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Il delitto Di Leo e gli interessi sulla zona industriale di Maierato

LAMEZIA TERME I gradi di killer Domenico di Leo aveva cominciato a conquistarli fin da giovanissimo. Come emerge dalle indagini condotte dai carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia e d…

Pubblicato il: 13/01/2016 – 13:56
Il delitto Di Leo e gli interessi sulla zona industriale di Maierato

LAMEZIA TERME I gradi di killer Domenico di Leo aveva cominciato a conquistarli fin da giovanissimo. Come emerge dalle indagini condotte dai carabinieri del comando provinciale di Vibo Valentia e dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Camillo Falvo, Domenico Di Leo entrò a far parte del clan di Sant’Onofrio sin da quando lo stesso era capeggiato dal defunto boss Vincenzo Bonavota, tant’è che durante il conflitto armato, verificatosi tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del ’90, con la cosca capeggiata da Rosario Petrolo, partecipò attivamente ad azioni tendenti all’eliminazione fisica di soggetti della ‘ndrina rivale. Di Leo si era inserito nella cosca anche attraverso legami di parentela, sposando la figlia di Antonio Bonavota. Ma i dissidi interni, quando si rompe il cerchio della fiducia all’interno di un gruppo, non lasciano scampo: Domenico Di Leo, meglio noto come “Micu i Catalanu”, doveva morire. Nei suoi confronti venne organizzato un vero e proprio raid punitivo.



45 COLPI CONTRO UN UOMO SOLO Alle 2:30 del mattino del 12 luglio 2004 Di Leo stava rientrando a casa dall’ospedale di Vibo Valentia. Aveva fatto visita a sua cognata Anna Bonavota, sorella di sua moglie. Ad attenderlo vicino casa, nel centro di Sant’Onofrio, trovò un commando composto da più persone, armate di fucile a pompa e kalashnikov. Fu una vera e propria tempesta di fuoco quella che investì, da brevissima distanza, Domenico Di Leo colpendolo al capo, al torace e al bacino ed esplodendo tutt’intorno fino a investire auto in sosta e abitazioni. Scrivono gli investigatori: «La dinamica ricostruita consente di ipotizzare che i killer (non meno di due), per portare a termine la missione di morte, si erano posizionati in punti utili a rendere vano qualsiasi tentativo di fuga della vittima. Il Di Leo, infatti, sebbene ferito gravemente, è riuscito ad uscire dal veicolo che stava conducendo e, nel tentativo di sfuggire agli esecutori dell’agguato, ha tentato di raggiungere la propria abitazione, ubicata a breve distanza. Reazione, questa, stroncata dal volume di fuoco che gli veniva scaricato addosso». Sul luogo del dell’agguato vennero trovati 45 bossoli.



«QUANDO ARRIVA QUEL GIORNO UNO DEVE MORIRE» Di Leo non morirà sul colpo, sul luogo dell’agguato, ma qualche ora dopo in ospedale. I primi a soccorrerlo furono il cognato Vito Bonavota e il suocero Antonio Bonavota. Proprio il suocero che era a conoscenza degli attriti sorti tra la vittima e i fratelli Pasquale e Domenico Bonavota. I contrasti avevano diversa natura. Da un lato vi era una questione d’onore perché Domenico Di Leo non vedeva di buon occhio la relazione che era sorta tra Pasquale Bonavota e una cugina di Di Leo. L’argomento emerge in diverse conversazioni intercettate. In una, in particolare, scrivono gli inquirenti, «Antonio dimostra di accettare, quasi come inevitabile e con piglio “fatalista” l’omicidio del genero, affermando che le cose sono destinate…quando arriva quel giorno uno deve morire…».

IL MOVENTE ECONOMICO Ma i contrasti non erano solo personali. Ci sono motivi di natura economica dietro agli attriti che portarono all’eliminazione di Di Leo, tra i quali sicuramente il più importante era costituito dagli interessi economici nella costruenda zona industriale di Maierato, dove i Bonavota volevano realizzare un bar, mentre Di Leo aveva “in animo” di costruire un autolavaggio. Stando alle ricostruzioni dei militari del comando provinciale di Vibo, guidati dal colonnello Daniele Scardecchia, «è proprio a questo punto che emerge il vero movente dell’omicidio, ovvero il fatto che il giorno prima Di Leo aveva “cacciato” dalla zona industriale chi doveva fare degli scavi per conto di Domenico Bonavota. Quella sera stessa, il suocero lo aveva chiamato per fargli capire che non poteva osare tanto. Di Leo era ormai divenuto scomodo al clan. La relazione exraconiugale di Pasquale Bonavota altro non era che il pretesto che celava i veri malumori, la spinta per “regolare i conti».

TALITHA KUM «Le indagini – spiega il colonnello Daniele Scardecchia del comando provinciale di Vibo Valentia – arrivarono a una svolta nel 2011 con l’operazione Talitha Kum che si concluse con l’arresto dei vertici del clan». I militari stavano indagando su una serie di estorsioni e danneggiamenti messi in atto dalla consorteria dei Bonavota ai danni di una cooperativa agricola alla quale, tra le altre cose, erano stati distrutti ben 1000 alberi di ulivo. Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno intercettato importanti conversazioni che riportavano all’omicidio di Di Leo e alle fibrillazioni esistenti all’interno del clan. C’è da specificare che attualmente non vi è una sentenza che abbia posto il sigillo sull’esistenza della cosca vibonese. Il processo scaturito dall’operazione “Uova del ragno” si è sgonfiato al terzo grado di giudizio, con la corte di Cassazione che ha annullato la sentenza d’Appello contro i presunti esponenti del clan Bonavota di Sant’Onofrio. Ma un nuovo tassello sembra essere stato posto con l’arresto di Fortuna e le prove del Dna che propendono contro di lui. Il cerchio sulla morte di Di Leo, però, non si è ancora chiuso. Le armi usate per l’agguato furono tante e questo intende la presenza di due o più persone. Ma gli inquirenti si mostrano fiduciosi. «Il tempo ci ha dato ragione – ha detto il capitano dei carabinieri di stanza Vibo, Diego Berlingeri – siamo fiduciosi anche per la risoluzione di altri fatti di Sangue avvenuti a Sant’Onofrio».

ale. tru.

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