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La scalata di don Rocco tra mafia e politica

REGGIO CALABRIA Quella di don Rocco Musolino è in tutto e per tutto un’impresa mafiosa, cioè «una realtà aziendale il cui consolidamento ed esponenziale espansione è stata agevolata e sostenuta fin…

Pubblicato il: 16/07/2015 – 8:16
La scalata di don Rocco tra mafia e politica

REGGIO CALABRIA Quella di don Rocco Musolino è in tutto e per tutto un’impresa mafiosa, cioè «una realtà aziendale il cui consolidamento ed esponenziale espansione è stata agevolata e sostenuta fin dall’inizio dall’organizzazione mafiosa che dominava incontrastata il territorio di riferimento in un circuito perverso di illecite cointeressenze tra il Musolino e il socio in affari Francesco Serraino». È lapidaria la motivazione con cui la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria ha disposto la confisca dell’immenso patrimonio del “re della montagna” Rocco Musolino, per tutta la vita sfuggito a misure cautelari personali, ma a un mese dalla morte spogliato dell’intero impero economico. Alla base del provvedimento – mette nero su bianco il tribunale, c’è «un quadro probatorio a carattere sì indiziario ma solido e concludente e per nulla debole» che per i giudici è «del tutto coerente alla caratura e levatura mafiosa del Musolino che non ha avuto bisogno di manifestarsi concretamente attraverso estorsioni o altre forme di violenza o minaccia esplicita, proprio in ragione del ruolo sin da subito ritagliatosi all’interno della cosca Serraino e del repentino potere economico conquistato che ne ha accresciuto il potere “mafioso” e il controllo economico del territorio di Santo Stefano d’Aspromonte oltrechè della posizione baricentrica via via assunta tra le consorterie che dominano il territorio della Provincia reggina anche grazie -si ribadisce- ai suoi legami privilegiati con il mondo politico e giudiziario».

 

LA STRAORDINARIA ASCESA DEL RE DELLA MONTAGNA Tutti elementi desunti dalle dichiarazioni dei pentiti, come dalle risultanze di vecchie indagini, che fin dal 1985 documentano la straordinaria e curiosa affermazione di Francesco Serraino, boss della montagna e socio storico di Musolino, grande mattatore di appalti e licitazioni private “immancabilmente” a lui affidate – si legge nelle carte – dopo gare sempre andate deserte. Uno straordinario successo di cui da sempre ha beneficiato Musolino, che proprio «grazie alla “copertura” mafiosa della cosca Serraino ed al suo inserimento sin da subito in quel sistema in cui la libera concorrenza era fortemente vulnerata dalla strategia di ricerca del potere economico e di controllo del territorio dell’associazione mafiosa» – si legge nelle carte – mai ha subito danneggiamenti o intimidazioni. Ma le ‘ndrine – affermano gli investigatori e conferma il Collegio – hanno drogato anche le forniture pagate da Regione Calabria, che nel triennio ’86-’88 ha versato oltre tre milioni di euro al re della montagna «”pilotati” dalle aderenze mafiose dei direttori dei lavori e capi operai che avevano in mano il sistema Calabria del settore forestale».

LA CHIAVE DEL SUCCESSO Tutti elementi messi insieme dagli investigatori di Carabinieri e Dia mettendo insieme le risultanze di decenni di indagini che hanno lambito, sfiorato o coinvolto il “re della montagna” e che per i giudici sono la prova che «la crescita dell’attività imprenditoriale boschiva del Musolino e l’accumulo di ricchezza da parte di quest’ultimo sia stata concretamente agevolata dalla sua appartenenza alla ‘ndrangheta storicamente egemone nel territorio e che gli ha garantito – attraverso la forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e omertà del vincolo associativo – la possibilità di affermarsi e di espandere la sua impresa e di conseguire un rilevantissimo volume d’affari attraverso l’alterazione del sistema di libera concorrenza quale effetto naturale del clima di intimidazione ed assoggettamento derivante dalla presenza mafiosa». Traduzione, la chiave dello straordinario successo imprenditoriale di don Rocco Musolino è stata la ‘ndrangheta, che gli ha regalato una «posizione di mercato che altrimenti non avrebbe acquisito, consentendogli altresì di aggiudicarsi commesse nel settore delle forniture alla Regione Calabria in un sistema quale quello sopra delineato che favoriva l’ infiltrazione mafiosa e per reimpiegare le somme così guadagnate in altre attività e/o investimenti anche di interesse della consorteria».

IMPUNITÀ DETTATA DALLA CONNIVENZA ISTITUZIONALE
Un quadro devastante anche per le istituzioni calabresi, finite di fatto per essere terra di conquista dei clan, ma anche per la magistratura, per decenni impotente di fronte a un re divenuto tale grazie «grazie ai rapporti stabili e reciprocamente vantaggiosi dallo stesso cercati e abilmente coltivati con la locale criminalità organizzata, dando luogo ad una forma di contiguità stabile, pregnante ed altamente allarmante, che, da un lato, ha determinato la fortuna imprenditoriale del Musolino, dall’altro ha consentito alla ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulle attività economiche della zona e di lucrare attraverso le stesse, per cui l’azienda da lui costruita e l’attività da lui svolta non sono il risultato dell’incontro tra uno straordinario talento imprenditoriale e le occasioni del libero mercato, quanto il frutto dei suoi duraturi ed intensi legami con la ‘ndrangheta». Legami, contatti e affari rimasti impuniti – ammettono i giudici – «grazie ai suoi contatti privilegiati con il mondo politico e giudiziario che sfruttava per fare favori ed accrescere cosi il suo peso all’interno della ‘ndrangheta».

 

NIENTE FIORE SE C’È IL RE Contatti e relazioni grazie ai quali don Rocco Musolino si è costruito nel tempo una posizione “baricentrica” negli equilibri criminali reggini, che dagli anni 80 ad oggi è rimasta immutata. Lo dimostrano – ad esempio – le conversazioni intercettate e finite al centro del procedimento Araba Fenice, che documentano come persino il clan Latella si ritiri in buon ordine – «se non c ‘è Musolino nel mezzo, noi vogliamo questo fiore (fon). Se c ‘è Musolino, non vogliamo sapere niente» dicono al titolare dell’impresa edile che stava edificando nella zona di loro influenza – di fronte al re della montagna, rinunciando alla consueta “tassa di sicurezza”. Per questo – concludono i giudici – «è logico ritenere che qualunque anno di gestione della sua impresa e qualsiasi rapporto giuridico avviato con terzi hanno risentito a suo vantaggio esclusivo della posizione di supremazia derivante al Musolino dalla “copertura” mafiosa di cui ha da sempre goduto, affiancandosi egli al Serraino nelle sue attività economiche fino a divenirne consigliere e fondamentale finanziatore delle attività illecite della consorteria mafiosa attraverso il reimpiego di quei redditi imprenditoriali già inquinati dal metodo mafioso».

 

Alessia Candito

a.candito@corrierecal.it

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