Carcere di Cosenza, criticità ed elementi di vulnerabilità. La Garante Corea visita l’area “Ex femminile”
In alcune celle «sei brandine sovrapposte». Un piantone dedicato per una sola ora al giorno e un uso frequento di «farmaci per contenere l’ansia»

COSENZA Il tema è rovente ed evidentemente attuale, il sovraffollamento delle carceri resta un problema ancora irrisolto come sottolinea in una nota la Camera Penale di Cosenza (leggi qui). Accanto al numero crescente di suicidi consumati all’interno degli istituti penitenziari, non si contano le aggressioni agli agenti (questa mattina l’ultima in ordine di tempo registrata in Calabria), le operazioni legate al contrasto al traffico di stupefacenti e allo smercio di smartphone e sim che consentono di mantenere rapporti con il mondo esterno. Un microcosmo dove la criminalità spesso riesce a mostrare i muscoli imponendo tra le sbarre le stesse “regole” vigenti all’esterno. Non solo. C’è chi vive da recluso e in condizioni spesso non soddisfacenti. Nel mese di marzo 2026, nei giorni 5 e 20, la Garante per i Diritti delle Persone Private della Libertà Personale di Cosenza, Emilia Corea, ha visitato l’istituto penitenziario Sergio Cosmai.
La relazione
Gli appunti messi nero su bianco dalla Garante in una robusta relazione riguardano la sezione di Media Sicurezza e l’Area denominata “Ex femminile”, settori dell’istituto oggetto delle visite. I detenuti – da quanto emerso – hanno riferito che in alcune celle «sono presenti sei brandine sovrapposte, con conseguente riduzione significativa dello spazio disponibile per ciascun detenuto». Sul punto, Corea richiama la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che «ha individuato quale parametro minimo di vivibilità lo spazio individuale non inferiore a 3 metri per detenuto». Inoltre, si legge sempre nella relazione, la presenza di pannelli in plexiglass installati tra le sbarre delle finestre di alcune celle dell’area denominata “Ex-femminile” «determina una significativa compromissione delle condizioni di vivibilità degli ambienti detentivi. Tali schermature, infatti, risultano idonee a limitare sensibilmente il ricambio naturale dell’aria e l’accesso alla ventilazione, contribuendo a creare, soprattutto nei periodi estivi, condizioni microclimatiche gravemente deteriorate e potenzialmente asfissianti». Chi sconta in cella la pena seguita alla condanna, sollecita l’intervento della Garante anche in relazione alle condizioni igieniche carenti nelle celle, ambienti non adeguatamente sanificati, difficoltà o carenza nell’accesso all’acqua. Secondo il racconto fornito, inoltre, è emerso come «il vitto viene distribuito mediante carrelli utilizzati anche per la raccolta dei rifiuti, circostanza percepita come gravemente lesiva della dignità personale e delle norme igienico-sanitarie».
L’aspetto psicologico
La “prisonizzazione” è l’adattamento forzato alle regole e alla cultura del carcere. Una condizione che spesso può comportare la parziale o totale perdita di controllo sulla propria vita e l’isolamento sociale. Condizioni che potrebbero dare seguito ad ulteriori manifestazioni da parte dei detenuti. Nella relazione vengono sottolineati elementi di vulnerabilità, con riferimento alla presenza – nel carcere di Cosenza – «di un piantone dedicato per una sola ora al giorno». Una circostanza che appare «del tutto insufficiente a garantire adeguata tutela, sorveglianza e supporto». E inoltre, «la criticità risulta aggravata nel caso di detenuti con disabilità riconosciuta al 100%, per i quali la limitata assistenza quotidiana costituisce un fattore di rischio significativo sia per la sicurezza personale sia per il benessere complessivo». Non mancano gli episodi di autolesionismo, indicativi di una condizione di disagio psicologico tra le persone detenute e dunque «un alto rischio suicidario, che, pur non essendosi tradotto recentemente in eventi letali, richiede un’attenta e immediata considerazione». Secondo quanto riferito dallo specialista psichiatra, all’incirca l’80% dei detenuti farebbe uso di farmaci sedativi per “contenere” stati d’ansia e disagio. «Tale dato, se confermato – sottolinea Corea – solleva rilevanti dubbi circa l’appropriatezza terapeutica e il rispetto del principio di individualizzazione della cura».
Le buone prassi
Non solo criticità, Corea sottolinea la bontà di alcune attività avviate, come l’organizzazione di un corso di formazione in materia di sicurezza sul lavoro e di igiene alimentare (HACCP) e la collaborazione con l’Associazione “Bambini Senza Sbarre”, che ha favorito lo svolgimento di iniziative volte a mantenere e rafforzare i legami familiari, tra cui la cosiddetta “Partita con mamma e papà”. Una ulteriore buona prassi riguarda il progetto agricolo sviluppato nella Casa circondariale di Cosenza, che prevede la coltivazione di ortaggi e piante aromatiche all’interno di serre carcerarie.
Le raccomandazioni
La Garante, nella chiosa, si rivolge al sindaco del Comune di Cosenza, Franz Caruso, e chiede di valutare la possibilita di individuare soluzioni alloggiative idonee da destinare a soggetti ammessi o ammissibili alla misura degli arresti domiciliari. Alla direttrice dell’Istituto Penitenziario, invece, Corea chiede di porre in essere «ogni intervento necessario al superamento delle criticità rilevate, con particolare riferimento a
carenze trattamentali e accesso alle attività rieducative». (f.benincasa@corrierecal.it)
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