Si può essere Dario Brunori senza lasciare San Fili
Per la prima volta si fa strada l’idea che si possa partire, che si possa tornare, che si possa persino scegliere di restare

La Calabria è stata raccontata come paradigma delle fragilità del Sud, con la solita grammatica del compianto e la sua storia ridotta a semplice corollario di un destino segnato.
Oggi, però, c’è chi attraversa continenti per comprare una casa qui, inseguendo quell’idea di autenticità che molte coste mediterranee hanno sacrificato nel nome di un turismo seriale e di resort prefabbricati. Americani, tedeschi, inglesi, australiani e olandesi, secondo Gate-away.com, comprano case non solo per il paesaggio, ma per la qualità della vita scandita da ritmi meno incalzanti, da tradizioni che resistono, da una bellezza naturale che si rivela senza filtri.
Anche il boom delle Bandiere Blu si iscrive a pieno titolo in questo nuovo immaginario, da Tropea a Soverato, passando per Praia a Mare e Rocca Imperiale, la Calabria è una destinazione capace di competere finalmente nel racconto del turismo sostenibile e della qualità ambientale. Ma il vero salto di paradigma si misura sul terreno della cultura.
Al Salone del Libro, intellettuali, studiosi e scrittori calabresi hanno restituito alle parole il peso di una testimonianza viva, e il concetto di «restanza» dell’antropologo Vito Teti smette di essere una teoria accademica per diventare un sentimento collettivo in grado di guidare scelte quotidiane, ispirare progetti culturali, accendere nelle nuove generazioni la fiducia necessaria a restare, partire o tornare senza sentirsi sconfitti. E quale messaggio più potente, del resto, si poteva scegliere se non che si può essere Brunori senza lasciare San Fili?
E poi c’è quel paradosso, audacemente politico. A Torino, il governatore Roberto Occhiuto, sebbene si muova in un contesto politico distante da quello degli scrittori calabresi, ha mostrato come le bandiere ideologiche possano ammainarsi davanti a un imperativo morale. Prima di ogni appartenenza, è prevalsa la necessità di affidare a menti critiche e illuminate il compito di spezzare la retorica, guidando giovani calabresi nella ricerca di radici autentiche, in una svolta culturale capace di valorizzare gli aspetti più veri della regione, suggerendo al mondo una Calabria che non ha bisogno di giustificazioni per esistere.
I problemi non sono alle nostre spalle però per la prima volta si fa strada l’idea che si possa partire senza recidere le radici, che si possa tornare, che si possa persino scegliere di restare. E forse è proprio questa la novità, l’emancipazione dal complesso di inferiorità che per troppo tempo ha accompagnato questa terra. Quando una regione cambia il modo in cui si racconta, cambia anche il modo in cui viene guardata dal resto del mondo. E la Calabria, dopo anni passati a subire il racconto degli altri, sembra aver cominciato finalmente a scrivere il proprio. (paola.militano@corrierecal.it)
*direttore del Corriere della Calabria