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Sentenza Meta, rivoluzione nella concezione della 'ndrangheta reggina

REGGIO CALABRIA Che il procedimento Meta abbia segnato una svolta nella storia giudiziaria della lotta alla ‘ndrangheta e ancor prima nella concezione stessa dell’organizzazione, lo aveva chiarito …

Pubblicato il: 12/12/2014 – 3:33
Sentenza Meta, rivoluzione nella concezione della 'ndrangheta reggina

REGGIO CALABRIA Che il procedimento Meta abbia segnato una svolta nella storia giudiziaria della lotta alla ‘ndrangheta e ancor prima nella concezione stessa dell’organizzazione, lo aveva chiarito già in sede di requisitoria il pm Giuseppe Lombardo, che nel tirare le fila della monumentale indagine aveva voluto sottolineare un punto fermo e fino ad allora mai raggiunto: le ramificazioni, gli affari, la pervasività delle ‘ndrine oggi si devono a un cambiamento strutturale dell’organizzazione, emancipatasi da una concezione quasi tribale della divisione del territorio e dei rapporti fra clan, per approdare ad una struttura più moderna e funzionale alla soddisfazione degli appetiti di tutti, come allo sviluppo di più complesse e articolate relazioni. Una tesi rivoluzionaria che oggi diventa verità giudiziaria, messa nero su bianco nelle monumentali motivazioni – oltre 2400 pagine –  con cui il collegio presieduto da Silvana Grasso, con Maria Teresa De Pascale e Natalino Sapone a latere, ha sposato in pieno l’impostazione accusatoria del pm, già ratificata ormai quasi sei mesi fa con le pesantissime condanne distribuite tra gli imputati del procedimento Meta.

PER I GIUDICI E’ RIVOLUZIONE «Alla luce del sopra esposto materiale istruttorio, complesso ed articolato – si legge nelle motivazioni – si può affermare che nell’ultimo decennio si è progressivamente consolidato nel territorio cittadino – ricompreso tra Villa S. Giovarmi e Pellaro –con particolare riguardo alle attività predatorie di tipo estorsivo ed al settore degli appalti, un nuovo assetto criminale caratterizzato dalla nascita di un organismo verticistico di livello superiore rispetto alle singole cosche territorialmente competenti, che pur conservano la rispettiva operatività, composto da persone dotate dì peculiare prestigio criminale, strutturalmente autonomo con poteri normativi cogenti e di intervento all’interno di tutto il mandamento di centro, al di là dei confini territoriali tradizionali delle zone di influenza delle singole consorterie». Una struttura – in sintesi – che ha la propria massima espressione in quel direttorio di famiglie di cui Giuseppe De Stefano è il vertice operativo per quella carica di capocrimine che in passato era stata di Paolo De Stefano, e al figlio che ne è diventato erede è stata restituita dal superboss Pasquale Condello, soggetto che rimane al vertice nella scala gerarchia della struttura visibile della ‘ndrangheta reggina insieme a Giovanni Tegano, con il ruolo precipuo di saggio e dì paciere, e Pasquale Libri, cui è toccato anche il delicato compito di «custode e garante delle regole che il fratello Domenico Libri aveva contribuito a scrivere nel 1991 al termine della seconda guerra di mafia».
LA NUOVA STRUTTURA Un direttorio che rappresenta oggi la massima espressione della ndrangheta visibile, ma non esaurisce – come lo stesso pm Lombardo ha sottolineato nella rettifica del capo A di imputazione per il quale ha ottenuto la condanna di tutti gli imputati cui era contestato – la struttura dell’organizzazione. Al di sopra, c’è una componente invisibile «oggetto di altro procedimento» di cui quello stesso direttorio è presupposto operativo, indispensabile da individuare per poter poi accedere al livello superiore. Un direttorio – scrivono in maniera cristallina i giudici – frutto di «e un processo evolutivo di accentramento del potere decisionale nelle mani di pochi grandi capi così da poterdeterminare “a monte” le decisioni vincolanti, irradiandole a pioggia verso ì livelli inferiori di siffatta struttura gerarchìca, da un lato, e sì da poter relazionarsi con ambienti più elevati di tipo politico istituzionale, dall’altro lato, i cui soggetti, allo stato, sono in corso di esplorazione investigativa».

SUPERASSOZIAZIONE È questa – affermano i giudici «la superassociazione composta dai vertici delle consorterie mafiose più potenti della città di Reggio Calabria, venutasi a creare mediante la ”ricompattazione” di coloro che prima della guerra di mafia erano amici e dopo essersi scontrati in un devastante conflitto a fuoco si sono riavvicinati determinando il formarsi di nuove alleanze». Non si tratta dicono i giudici di una mera confederazione fra clan, ma di un’associazione in piena regola «dotata di autonoma esistenza sul piano antologico, giuridico e strutturale» e collocata «ad un livello gerarchicamente superiore rispetto alle singole cosche, che ha assunto la direzione, regolamentazìone, organizzazione delle attività criminali, ìnnanzitutto ordinarie, dell’intero mandamento dì centro».

