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Processo Cacciola, c'è un nuovo pentito

REGGIO CALABRIA Dichiarazioni de relato ma presumibilmente comunque in grado di confortare quanto già messo a verbale dall’avvocato Vittorio Pisani sul conto del collega Gregorio Cacciola. Filtra a…

Pubblicato il: 16/01/2015 – 16:25
Processo Cacciola, c'è un nuovo pentito

REGGIO CALABRIA Dichiarazioni de relato ma presumibilmente comunque in grado di confortare quanto già messo a verbale dall’avvocato Vittorio Pisani sul conto del collega Gregorio Cacciola. Filtra ancora molto poco sulle rivelazioni del nuovo pentito gestito dalla Dda di Roma che il pm Giovanni Musarò ha chiesto che fossero messe agli atti del procedimento che vede alla sbarra l’avvocato Gregorio Cacciola, accusato di aver indotto la testimone di giustizia Cetta Cacciola a ritrattare le dichiarazioni rese ai magistrati della Distrettuale reggina nel corso della sua breve collaborazione, su mandato del clan Bellocco.
Ex chirurgo originario di Gioia Tauro – stando a quanto per adesso è dato sapere – Marcello Fondacaro, che da qualche mese ha iniziato un percorso di collaborazione, avrebbe appreso notizie in grado di confortare le accuse formulate dalla Dda reggina a carico di Cacciola. Residente da anni ad Ardea, l’ex chirurgo è stato incastrato da Roberto Pennisi, sostituto della Dna, un tempo in forza alla procura di Reggio Calabria, che nei primi anni Duemila si è intestardito sulla necessità di approfondire indagini e ruolo di medico nonostante la distanza troppo vicino ai Piromalli-Molè, all’epoca uniti in un unico clan, per non destare sospetti. E proprio come medico a disposizione del potente clan della Piana, Marcello Fondacaro è finito in mezzo all’indagine “Tempo”, nell’ambito della quale ha rimediato una condanna a sette anni per associazione mafiosa. Circostanze poi confermate dall’indagine “Porto” del sostituto procuratore Roberto Di Palma, secondo cui il chirurgo sarebbe stato parte integrante del clan almeno fin dal 1993. Un dato che ha permesso ai magistrati di chiedere e ottenere la confisca del suo immenso patrimonio, inclusa la rete di cliniche, laboratori analisi,case di cura e riposo che nel tempo ha costruito.
Per i giudici si tratta di «un uomo cui si poteva ricorrere per ottenerne certificazioni di favore con le quali ottenere indebitamente vantaggi contributivi, per farne uno strumento di pressione indebita nei confronti di tutti i soggetti che a vario titolo potevano influire sulla sorte carceraria di Antonio Molè, per rendere più facile l’approvvigionamento di armi da parte di Domenico Stanganelli», elemento di punta del clan. Ma non solo. Prima del suo arresto, Fondacaro sedeva sul trono di un vero e proprio impero economico, costruito anche grazie alla regione Calabria e al servizio sanitario nazionale. Per i magistrati, che nel 2010 lo hanno accusato formalmente anche di truffa aggravata, le società fittiziamente intestate a terzi ma a lui riconducibili a Fondacaro, erano funzionali non solo ad eludere le misure di prevenzione patrimoniali, ma soprattutto ad ottenere indebite erogazioni dal Servizio Sanitario Nazionale e dall’Asp di Reggio Calabria dal 1998 al 2008. Anche per questo nel 2011, il Tribunale di Reggio Calabria ha disposto la confisca dei beni argomentando: «L’esame del compendio posto all’attenzione del collegio ha messo in luce circostanze ed elementi di fatto che, letti unitariamente, consentono di ritenere che il Fondacaro sia tuttora soggetto socialmente pericoloso in quanto abitualmente dedito a traffici delittuosi e che vive almeno in parte con i proventi di tali attività delittuose».

 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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