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Economia sommersa

Quanta acqua sotto i ponti è passata da quando Emilio Argiroffi, prima esponente della Cgil, comunista e poi senatore della Repubblica, girava le piazze dei trentatrè comuni della Piana, per i suoi…

Pubblicato il: 14/01/2015 – 18:06

Quanta acqua sotto i ponti è passata da quando Emilio Argiroffi, prima esponente della Cgil, comunista e poi senatore della Repubblica, girava le piazze dei trentatrè comuni della Piana, per i suoi coinvolgenti comizi, quelli che valeva la pena ascoltare, anche se eri di parte avversa. E i suoi, erano concetti sempre nuovi, ma tutti mirati a combattere la piaga del caporalato, che, in quegli anni, imperversava in quelle zone e sempre per gli stessi motivi. Solo che allora a essere imbarcati su sgangherati camioncini erano poveri braccianti pianigiani, oggi si tratta di immigrati di tutti i colori. Giravano i cosiddetti caporali a raccogliere agli angoli delle piazze povere donne e miseri braccianti per essere (tras)portati in zone cariche di olive, pomodori, arance. Partivano la mattina all’alba e facevano rientro la sera, all’imbrunire. Dieci ore di lavoro ininterrotto per poco più di un tozzo di pane. Ed Emilio Argiroffi perdeva la voce, il tempo, faceva fatica nel tentativo di convincere che la piaga del caporalato non poteva appartenere all’Italia – e alla Calabria – degli anni 60-70. Era questione di dignità, da un lato, e di mortificazione dall’altro. Solo al vedere ammassate giovani e anziane donne, uomini rinsecchiti dal freddo e dalla fame, ti veniva la pelle d’oca. Noi studenti li vedevamo ogni mattina salire su questi camioncini cadenti, seduti per terra, al vento e alla pioggia,perché dovevano raggiungere la destinazione di lavoro. Li vedevamo perché noi, alla stessa ora, prendevamo l’autobus – guai a parlare di pullman – per raggiungere la città più vicina (Rosarno, Gioia Tauro o Nicotera) per frequentare le scuole medie, il liceo, il tecnico. Dapprima non riuscivamo a capire, poi qualcuno ci ha spiegato cos’era un caporale o cos’era lo sfruttamento degli operai. Guai a fiatare se qualcuno veniva maltrattato. Il caporale non aveva nulla da perdere a far scendere una o più persone in mezzo alla strada, se la lavoratrice avesse subìto uno sgarbo. Doveva stare zitta, perché aveva da portare qualche centinaio di lire a casa, a fine settimana, per sfamare la famiglia. Oggi, le cose non sono cambiate di molto, certo non c’è paragone possibile rispetto agli anni della mia gioventù. Non dimenticherò mai le lacrime di molte di loro, solo qualcuno era più spensierato e riusciva a canterellare, per non essere costretto all’umiliazione delle lacrime, di fronte a tutti.
Oggi, ti accorgi che le cose sono cambiate perché ai crocicchi delle strade, in attesa che qualche caporale li recluti per una giornata di lavoro, vedi solo immigrati. I calabresi, grazie a Dio, non lo fanno più. Stanno meglio e hanno maggiore consapevolezza, rispetto al passato. E come allora c’era la persona di servizio, dello stesso paese che lavorava in casa tua, con amore e senza vergogna, oggi questo non si fa più. Ecco il fenomeno delle badanti o delle collaboratrici familiari ucraine, polacche, rumene, che spopolano in tutta la Calabria. Scorrendo, grazie a Emanuele Imperiali, le pagine del rapporto su caporalato e agromafie dell'”Osservatorio Placido Rizzotto”, si nota che, a essere maggiormente nel mirino di questi individui senza scrupoli, spesso legati a gruppi malavitosi, sono gli extracomunitari, in particolare quelli senza permesso di soggiorno, i quali sono più esposti al ricatto. Le loro condizioni di vita sono a dir poco terrificanti. Basta guardare le tendopoli della piana di Gioia Tauro, direttamente o attraverso le televisioni pubbliche o private. Manca l’acqua, la luce, il gas, i letti, il bagno, un frigorifero o una stufa. Gli animali, c’è da giurarlo, stanno meglio, perché i loro proprietari sono impegnati nel loro allevamento, abbastanza costoso, per avere la giusta remunerazione al momento della vendita. Questi “sventurati della pelle nera”, finita la raccolta di mandarini, arance o tangeli, vengono ributtati in mezzo alla strada, da dove, a piedi, fanno ritorno alla tendopoli.
Il giro d’affari connesso alle agromafie, secondo il sindacato di categoria della Cgil, in tutto il Meridione, si aggira tra i 12 e i 17 miliardi, che rappresentano il 5-10 per cento dell’intera economia criminale. È assai triste, credetemi. Un fenomeno che è solo un vero e proprio commercio delle braccia, gestito verosimilmente da italiani o da stranieri delegati che operano, si ha motivo di ritenere, al nero, con forza lavoro a basso costo e a zero diritti, nella maggior parte dei casi. Anche perché, soprattutto quelli che lavorano nel settore agricolo, sono sottoposti a frequenti spostamenti da una regione all’altra, a seconda della stagionalità delle colture. Si tratta, in tutto il Sud, di almeno 400mila persone. Le parole, a Rosarno come a San Ferdinando, si sprecano, molto meno di quelle di Argiroffi, un politico-scrittore agguerritissimo, anche medico, al quale si rivolgevano gli “sventurati della raccolta” per godere a gratis delle cure mediche.
Sono passati oltre vent’anni dall’omicidio di Jerry Masslo, il bracciante ucciso a Villa Literno, ma l’economia sommersa non è stata sconfitta. Anzi. I caporali continuano a sfruttare queste donne e questi uomini, facendoli lavorare – quando va bene – per più di nove ore al giorno nelle campagne e nei cantieri, con un salario di 25 o 30 euro quotidiani, dai quali occorre detrarre finanche il trasporto o una bevanda o un panino. Per capir meglio la questione, che è davvero da quarto mondo, bisognerebbe entrare nei loro tuguri e scappare imprecando. Io sono andato dal parroco della zona per sollecitare un pasto caldo. Lo hanno fatto anche altri, ma sempre pochi rispetto alle necessità. Si vede che la voce di Papa Francesco, da queste parti, non arriva. O è flebile, se si fa eccezione per quel che fanno don Pino De Masi e pochi altri.
Non è giusto! O no?

 

*giornalista

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