La cosca incolpava Pagliuso di aver protetto Mezzatesta – VIDEO
CATANZARO «Non è possibile che si uccida una parte del processo. Le parti del processo non si toccano. Se dovesse accadere di nuovo ci sarà una concentrazione di energie mai vista, proprio come in qu…

CATANZARO «Non è possibile che si uccida una parte del processo. Le parti del processo non si toccano. Se dovesse accadere di nuovo ci sarà una concentrazione di energie mai vista, proprio come in questo caso». La parte del processo cui il procuratore Nicola Gratteri, che guida la Procura di Catanzaro, si riferisce è l’avvocatura. La conferenza stampa è dedicata alla individuazione dell’assassino dell’avvocato penalista Francesco Pagliuso, ucciso a 43 anni il nove agosto del 2016 appena rientrato, alle 22:30 circa, nella sua abitazione di via Marconi a Lamezia Terme. Sul delitto del legale lametino – per il quale è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a Marco Gallo, 32 anni, considerato intraneo al gruppo degli Scalise di Decollatura – hanno indagato i carabinieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro, guidato dal capitano Fabio Vincelli, i militari del Ros del capoluogo e del Nucleo crimini violenti di Roma, coordinati dalla Dda di Catanzaro guidata da procuratore Nicola Gratteri col supporto dell’aggiunto Giovanni Bombardieri, del sostituto Elio Romano e del sostituto procuratore di Lamezia Terme Marta Agostini. Grande è stata la determinazione e la volontà nel trovale il filo d’Arianna di questo omicidio eccellente. «Dal 9 agosto 2016 le indagini non si sono mai fermate. E ancora non si fermano qui», ha spiegato il procuratore Gratteri.
LA SVOLTA Una svolta è arrivata con l’arresto di Marco Gallo, 32 anni, per l’omicidio dell’impiegato delle Ferrovie della Calabria, Gregorio Mezzatesta avvenuto a Catanzaro il 24 giugno 2017. Gregorio, 57 anni, era il fratello di Domenico Mezzatesta condannato in Appello, insieme al figlio Giovanni, a 20 anni di reclusione per l’omicidio di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio, freddati in un bar di Decollatura a gennaio 2013 e considerati vicini alla cosca Scalise. Francesco Pagliuso, ha spiegato il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri, era legato alla famiglia Mezzatesta da un rapporto non solo professionale ma anche personale. Dopo l’omicidio nel bar di Decollatura, infatti, Domenico Mezzatesta si era dato alla latitanza. Sarà latitante per oltre un anno. Tra gli Scalise e i Mezzatesta non corre buon sangue come è stato accertato da diversi provvedimenti giudiziari. Tra l’altro l’omicidio Vescio-Iannazzo era avvenuto proprio nel “bar del Reventino” di proprietà di una figlia di Luciano Scalise, intimo amico di Marco Gallo. Gli Scalise, racconterà agli inquirenti lo stesso Domenico Mezzatesta, imputavano proprio all’avvocato di Lamezia di avere favorito la sua lunga latitanza. Latitanza durante la quale, in effetti, Mezzatesta incontrerà in un paio di occasioni il suo avvocato perché era l’unica persona di cui si fidava. Latitanza nel corso della quale era stato ucciso Daniele Scalise, fratello di Luciano, fatto del quale il gruppo criminale di Decollatura incolpava Domenico Mezzatesta. Questa la molla che avrebbe portato ad ordire l’omicidio del penalista. Le indagini, però, non si fermano qui poiché c’è la ferma intenzione da parte degli inquirenti di trovare i mandanti dell’agguato.
IL PODISTA Marco Gallo è accusato di omicidio aggravato dalle modalità mafiose sia per quanto riguarda l’agguato a Pagliuso che a Gregorio Mezzatesta. Gli inquirenti nelle prime fasi delle indagini dell’omicidio Pagliuso avevano individuato, grazie all’analisi delle telecamere, un soggetto poi soprannominato “il podista” che, in tenuta sportiva e in orari notturni, anche nei giorni precedenti al delitto, si aggirava intorno all’abitazione del legale lametino. Gli investigatori hanno rivelato che in due occasioni, nei giorni precedenti all’omicidio, l’uomo non aveva portato a termine l’agguato perché Pagliuso era rientrato in compagnia della fidanzata.
La svolta arriva dopo l’omicidio di Mezzatesta. Gli inquirenti passano al setaccio le telecamere analizzando decine di filmati e ricostruendo passo passo il percorso del loro indiziato fino all’inciampo: la moto che va in panne e l’uomo costretto a farsela a piedi e senza casco. A poco più di un’ora dal delitto, la telecamera di una casa privata inquadra il motociclista che, pur rimanendo in sella, spingere la enduro facendo leva sulle gambe. Quindici minuti dopo, lo stesso soggetto con giubbino scuro, jeans chiari e scarpe Nike bianche viene immortalato mentre attraversa contrada Quattrocchi. Ma questa volta è a piedi e senza casco. E si dirige proprio verso via Indipendenza, la strada dalla quale è partito all’alba. Gli investigatori – come spiegano il comandante del Ros di Catanzaro Giovanni Migliavacca e il comandante del Nucleo crimini violenti di Roma, Alessandro Mucci – cominciano a incrociare i dati, passano al setaccio i contatti di Gallo tramite le celle telefoniche. Attraverso il gps scoprono che l’auto del “podista” è la stessa che Gallo aveva usato per recuperare la moto quando era rimasta in panne. Il puzzle, in quella messe di informazioni, comincia a comporsi e indica in quella sagoma che in piena notte fa jogging davanti casa di Francesco Pagliuso, proprio Marco Gallo. «Un lavoro fatto di prove non di gravi indizi di colpevolezza», ha detto il procuratore Nicola Gratteri.
IL LAVORO DEGLI AVVOCATI IN CALABRIA «Gli ‘ndraghetisti sono paranoici, possono ordinare di uccidere sulla base di un sospetto», ha affermato Gratteri, invitando gli avvocati a diventare duri e rigorosi nel proprio lavoro. «In 30 anni di carriera – ha raccontato – ho visto almeno 7 avvocati uccisi dalla mafia».
Alessia Truzzolillo
a.truzzolillo@corrierecal.it
