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Perché tanti big del Pd resteranno a casa

Venite avanti lor signori, puntate, carta che vince carta che perde! Sembra la formula adatta per riassumere il sistema elettorale vigente che costringerà i calabresi a decidere il loro futuro il p…

Pubblicato il: 06/01/2018 – 22:07
Perché tanti big del Pd resteranno a casa

Venite avanti lor signori, puntate, carta che vince carta che perde!
Sembra la formula adatta per riassumere il sistema elettorale vigente che costringerà i calabresi a decidere il loro futuro il prossimo 4 marzo. Sono trenta i rappresentanti del popolo (20 deputati e 10 senatori) che usciranno dalle urne, sempre che la percentuale rendicontata a livello nazionale non sia superiore a quella traguardata in Calabria. Speriamo di cavarcela in tal senso, anche se è la qualità degli eletti che conta, indipendentemente dal numero.

Il dove e come si eleggono i parlamentari
I meccanismi imposti dal Rosatellum non sono proprio comprensibilissimi. Vediamo di orientarci nel suo labirinto e capire chi ne uscirà sano e salvo e chi invece soccomberà, a causa di sottovalutazioni, di bidoni in corso d’opera e dei tranelli degli amici.
Prioritariamente, ed è emblematico sottolinearlo, i collegi camerali appaiono i medesimi fissati per il Senato nel post «Mani Pulite»: sono 8 gli uninominali (Tirreno cosentino, Jonio cosentino con un pezzo del Crotonese, Cosenza e la sua tradizionale periferia estesa alla valle del Crati e alla Presila, Tirreno lametino e Vibonese-Jonio centrale, Tirreno reggino-Jonio meridionale, Catanzaro e Lamezia Terme, Crotone e Sila Grande e Greca, Reggio Calabria e suo hinterland) ove chi prende un voto più dell’altro è deputato; saranno invece 12 i deputati che usciranno nel proporzionale, attraverso una competizione elettorale che garantirà ovviamente i designati (nei grandi partiti: il primo nella lista certamente, il secondo forse!), spesso con le complicità romane. Quelle complicità atte a comprimere la rappresentatività democratica degli “indigeni” sottraendo loro seggi da destinare ai soliti “pezzi grossi” di partito, cui dover garantire il rimedio ai verosimili flop altrimenti conseguibili nei loro territori di provenienza.
Diversamente, i 10 seggi senatoriali saranno appannaggio: dei 4 vincitori delle contese uninominali (il primo composto dai collegi camerali di Corigliano e Crotone; il secondo da quelli di Cosenza e Castrovillari; il terzo da quelli di Catanzaro e Vibo Valentia; l’ultimo da quelli di Reggio Calabria e Palmi), vince chi prende un voto in più rispetto agli avversari; degli altri 6 vincenti nel collegio unico regionale proporzionale.  

I partiti?
Quindi, per alcuni les jeux sont faits con la complicità di Renzi nel Pd e con quella di Berlusconi per Forza Italia. Per quelli senza il giusto protettore la partita si giocherà a «braccio di ferro», che si annuncia pieno zeppo di colpi di scena. Per i M5S ancora nulla, saranno i soliti click a determinare i candidati che, si suppone, comprenderanno molti degli uscenti. Per Liberi e Uguali sembra che ci sia, e la collettività di sinistra se lo augura, la messa in campo di un «nuovo listino» e non già di quell’usato che le ha provate tutte.
A ben vedere una partita da tripla, specie dopo i recenti voltagabbana che, dicono, hanno cancellato sogni, ne hanno tradotti alcuni in incubi e ne hanno generato degli altri.

Il Pd e i suoi eterni limiti
Prescindendo, da quanto accaduto nella “politica-mercato”, sarà davvero dura per tutti. Saranno in tanti i “big” che torneranno a casa a leccarsi le ferite, specie nel Pd. La colpa certamente loro: a) per non aver dato ciò che dovevano; b) per non aver urlato e preteso che la Calabria divenisse il fulcro della politica nazionale; c) per aver nascosto sotto il tappeto i gap di funzionamento della Regione e per non aver fatto nulla per pretendere ciò che è dovuto ai calabresi; d) per non avere saputo tenere un sano e costante rapporto con il territorio, sino a diventarne estranei.

Una doverosa sollecitazione
Ma la colpa più grande sarà di questo Pd che, pare, non abbia ancora capito l’indispensabilità di lasciare a casa tanti di quelli che ci sono. Non solo. Di selezionare ed esporre al giudizio popolare  nei collegi uninominali candidati credibili – sul piano tecnico e culturale – a tal punto da attrarre la fiducia di un cittadino in più rispetto agli avversari diretti. Candidati, espressione reale dei territori e dei bisogni, ai quali il cittadino comune sarebbe stato, in ogni modo e tempo, disposto anche a consegnare i propri risparmi per amministrarli così come ad affidare il futuro dei loro figli e il presente dei loro genitori. Un handicap segnatamente pregiudizievole cui il ceto dirigente del Pd è ancora in tempo a rimediare.
Altrimenti la debacle, che sarà così pesante da rendicontare a fatica il 15% del consenso con conseguente e ulteriore consistente riduzione del numero degli attuali deputati e senatori.
Si presumono, infatti, tante fughe inaspettate ma prevedibili dell’elettore comune che non sottoscriverà la riconferma a tanti. Il gioco dell’uninominale si renderà ovviamente complice di una tale disfatta che peserà anche nei collegi proporzionali ove non ci sarà, con il veto del voto unico, il riferimento trainante a dare una mano a chi è messo lì d’ufficio.
Insomma, occorrono campioni d’incasso per fare vincere anche i «gregari»!

*docente Unical

 

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