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Boss assolto a 30 anni dalla condanna

REGGIO CALABRIA A più di trent’anni di distanza dalla condanna all’ergastolo per l’omicidio del boss Totò D’Agostino, freddato in un agguato a Roma il 2 novembre del ’76, il boss Domenico Papa…

Pubblicato il: 15/03/2017 – 11:59
Boss assolto a 30 anni dalla condanna

REGGIO CALABRIA A più di trent’anni di distanza dalla condanna all’ergastolo per l’omicidio del boss Totò D’Agostino, freddato in un agguato a Roma il 2 novembre del ’76, il boss Domenico Papalia è stato assolto dalla Corte d’appello di Perugia. Una nuova perizia balistica depositata dall’avvocato del boss, Cesare Placanica, ha escluso che Papalia, insieme alla vittima al momento dell’agguato, abbia potuto sparare a bruciapelo contro D’Agostino, boss di Canolo, secondo alcuni all’epoca vicino al magistrato Vittorio Occorsio, freddato solo qualche mese prima.

LA PRIMA RICOSTRUZIONE Primogenito della famiglia di Platì indicata come uno dei clan più potenti della mafia calabrese e delle sue colonie lombarde, Papalia era stato individuato subito come esecutore materiale dell’omicidio, coperto – a detta di investigatori e inquirenti dell’epoca – da un’abile messinscena. Papalia ha sempre raccontato che al momento dell’agguato stava passeggiando con D’Agostino, quando un uomo si sarebbe accasciato di fronte a loro, sparando in rapida successione quattro colpi. Una versione cui né inquirenti, né giudici hanno creduto, condannando Papalia in ogni grado di giudizio.

RIBALTATA LA SENTENZA Un verdetto opposto a quello in cui oggi la Corte perugina, al termine di meno di due ore di camera di consiglio, ha accolto la richiesta di assoluzione del legale di Papalia, Cesare Placanica. Una decisione invocata sulla base di una nuova perizia che ha ribaltato quella effettuata nel ’76, come sulle recenti dichiarazioni del pentito Cesare Polifroni, secondo il quale D’Agostino e Papalia erano all’epoca in affari. Un primo punto per la difesa nella storia di una partita giudiziaria che dura da trent’anni e potrebbe non essere finita. La Procura generale di Perugia potrebbe procedere con un ricorso per Cassazione.

L’INFINITA STORIA GIUDIZIARIA Condannato all’ergastolo nell’83, con sentenza poi confermata dalla Cassazione, Papalia aveva già in passato provato a ribaltare la condanna definitiva all’ergastolo. Una prima richiesta di revisione del processo era stata presentata per lui nel ’94 dall’avvocato Carlo Taormina, all’indomani delle dichiarazioni dell’allora senatore del Pds Ferdinando Imposimato, che da giudice fece arrestare e condannare Papalia. Intervenendo al Maurizio Costanzo Show, l’ex magistrato  si dichiarò invece pentito di quel verdetto perché “non convinto”delle prove a carico del boss.  Elementi valorizzati dalla difesa che hanno portato ad un primo giudizio di revisione, naufragato poi nel 1999.

LE DICHIARAZIONI DEI COLLABORATORI A pesare su quel verdetto erano state le dichiarazioni degli uomini di ‘ndrangheta che proprio in quel periodo hanno iniziato il proprio percorso di collaborazione con la giustizia. Per Saverio Morabito, fra i primi pentiti della ‘ndrangheta milanese, quell’omicidio sarebbe stato deciso da Antonio Nirta “Du nasi”, all’epoca referente del suo clan nei rapporti con massoneria e servizi. Poco dopo, spiegava già negli anni Novanta il pentito, ci sarebbe stato un summit fra i massimi vertici del mandamento jonico – Francesco Molluso, Mario Inzaghi, Saverio Morabito, Trichilo Antonio, Domenico Papalia, Francesco Barbaro, Domenico Barbaro (‘u nigru) – per elaborare una strategia tesa a scagionare Mico Papalia.

