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«Dovevamo fare come quelli della Uno Bianca»

REGGIO CALABRIA «Si deve fare per dare il colpo di grazia allo Stato». È questo l’ordine che Giuseppe Graviano avrebbe dato a Gaspare Spatuzza, all’epoca non ancora pentito, ai tavolini del bar Don…

Pubblicato il: 26/07/2017 – 9:18
«Dovevamo fare come quelli della Uno Bianca»

REGGIO CALABRIA «Si deve fare per dare il colpo di grazia allo Stato». È questo l’ordine che Giuseppe Graviano avrebbe dato a Gaspare Spatuzza, all’epoca non ancora pentito, ai tavolini del bar Doney di Roma. Ma quel mandato di morte non vedeva impegnati solo i siciliani.

LA PAURA DEI NOVANTA Erano i primi anni Novanta, la Prima Repubblica aveva iniziato a scricchiolare sotto i colpi di Tangentopoli e il possibile avvento del partito comunista al potere terrorizzava le mafie e non solo. In allarme all’epoca erano entrati militari e agenti di intelligence di estrazione piduista, in passato legati all’area di Gladio, e la galassia nera che con loro spesso è andata a rimorchio. A loro, guardava con interesse – hanno svelato diversi pentiti – anche rappresentanti del mondo economico. Insieme hanno progettato di sostituire la vecchia, ormai inaffidabile classe politica, con una di nuovo conio, ma sempre pronta ad assecondare i compositi interessi di mafie, logge, pezzi deviati di Stato e grande imprenditoria.

LE RIVELAZIONI CALABRESI DI SPATUZZA È in questo quadro che si inseriscono l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e i due attentati che all’epoca hanno colpito altri quattro loro colleghi. Il primo a dare precise indicazioni sulla corretta lettura di quegli attentati è stato il pentito Gaspare Spatuzza, braccio destro dei boss Graviano. Nel 2009, il collaboratore ha rivelato ai pm  che il boss Giuseppe Graviano avrebbe dato l’ordine di commettere nuovi attentati per fare pressione sui referenti istituzionali dell’epoca. Perché i calabresi avevano già “aperto le danze”.

GLI ORDINI DI GRAVIANO «”Si deve fare per dare il colpo di grazia” – mette a verbale Spatuzza –, Graviano mi disse che dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150». Si tratta dell’attentato che il 22 gennaio del ’94 avrebbe dovuto spazzare via due pullman di carabinieri allo stadio Olimpico, fallito solo per un malfunzionamento del telecomando. In Calabria, nei mesi scorsi, gli uomini dei clan erano andati a segno.

LO SCACCHIERE CALABRESE Contrariamente a quanto fino ad ora noto, la ‘ndrangheta disse di sì alla proposta di partecipare alla strategia stragista. O meglio, i massimi vertici della ‘ndrangheta dissero di sì. Per questo, i mandanti dell’attentato sono da cercare fra le grandi famiglie. A individuare i sacrificabili esecutori sono stati in due, Mimmo Lo Giudice, oggi deceduto, espressione dell’èlite dei clan reggini, De Stefano-Libri-Tegano, e Rocco Filippone, uomo di vertice del clan di Melicucco, diretta emanazione dei Piromalli. Sono stati loro a forgiare e formare, Giuseppe Calabrò, nipote di Filippone, e Cosimo Villani, all’epoca minorenne ed oggi pentito. Nonostante nel corso delle prime indagini sugli omicidi siano stati individuati altri complici, solo loro due sono stati condannati. Ma solo dopo molti anni dopo quella condanna hanno iniziato a raccontare la verità. E solo quando messi con le spalle al muro da una serie di elementi investigativi che incastravano le tre azioni di fuoco contro i carabinieri in una strategia generale.

LE AMMISSIONI DI VILLANI E CALABRÒ «Non posso rischiare il futuro per la vicenda dei carabinieri, intendo riferirvi esattamente come andarono le cose» ha detto Villani all’allora sostituto della Dna Gianfranco Donadio, che di fronte al suo silenzio si apprestava a lasciare la stanza degli interrogatori. Quel giorno, il collaboratore lo ha detto chiaro: quelle azioni di fuoco non dovevano “coprire” un traffico di droga – così erano state lette dalla prima inchiesta – ma erano state ordinate. «Dovevamo fare come quelli della Uno bianca» ha detto. E lo ha confermato nel corso di un altro interrogatorio il suo coimputato, Giuseppe Calabrò, anche lui nuovamente pentito, dopo un ondivago percorso di collaborazione. Ai magistrati racconta anche che in quella strategia della “strage lenta” avevano avuto un ruolo i suoi familiari, «la carne mia».

LA CLANDESTINIZZAZIONE DELLE BERETTA Parole confermate da elementi molto concreti. A firmare le tre azioni di fuoco è stata la stessa arma. E anche quella mitraglietta Beretta potrebbe avere una storia significativa. Secondo ipotesi investigative che oggi paiono trovare riscontro farebbe parte di quelle partite di armi uscite direttamente dalla fabbrica, ma senza numero di serie, finite in mano a frange nere dell’eversione, pezzi deviati dei servizi e uomini dei clan. Armi che poi avrebbero firmato delitti diversi e apparentemente slegati fra loro, come quelli commessi dalla tuttora in parte misteriosa banda della Uno bianca.

LA RIVENDICAZIONE DIMENTICATA Ad incastrare i fatti di sangue reggini con un progetto generale di attacco allo Stato è anche una  rivendicazione “dimenticata”. Poco dopo l’omicidio dei brigadieri Fava e Garofalo, al Comando Intermedio di Rappresentanza dei carabinieri, è arrivata una rivendicazione poi non valorizzata dalle indagini successive. La voce anonima prometteva: «Questo non è che l’inizio di una strategia del terrore» e si presentava come “Falange armata”. Un nome che ha a che fare con diversi fatti di sangue apparentemente slegati fra loro e di cui, diversi anni fa, il pentito siciliano Maurizio Avola aveva parlato. «Ho anche appreso – ha detto ai magistrati – che Cosa nostra fin dal ’90 aveva intenzione di eseguire attentati anche fuori della Sicilia celandosi dietro false rivendicazioni con la sigla “Falange Armata”».

LA COSA UNICA Tutti elementi che inducono a pensare non solo che ‘ndrangheta e Cosa Nostra abbiano agito insieme, ma che già allora i vertici delle due grandi mafie si muovessero come una cosa sola, una “Cosa Unica”. Un filone già emerso circa un anno fa nell’inchiesta Mammasantissima della Dda reggina, che ha iniziato a tracciare il perimetro dell’organizzazione unica delle mafie che a partire dagli anni Settanta avrebbe iniziato a strutturarsi, per meglio interloquire con gli altri sistemi di potere italiani, incontrati nella terra di mezzo preparata dalla massoneria. Tessere che oggi si incastrano in un mosaico a tinte fosche che stravolge le “versioni ufficiali” su un pezzo di storia d’Italia. 

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

 

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