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Una “manina” ha bloccato l'estradizione di Matacena

REGGIO CALABRIA C’è stata una “manina” che ha bloccato il trattato di estradizione con gli Emirati Arabi poco prima che fosse approvato. Dalla firma del 16 settembre scorso, la legge che avrebbe pe…

Pubblicato il: 03/04/2016 – 13:04
Una “manina” ha bloccato l'estradizione di Matacena

REGGIO CALABRIA C’è stata una “manina” che ha bloccato il trattato di estradizione con gli Emirati Arabi poco prima che fosse approvato. Dalla firma del 16 settembre scorso, la legge che avrebbe permesso di mettere fine alla latitanza di Amedeo Matacena – considerato un fondamentale trait d’union fra l’élite della ‘ndrangheta e il mondo della politica e degli affari – si era fatta faticosamente strada fino al tavolo del Consiglio dei ministri. Tutto era pronto per l’approvazione, mancava solo la firma del premier Renzi e della sua squadra. «Una formalità, il vero scoglio è il preconsiglio», spiega chi conosce gli apparati di governo. Eppure, qualcuno ha deciso che quella norma dovesse tornare indietro per non ben precisate questioni tecniche. Un intoppo che non è passato inosservato ai parlamentari antimafia. «La commissione ha già fatto la sua parte, noi in preconsiglio non ci siamo – ha messo in chiaro la presidente Rosy Bindi al termine della prima giornata di missione a Reggio Calabria – ma se è arrivato fino a quel punto è perché noi abbiamo iniziato questa inchiesta. Non possiamo prendere per il collo nessuno, ma continuiamo a fare la nostra parte. Abbiamo dedicato un tempo interessante a questo problema anche oggi, non molliamo ma non ci possiamo sostituire agli altri organi». Di fronte alla delegazione della commissione approdata nella città calabrese dello Stretto per la sua terza missione, ancora una volta il pm Giuseppe Lombardo ha spiegato la centralità della figura di Matacena, il suo ruolo nevralgico negli intrecci fra ‘ndrangheta, politica e affari che spesso dalla politica sono mediati. E non solo in Calabria.
Gli sviluppi investigativi, cristallizzati nelle informative della Dia di recente messe agli atti, hanno mostrato come per tutelare libertà e operatività di Matacena si sia mosso un network composito che tiene insieme grandi capitani d’industria, vecchi arnesi della Prima Repubblica e giovani leoni della Terza, figli d’arte e faccendieri, tutti con importanti addentellati nelle stanze della politica e del governo. Gli investigatori li hanno seguiti e monitorati attorno ai tavoli di circoli esclusivi o di caffè eleganti, li hanno ascoltati riguardo alle regolari riunioni nei salotti romani, che vedevano le grandi partecipate di Stato e i loro dirigenti come convitati di pietra. A casa di privati si è discusso – e probabilmente si è anche deciso – di asset strategici per la politica economica ed industriale dell’intero Paese. Per questo – ha ribadito il pm Lombardo – è fondamentale riportare in Italia Matacena che, secondo quanto emerso dalle indagini, di questo meccanismo sembra essere un fondamentale ingranaggio. Un dato che getta ombre sui grandi investimenti di Stato in Italia e all’estero, sugli appalti nazionali e internazionali che si sono trasformati nei mattoncini del pil, come sulle ondivaghe relazioni con l’estero. Perché Matacena – hanno ribadito i magistrati reggini – è uno degli uomini che l’èlite della ‘ndrangheta reggina ha utilizzato per curare i propri affari, per investire i propri capitali. «Il governo dia un segnale chiaro e approvi il Trattato di cooperazione giudiziaria tra Italia ed Emirati Arabi. L’audizione dei magistrati della Dda di Reggio Calabria svolta oggi in occasione della missione in corso della Commissione Antimafia, aggrava, se possibile, la responsabilità della politica: non è sopportabile che tanto lavoro investigativo e giudiziario fatto venga mortificato dalla mancanza di strumenti giuridici, per altro già approntati», ha tuonato il deputato dem Davide Mattiello al termine della missione della Commissione a Reggio Calabria. «Il Trattato, preparato da Orlando che volò ad Abu Dabhi il 16 settembre del 2015 – ha sottolineato Mattiello – dopo aver ottenuto i pareri favorevoli anche di Interni ed Esteri, e pur essendo stato messo all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri del 3 marzo, è stato rimandato indietro per approfondimenti». Una situazione paradossale, quasi una «beffa» per il deputato dem che chiede: «Chi ha avuto interesse a chiedere il rinvio in Consiglio dei ministri?». Una domanda a cui pretende di trovare risposta perché «più passa il tempo, più aumentano le preoccupazioni: a chi conviene continuare a fare degli Emirati Arabi una zona franca? Sicuramente a latitanti e riciclatori, ma forse anche a chi gestisce grandi interessi economici e finanziari. Il governo sgombri ogni dubbio».

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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