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La “banda di Bagnara" e l'omicidio fallito: «Queste cose si fanno a orari strani»

Le dieci persone arrestate, specializzate in armi e droga, erano ritenute pericolose. Per il procuratore Bombardieri progettavano di «prendere il controllo del territorio». Le mani sui mercatali e …

Pubblicato il: 28/06/2018 – 14:13
La “banda di Bagnara" e l'omicidio fallito: «Queste cose si fanno a orari strani»

REGGIO CALABRIA «Ascoltandoli, sembrava quasi di sentire “parole in libertà”, dette tanto per dire. Invece abbiamo verificato che la disponibilità di armi era reale, al pari del proposito di prendere il controllo di Bagnara». Il procuratore capo Giovanni Bombardieri è estremamente chiaro. Le dieci persone, incluso un minore, arrestate oggi dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria e di Villa San Giovanni (qui la notizia), erano pericolose. Si sentivano padroni del territorio, miravano a imporre la propria ala protettrice sui suoi abitanti e non hanno mai mostrato remora alcuna nell’uso delle armi.
LA “BANDA DI BAGNARA” «Bagnara – spiega il procuratore – è città aperta dal punto di vista criminale. Sebbene ci sia una pesante influenza delle famiglie di Sinopoli, non è controllata da alcun clan locale». Il gruppo ne era cosciente e voleva occupare quello spazio. Cresciuta tutto attorno ad un unico nucleo familiare, in grado di legare a sé cugini, parenti ed amici, la piccola organizzazione criminale aspirava a diventare una locale banda della Magliana, anzi – diceva uno degli arrestati – «la banda della Magliana ci deve guardare da lontano».
SPECIALIZZAZIONE FINZIONALE Due le attività principali dei membri del gruppo, lo spaccio e le armi. Delle forniture di droga – è emerso dall’indagine, si occupavano per lo più Rocco Perrello e Fortunato Praticò, la cui casa era anche il centro di smistamento delle dosi di cocaina e marijuana che gli altri membri della banda si occupavano di distribuire. Le armi invece erano per lo più cosa di Praticò, che all’uso di pistole e fucili addestrava anche i suoi sottoposti, incluso il figlio minorenne.
LA BATTAGLIA CONTRO I VIGILI URBANI Nessuno si doveva sottrarre alla missione. Bagnara doveva essere loro e pur di impossessarsene sembravano pronti a non fermarsi di fronte a niente. Neanche di fronte alle forze dell’ordine contro cui – hanno più volte detto, intercettati – si dicevano pronti a sparare. Per colpire il comandante facente funzione dei vigili urbani, il gruppo non si è preoccupato neanche di nascondere le tracce. Hanno sparato contro la sua porta diversi colpi di pistola.
MANI SUI MERCATALI «La casa della vittima – dice il comandante di Villa San Giovanni, Giuliano Carulli – è a 100 metri dall’abitazione della madre di Fortunato Praticò e lui stesso è stato visto aggirarsi lì attorno circa un quarto d’ora dopo il danneggiamento. Dalle perizie del Ris sulle traiettorie dei proiettili è emerso che chi ha sparato si trovava in quella casa». Motivo? Il comandante dei vigili doveva essere “punito” per aver sottoposto a controlli troppo stringenti i mercatali su cui la banda pretendeva di imporre il proprio controllo. «Proprio qui – ci tiene a sottolineare il procuratore – sta la cifra mafiosa di questa gente. Si pongono in via generalizzata come protettori di interessi diversi dai propri».
OMICIDIO IN REGALO Ma la banda si preparava al salto di qualità. «Stavano pianificando un omicidio – spiega il procuratore – e avevano pensato in dettaglio a come e quando realizzarlo, incluso gli orari». Intercettati da un’ambientale di cui non sospettavano neanche l’esistenza, gli uomini del gruppo teorizzavano «Queste cose bisogna farle a orari strani, quando nessuno se lo aspetta – si sente dire in un’intercettazione – come hanno fatto per Borsellino». L’obiettivo – hanno scoperto gli investigatori – era una persona non identificata, che il gruppo considerava relazionato con l’omicidio del cugino, Francesco Catalano, ucciso nel 2010. «Bisogna fare un regalo a sua madre» dicevano. E solo per un caso fortuito – il “bersaglio” non è stato individuato da Praticò – non è stato portato a termine.
MANI SUL PAESE E dopo quell’episodio, gli investigatori hanno deciso di chiudere in fretta, in modo da poter procedere al più presto agli arresti. «Siamo intervenuti – dice Bombardieri – perché la situazione era di estrema pericolosità. Dovevamo evitare che ci fosse un incancrenimento della realtà criminale di quell’area tale da sottrarre il territorio al controllo dello Stato». Ed era proprio questo il proposito della “banda” di Bagnara.

Alessia Candito
a.candito@corrierecal.it

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