NON UNO, MA DUE OMICIDI Una ricostruzione poi sostanzialmente confermata dal collaboratore milanese Mario Inzaghi e da quello calabrese Giacomo Ubaldo Lauro, secondo il quale quello del boss D’Agostino sarebbe stato un omicidio su commissione dei vertici della ‘ndrangheta reggina, da leggere in connessione con l’uccisione del giudice Vittorio Occorsio. E non a caso. Proprio in quegli anni, il magistrato indagava sull’Ompam – l’Organizzazione mondiale per l’assistenza massonica – e i canali di riciclaggio del denaro sporco proveniente da quei sequestri di persona.

L’OMBRA DELLA MASSONERIA Un business che la ‘ndrangheta gestiva praticamente in regime di monopolio, ma dietro il quale – teorizzava il sostituto – «ci sono delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine». Un progetto compatibile con quello che i clan strutturavano all’epoca, destinato negli anni a essere più volte e in vari modi perseguito.  A rivelarlo è stato proprio il pentito Cesare Polifroni, le cui dichiarazioni oggi sono state considerate elemento a discarico per Papalia.

IL SOGNO SEPARATISTA «In quel periodo D’Agostino – ha messo a verbale nel corso del tempo il collaboratore –  frequentava i fratelli Giorgio e Paolo De Stefano, Saro Mammoliti e Antonio Nirta. Sempre nello stesso periodo Totò D’Agostino intratteneva rapporti con Gheddafi ,tramite un avvocato di Catania di cui non so il nome, che veniva appositamente dalla Sicilia (..) Il motivo di questi contatti era la preparazione di un piano per attuare in Italia un colpo di stato o quanto meno la separazione in Calabria ed in Sicilia con l’appoggio di Gheddafi e della destra eversiva».

VESTITO DI NERO Propositi che – affermano altri pentiti come Giacomo Ubaldo Lauro e Giuseppe Albanese – avevano negli anni precedenti trovato eco in quella rivolta di Reggio che doveva servire come «pretesto – metterà a verbale Albanese – per scendere giù mezzi blindati, carri armati, vari… dislocare giù una parte dell’esercito che serviva a loro, come creare in caso di… ehm.. di scontro con le forze idealiste del Paese… veramente creare un Sud distaccato del Nord».

LE (FATALI ?) INDAGINI DI OCCORSIO Questioni di cui Occorsio avrebbe voluto chiedere conto a Licio Gelli, che proprio il giorno dell’omicidio avrebbe dovuto interrogare su quei tanti, troppi contatti fra ndrangheta, massoneria e eversione nera emersi in sede di indagine. Tracce su cui il magistrato – forse – sperava di avere lumi anche da quell’Antonio D’Agostino, pezzo da novanta del gotha delle ndrine che proprio in quegli anni sembravano aver trasferito nella capitale il baricentro dei propri interessi, e flirtavano con la galassia dell’eversione nera con cui – almeno dai tempi dei Moti di Reggio – avevano avuto a che fare.

PISTE NON ESPLORATE Ma all’epoca la pista non è stata neanche presa in considerazione, per l’omicidio del magistrato sono stati condannati i neofascisti Pierluigi Concutelli e Gianfranco Ferro, come esecutori materiali, i mandanti invece non sono mai stati individuati. Quando qualche mese dopo sull’acciottolato romano è crollato il suo informatore, Totò D’Agostino, la pista dei suoi rapporti con Occorsio non è stata neanche tenuta in considerazione.

IL BANDOLO DELLA MATASSA Non è dato sapere se e in che misura questi elementi siano entrati nel nuovo processo contro Domenico Papalia, tanto meno se sull’omicidio del boss D’Agostino si continuerà a cercare la verità. Di certo, le dichiarazioni dei collaboratori tutti, come gli elementi emersi nell’inchiesta Gotha inducono a pensare che nel ’76 sia stata scritta una pagina importante nella storia del rapporto fra ‘ndrangheta e massoneria. Una pagina forse macchiata di sangue. E proprio lì, forse, si nasconde la chiave di due delitti rimasti in tutto o in parte senza colpevoli.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it 

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