 

RISCONTRI INEQUIVOCABILI Un organismo di vertice non solo raccontato nei dettagli da pentiti come Nino Fiume, Roberto Moio, Consolato Villani, Paolo Iannò, Carlo Mesiano, ma soprattutto dalla viva voce degli imputati, studiati, pedinati, intercettati in anni e anni di indagini e di lavoro, come dalle risultanze di vecchi procedimenti – come Testamento e Rifiuti – e dagli affari molto concreti che hanno dimostrato plasticamente l’azione del direttorio. Affari come quello delle partecipate, su cui la nuova struttura di vertice ha cementato non solo la pax mafiosa del 91, ma soprattutto i nuovi assetti che da essa sono scaturiti. Evoluzioni registrate in passato in altri procedimenti come Rifiuti e Testamento, che oggi per i giudici «trovano, quindi, consolidamento, conferma, strutturazione ed attualizzazione proprio alla luce delle emergenze di questo processo, allorché, da un lato, si perviene alla cattura del latitante Condello Pasquale all’interno di un’abitazione sita in Pellaro via Tortente Filicì II, in un territorio storicamente soggetto al potere di controllo del contrapposto schieramento destefaniano, dall’altro lato, il giovane De Stefano Giuseppe, che “ha cambiato tutte le regole … per cui ora non si vapiù in giro … il vestito te lo pago … ma a fine mese mi restituisci tutto con gli interessi… “come riferito da Chirico a Pellicanò, nel 2001 viene investito della carica di “Crimine”, con il previo placet di Condello Pasquale, che gli colloca al fianco come braccio destro operativo Condello Domenico, detto “gingomma”.

UN’EVOLUZIONE STUDIATA Una riorganizzazione in senso verticistico e unitario né casuale, né autonoma, ma coscientemente mirata – spiega il collegio –a «superare quella frammentazione tanto lamentata da Giglio Mario nelle intercettazioni captate nell’ambito dell’indagine relativa ai “Lampada – Valle” – proiezione milanese della cosca Condello – allorché denunciava la circostanza che quando un imprenditore del Nord doveva venire a Reggio Calabra per affari era costretto a re!azionarsi con tante persone, mentre occorreva individuare un unico referente. E l’accentramento del potere nelle mani di capi di indiscussa caratura criminale, unanimemente riconosciuta, consente all’associazione mafiosa di acquisire forza, potere e prestigio anche nei rapporti con l’esterno». Conclusioni lapidarie che per il collegio in nulla vengono scalfite «né dalle dichiarazioni generiche e palesemente inverosimili rese da De Stefano Giuseppe», né dagli altri testi con cui le difese hanno cercato di disinnescare le accuse rivolte ai propri assistiti, anche – sottolinea il collegio – «tutti gli appartenenti alla ‘ndrangheta sono in grado dì conoscere ciò che avviene ai livelli apicali, atteso che, al contrario, uno dei principi cardine di tale associazione di stampo mafioso è rappresentato proprio dal fatto che ciascun membro può conoscere solamente ciò che gli compete in relazione al grado ed alla posizione criminale che occupa all’interno dell’organizzazione, non dovendosi neppure permettere di chiedere ovvero di interessarsi di vicende ultronee ai limiti dì propria ”competenza”».

 

NDRANGHETA SPA Per i giudici, in sintesi, la nuova realtà criminale – non più a conduzione familiare, ma societaria – è dunque «per un verso dall’ applicazione di
rigidi criteri spartitori, incompatibili con scelte discrezionali dei singoli individui o persino dei singoli gruppi familiari e che non consentono di accontentarsi della semplice regalìa da parte del commerciante o del gesto di rispetto di questi nei confronti dell’associato, ma che esigono l’imposizione del pagamento sistematico di somme di denaro senza sconti per alcuno;per altro verso dall’utilizzo di una nuova strategia criminale, che evita una pericolosa esposizione dei sodali attraverso esplicite richieste estorsive». Una concezione che si pone in linea e supera quella della Cosa nuova, frutto dell’intuizione degli inquirenti ma mai provata processualmente nell’ambito del procedimento Olimpia. Indagine che il Tribunale ha richiamato in maniera ampia e approfondita per poi concludere che rispetto a quel procedimento , il “novum” emerge « nella strutturazione di un organismo decisionale di tipo verticistico, all’esito di un iter evolutivo costellato dì alleanze, accordi, frizioni, fibrillazioni». Diverso dalla Cosa nuova descritta in Olimpia, di cui in parte è però idealmente l’evoluzione, il direttorio è il perno attorno a cui ruotano uomini e affari, «rappresenta un qualcosa di molto diverso, avendo come finalità quella di coordinare e dirigere la gestione in via, ordinaria e costante, di tutte le attività delittuose consumano nel mandamento di centro (in particolare il capillare taglieggiamento di commercianti ed imprenditori ed il controllo del settore degli appalti pubblici), evitando il sorgere di conflitti, imponendo un controllo accentrato dall’alto».

 

Alessia Candito

a. candito@corrierecal.it

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