermica e circoscritta, ma non meno inquietante, che ha a che fare con i contatti che molti degli imputati hanno avuto con nomi e volti noti della politica locale, a partire dall’ex sindaco e governatore Giuseppe Scopelliti.

LE ACQUISIZIONI SU SCOPELLITI
Nonostante per tali profili non sia mai stato indagato, il nome dell’ex sindaco appare più volte nelle oltre 2.400 pagine di motivazioni elaborate dal collegio. Appare quando viene evocata la sua partecipazione all’anniversario di matrimonio dei genitori dei fratelli Barbieri, condannati come imprenditori dei clan, come nelle lunghe conversazioni – ascoltate dagli investigatori – durante le quali Vincenzo Barbieri discuteva di pacchetti di voti – che sarebbero stati offerti in cambio di un posto di lavoro per la moglie Vincenza Musarella alla Reges – con l’allora consigliere comunale Manlio Flesca. Una questione cui l’allora sindaco non sarebbe stato estraneo se è vero, come i giudici affermano in sentenza, che «lo Zoccali aveva avuto un ruolo determinante in ordine all’assunzione di Musarella Vincenza, come del resto lo stesso sindaco Scopelliti».
Ma il nome dell’ex primo cittadino e governatore, finito nella polvere per il buco nero nei conti del Comune di Reggio Calabria, appare anche accostato a quello di personaggi del calibro del pentito Nino Fiume che per lui – riferiscono in diverse conversazioni – si sarebbe occupato di procacciare voti, mentre sarà il boss Cosimo Alvaro in persona – ascoltato dai Ros discutere delle imminenti consultazioni – ad affermare: «Forza zio Peppino, tra quindici giorni vediamo». E Peppino per gli inquirenti era l’allora sindaco, aspirante alla riconferma, Giuseppe Scopelliti.

GLI UOMINI DI SCOPELLITI
Ma molti sono anche gli uomini vicini – o almeno che tali erano all’epoca – all’ex governatore finiti fra le pagine della sentenza Meta. Oltre all’ex consigliere provinciale Michele Marcianò, di cui si riferiscono riunioni, manovre, incontri e passeggiate nel quartiere di Archi per procurarsi voti, all’ex consigliere comunale Peppe Agliano, di cui si riferiscono contatti e anche dissapori per il mancato appoggio con uomini del clan del calibro di Barbieri, c’è ad esempio, l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, pizzicato dagli investigatori non solo in contatto ma anche interessato ad affari con il boss Giulio Lampada. Con il boss, oggi condannato a 16 anni di reclusione, Sarra – nelle conversazioni richiamate in sentenza – discute di quello scalo aeroportuale che avrebbe dovuto essere inaugurato a Milazzo, in provincia di Messina e sul quale sia lui sia il boss sembrano voler mettere le mani. O quella finanziaria da 250 milioni di euro per la Calabria che – stando a quanto registrato dalla Mobile – sarebbe stata ottenuta da Sarra e sulla quale la cosca reclamava una adeguata “provvigione”.

LUCE SULLE REGOLE?
Esempi di una lunga carrellata di contatti, riferimenti, allusioni, che in sede di sentenza occupano pagine e pagine, ma che per molti dei politici citati non hanno – allo stato – significato alcun procedimento a carico. Almeno che si sappia. Di certo, però, alla luce dei punti fermi fissati con la sentenza Meta sembrano esserci le condizioni per chiarire quella “regola” spiegata in pubblica udienza da Nino Fiume, ex braccio destro dei fratelli Giuseppe e Carmine De Stefano, oggi pentito. Fiume riferisce quello che a lui ha spiegato Carmine De Stefano sui rapporti fra la ‘ndrangheta e la politica locale: «Noi come ‘ndrangheta ci dividiamo il 5%, i politici, in realtà, c’è un’altra mazzetta che oscilla fino a 10%, che si dividono tra di loro. Fin quando va tutto bene a loro, va bene a tutti, appena va male qualcosa, ci scaricano la colpa a noi. Questo è quello che mi disse Carmine De Stefano.

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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