Sangue infetto, i consulenti: «Ruffolo morì per una trasfusione»
COSENZA Ruffolo morì per una trasfusione. È la sintesi di quanto ribadito, nell’aula 9 del Tribunale di Cosenza, da tre consulenti della Procura sentiti come testimoni nel processo che vuole fare luc…

COSENZA Ruffolo morì per una trasfusione. È la sintesi di quanto ribadito, nell’aula 9 del Tribunale di Cosenza, da tre consulenti della Procura sentiti come testimoni nel processo che vuole fare luce sulla morte, avvenuta nell’estate del 2013, di Cesare Ruffolo, un pensionato di Rende. Ruffolo aveva effettuato una trasfusione, nell’ospedale Annunziata, con una sacca che poi si è scoperto essere contaminata dal batterio letale serratia marcescens. Sul banco degli imputati che hanno scelto il rito ordinario – già giudicati, invece, quelli che avevano optato per l’abbreviato – ci sono l’ex direttore dell’Unità di immunoematologia dell’Annunziata, Marcello Bossio; il dirigente medico in servizio all’ospedale di San Giovanni in Fiore, Luigi Rizzuto, e Osvaldo Perfetti direttore medico del presidio unico dell'”Annunziata”. Questa mattina sono stati ascoltati i consulenti tecnici Vincenzo Liso, Biagio Solarino, Sergio Carbonara e l’ingegnere Nicola Buoncristiano. I tre consulenti, rispondendo alle domande del pm Giuseppe Casciaro, hanno ribadito quanto già affermato nelle relazioni medico-legali e Buoncristiano ha confermato gli esiti dei sopralluoghi effettuati nel Centro trasfusionale di Cosenza e nel centro raccolta di San Giovanni in Fiore. Il collegio, presieduto dal giudice Enrico Di Dedda, ha acquisito le relazioni. Il pm ha chiesto sostanzialmente i contenuti delle relazioni, più approfondito invece il controesame dei difensori degli imputati. Questi ultimi devono rispondere anche delle lesioni di Francesco Salvo. Il 37enne, nel giugno del 2013, subì uno shock settico a seguito di una trasfusione di sangue contaminato.
LE RELAZIONI DEI CONSULENTI Liso è intervenuto a esaminare il solo caso Ruffolo, nella sua veste di specialista in Ematologia. Ha individuato la causa della morte del Ruffolo in uno shock settico procurato dall’infezione da serratia marcescens. La causa della morte – ha spiegato lo specialista – è stata ricavata dalla sola documentazione clinica acquista nell’azienda ospedaliera di Cosenza; mentre l’autopsia eseguita sulla vittima ha fornito scarso ausilio. Ruffolo era affetto da leucemia linfatica cronica in stadio avanzato; si trattava – ha aggiunto – di una persona assai predisposta al rischio di infezioni. Liso, però, ha affermato di non essere riuscito a estrapolare il genoma tipo della serratia (né sulla sacca, né sull’anziano); per cui non è stato eseguito nessun confronto di compatibilità fra il batterio presente nella sacca e quello che ha infettato Ruffolo. L’unico dato in base al quale sostiene che lo shock settico sia stato determinato dalla trasfusione di una sacca di sangue infetto è quello temporale: cioè, il breve lasso temporale (la quasi contestualità) tra la trasfusione e l’insorgenza dello shock. Tuttavia, non può escludere che il germe si trovasse sull’ago o su altri agenti esterni utilizzati per la trasfusione. Rispetto alla sacca incriminata, è a conoscenza che il 14.6.2013 fu trasferita da Cosenza all’ospedale di Acri e che poi rientrò a Cosenza in data 1.7.2013. Non sono state svolte indagini sulla carica batterica della sacca.
Per i consulenti, il risultato positivo dell’emocoltura è stato ritenuto sufficiente a far ritenere che il paziente abbia avuto uno shock da serratia marcescens. La conservazione e il trasporto da San Giovanni in Fiore non avrebbero inciso sulla presenza del batterio: cioè, se anche (contrariamente alla contestazione) fossero stati corretti, il batterio comunque sarebbe arrivato a Cosenza.
