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Regione, traslochi contestati e «abusi di potere»

La Cisal denuncia «sprechi» negli spostamenti delle strutture open space. E accusa una componente della segreteria della Presidenza di «prevaricazioni» nei confronti di una dipendente

Pubblicato il: 05/05/2018 – 15:03
Regione, traslochi contestati e «abusi di potere»

CATANZARO «Siamo costretti a denunciare un nuovo e inqualificabile abuso di potere consumatosi nei giorni scorsi alla Regione Calabria ai danni di una dipendente». Esordisce così in una nota il sindacato Csa-Cisal che già di recente era intervenuto per segnalare il caso di quella che considera un’intimidazione compiuta nei confronti di una funzionaria “colpevole” di essersi candidata nella lista creata a sostegno dell’organizzazione sindacale nella fase di rinnovo delle Rsu e solo per tale ragione divenuta bersaglio di una dirigente di settore. «Questa volta l’abuso – attacca il sindacato – è maturato nel contesto di uno spostamento disposto dal direttore generale del dipartimento Presidenza. I settori interessati al trasloco sono due: le Risorse Idriche e l’Edilizia sanitaria, da ricollocare dal secondo all’ottavo piano della stessa sede regionale. L’open space individuato per ospitare i due settori in via di spostamento risultava però già occupato da alcuni dipendenti. Una di queste, in quel momento non in servizio, è stata quindi contattata telefonicamente dalla componente della struttura del direttore generale adoperando lo smartphone di uno degli impiegati. È attraverso tale inusuale via che le è stato intimato di abbandonare la scrivania utilizzando toni a dir poco offensivi e un linguaggio prevaricatore: “Lei si deve spostare da questo open space, lei non è nessuno”. In primo luogo, – osserva il sindacato – dobbiamo obiettare che tale spostamento è da ritenersi economicamente svantaggioso per l’amministrazione regionale. Altrettanto discutibile è, poi, la scelta di far allontanare alcuni dipendenti dai loro open space per sistemarne altri quando a soli dieci metri di distanza era disponibile un intero ufficio completamente vuoto. Quale logica – si chiede il sindacato – vi è dietro questa scelta? Stiamo parlando, infatti, di un open space posto sullo stesso piano ragion per cui il risultato non sarebbe cambiato ma i costi per l’amministrazione regionale certamente sì». «Infatti, si sarebbe potuto ottenere un notevole risparmio di denaro pubblico – incalza il sindacato – dal momento che la ditta incaricata di effettuare le attività di trasloco ne avrebbe potuto portare a termine uno solo e non due. E si sarebbe evitato, inoltre, un altrettanto inutile intervento del presidio tecnico per trasferire e aggiornare le utenze telefoniche e tutti i servizi connessi al trasferimento delle postazioni lavorative a servizio dei dipendenti. Crediamo che in tal modo l’amministrazione regionale abbia solo prodotto una superflua lievitazione di costi. Abbiamo, invece, assistito ad una palese forzatura che ha comportato lo spostamento di dipendenti in un altro open space quando questi avrebbero potuto tranquillamente continuare ad occupare i propri spazi senza accollarsi la responsabilità di trasferire anche pratiche amministrative, inerenti le società partecipate, le fondazioni e gli enti strumentali». 
«Non ci troviamo soltanto di fronte ad un evidente limite logistico quanto a un’improvvida movimentazione di importante documentazione che aveva già trovato una sua precisa collocazione. Pertanto, ci chiediamo – aggiunge il sindacato – se di tale spostamento, che comporta il trasporto di atti e faldoni oltreché di personale, non debba rimanerne traccia in appositi verbali che possano comprovarne l’avvenuto trasferimento secondo un giusto iter amministrativo». 
«Ci si ostina – è l’accusa del sindacato – a sperperare denaro pubblico in interventi privi di senso e di programmazione alcuna. Nessun trasferimento era stato, infatti, tempestivamente comunicato né al dirigente di settore né ai dipendenti. Siamo costretti a constatare che alla Regione Calabria prevale la logica dell’improvvisazione ma soprattutto della prevaricazione. Capita spesso che le regole vengano vissute e percepite come un intralcio, soprattutto in una sede pubblica chiamata, invece, a garantire trasparenza come appunto la Regione Calabria. Allo stesso tempo si fatica ad accettare che queste debbano essere osservate ben consapevoli che il rispetto delle regole equivale ad una garanzia di civile convivenza. Un ente pubblico non può essere piegato a dinamiche vessatorie facendo leva su un potere amministrativo, in questo caso del tutto inesistente. La componente della struttura del direttore generale del dipartimento Presidenza, che si è resa protagonista dell’inqualificabile aggressione, riveste una funzione pari alla dipendente accusata di “non essere nessuno” ma, indipendentemente dal ruolo che una persona ricopre all’interno della società e/o amministrazione, vale sempre la regola delle buone maniere. A fare da stella polare nelle pubbliche amministrazioni devono essere regole precise: una postazione di lavoro rappresenta per qualsiasi dipendente un domicilio digitale e ogni decisione non può essere assunta d’imperio o contro la propria volontà. Per carità, il direttore generale, nell’esercizio delle proprie funzioni, può assumere qualunque tipo di decisione ma non può delegare ad una componente della sua struttura un potere che questa non possiede, esercitato magari senza specifica autorizzazione preventiva e con modo assolutamente sgarbato. Saremmo curiosi di sapere se oltretutto il dirigente generale sia a conoscenza degli atteggiamenti adottati dalla componente della sua struttura nei confronti di una dipendente appartenente al suo stesso dipartimento. Ciò che qui è oggetto di contestazione sono, infatti, i modi istituzionalmente poco “cortesi”, che però hanno un loro peso, e non la decisione in sé benché non opportunamente programmata». 
«Azioni di questo genere devono essere sempre messe all’indice – prosegue il sindacato – ancorché la dirigente del settore non è stata affatto informata per le vie ufficiali (ma ufficiose) dell’improvviso spostamento di personale, apprendendolo solo appena giunta in ufficio e solo qualche ora dopo la stessa attraverso una mail comunicava ai dipendenti l’avvio del trasloco che era però già in corso d’opera. Crediamo, come sindacato, che fondamentalmente esista un problema nel relazionarsi tra chi detiene ed è nelle condizioni di esercitare un potere e chi, invece, per via del ruolo che ricopre è costretto a subirlo. La dignità dei lavoratori non può però essere sistematicamente negata travalicando il limite della correttezza del linguaggio e calpestando quel barlume di dignità che ad ogni persona umana deve essere riconosciuta». 
«Episodi di questo genere non possono essere tollerati – conclude la Cisal – e noi ci renderemo portavoce di ogni ingiustizia consumata ai danni di chi quotidianamente e con rispettabilità svolge il proprio lavoro».

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