LA TRASFUSIONE E LE LESIONI A SALVO È toccato, poi, al medico legale Solarino affrontare sia il caso Ruffolo che quello Salvo. Secondo il professor Solarino Ruffolo è morto a distanza di poche ore dalla trasfusione di sangue infetto e – ha detto in aula – se non fosse stato sottoposto a quella trasfusione non sarebbe morto. A domanda dei difensori, ha precisato di non conoscere le modalità operative del Centro trasfusionale di Cosenza, anche perché non c’è mai stato. L’autopsia eseguita su Ruffolo – ha aggiunto – non sarebbe stata di grande aiuto perché avvenuta a distanza di mesi dal decesso. Ha, poi, escluso che la serratia che ha infettato Ruffolo si trovasse sugli aghi o sugli altri vettori utilizzati per la trasfusione, in ragione del fatto che lo shock si è manifestato durante la trasfusione ed è legato al fatto che il batterio sia penetrato nell’organismo quando il sangue infuso è entrato in circolo.
A differenza di Ruffolo, Salvo è sopravvissuto – è sempre il parere del professor Solarino – perché aveva maggiori difese immunitarie: era più giovane e, probabilmente, perché la sacca infusagli era meno infetta. I due casi sono, comunque, sovrapponibili. Non è stata svolta alcuna indagine sulla carica batterica della sacca incriminata che, tuttavia, costituisce – a dire del consulente – un parametro assai importante perché incide sull’entità della lesione. Il dottor Carbonara, specialista in Malattie infettive, ha spiegato al collegio che il fattore che più di ogni altro influisce sulla proliferazione batterica è la temperatura. Ma non sa con precisione la temperatura di conservazione e di trasporto della sacca che è stata trasfusa al Ruffolo. Ha chiarito che con l’ago o con l’ovatta poteva entrare solo una minima quantità batterica.
I SOPRALLUOGHI NEL CENTRO TRASFUSIONALE E ALL’AVIS DI SAN GIOVANNI IN FIORE L’ingegnere Buoncristiano ha effettuato, assieme ai Nas, un sopralluogo al centro trasfusionale di Cosenza, i cui esiti sono stati messi nero su bianco in una relazione a firma sua e del dottor Marino, responsabile dell’Unità operativa di Igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro, che sarà anche sentito come testimone. Il sopralluogo è stato circoscritto alla sola constatazione dello stato dei luoghi, per raffrontarlo a quanto riscontrato nel corso della verifica eseguita l’anno precedente. L’ingegnere ha precisato di non essere a conoscenza dell’esistenza, all’epoca del suo arrivo, di tutta una serie di apparecchiature (frigoriferi e altri macchinari) già acquistati e consegnati al centro trasfusionale di Cosenza, ma non ancora installati poiché in attesa della necessaria autorizzazione amministrativa. Ha fatto solo una verifica tecnica sugli ambienti e sulle attrezzature presenti all’atto del sopralluogo. Non è a conoscenza se l’Unità di Immunoematologia e centro trasfusionale di Cosenza sia dotata di autonomia finanziaria. Dal precedente sopralluogo, ha potuto constatare, comunque, che «molte cose erano state fatte»
Per quanto riguarda gli esiti del sopralluogo eseguito al centro di San Giovanni in Fiore, il consulente ha reputato che i locali fossero inidonei, avendo riscontrato uno stato di poca pulizia, polverosità e trasandatezza. Ha asserito, pure, che mancassero i regolamenti sulla corretta tenuta degli ambienti, perché non li ha trovati affissi all’interno. E non sa se prima del suo accesso, i locali del centro Avis di San Giovanni in Fiore siano stati o meno sequestrati. Il processo è stato rinviato al prossimo 1 marzo per sentire altri due testimoni del pm.
Nel collegio difensivo ci sono, tra gli altri, gli avvocati Massimiliano Coppa, Paolo Coppa, Luigi Forciniti, Marianna De Lia, Chiara Penna, Francesco Chiaia, Nicola Carratelli, Franz Caruso, Marco Stefano e Gianluca Bilotta.
Mirella Molinaro
m.molinaro@corrierecal.it