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Piazze abusive, "bombe" idrogeologiche e politica distratta – FOTO

C’è anche una piazza tra i beni sequestrati nell’inchiesta sull’alluvione di Corigliano e Rossano. Facciolla: «Si indaga sulle vecchie amministrazioni comunali e provinciali, chiuderemo un nuovo fi…

Pubblicato il: 05/07/2018 – 17:09
Piazze abusive, "bombe" idrogeologiche e politica distratta – FOTO

LAMEZIA TERME C’è anche una piazza nell’elenco dei beni sequestrati dalla Procura di Castrovillari. E «terreni, fabbricati, interi condomini, servizi commerciali». Il procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla, ricapitola in breve uno sfacelo passato sopra le leggi, “nascosto” in bella mostra sotto gli occhi di politica e burocrazia. Le stesse che la maxi inchiesta “Flumen Luto” (qui la notizia) considera complici di un sistema il cui unico sbocco sarebbe potuto essere un vero e proprio disastro. «A Corigliano c’è una piazza che è completamente abusiva, fatta in spregio al territorio – dice il magistrato all’Agi -, hanno costruito nel fiume, hanno chiuso un intero alveo di 16 metri, riducendolo a due metri, per fare piazze e palazzi, favorendo certamente qualcuno». Un territorio violentato. E gli abusi, uno dopo l’altro sono venuti fuori – per paradosso – proprio dopo i danni e le devastazioni dell’alluvione del 2015.

Gli effetti dell’alluvione del 2015 a Corigliano

«Mi spiace dirlo – dice ancora Facciolla –, ma l’alluvione è stata l’occasione per evidenziare quello che è stato fatto, o non fatto, negli anni. Gli indagati riguardano anche le amministrazioni comunali di Corigliano e Rossano, ma anche l’amministrazione provinciale di Cosenza – dice Facciolla – funzionari e anche esponenti politici, perché queste situazioni si legano a questioni elettorali, creano consenso».
C’è anche la politica, dunque, nel mirino della Procura. Quella di Corigliano e Rossano – iscritti nel registro degli indagati ci sarebbero alcuni ex sindaci – ma l’indagine lambisce anche le vecchie amministrazioni della Provincia di Cosenza, guidate da Mario Oliverio e Mario Occhiuto, che sarebbero entrambi indagati così come alcuni ex sindaci di Corigliano e Rossano, vertici della Polizia provinciale e dei Consorzi di bonifica della zona. Ed siamo solo alla chiusura della prima fase, «ma chiuderemo un altro grosso troncone dell’inchiesta – conclude il procuratore – entro settembre».
Il quartiere costruito nella foce del Coriglianeto

EFFETTO BOMBA “Effetto bomba”, lo definiva un dossier realizzato da Legambiente nel 2013. Il “caso Corigliano” si era guadagnato l’inserimento tra i dieci siti più a rischio in Italia. Bastò sovrapporre le mappe ricavate da Google Earth con la carta in cui sono evidenziate le aree a rischio R3 ed R4 secondo il Piano per l’assetto idrogeologico del 2001. Il risultato? Interi quartieri edificati dopo l’entrata in vigore della carta dei rischi e inscritti in zone nelle quali il pericolo è quello della perdita di vite umane. Sembra di rileggere le parole di Facciolla sul sequestro di fabbricati, condomini e centri commerciali. I riferimenti, ripresi dal testo che gli ambientalisti depositarono in Procura, sono chiarissimi: «Il tratto di foce del Torrente Coriglianeto, che scorre nel Comune di Corigliano Calabro, rappresenta proprio l’area a maggior rischio idraulico nella zona e, nonostante tutto, rappresenta anche l’area dove più massicciamente si è sviluppata l’urbanizzazione negli ultimi anni, come risulta da un esposto presentato da Legambiente, Wwf e Libera nel febbraio 2013». È lo sfasciume pendulo coriglianese, in cui le zone a “rischio idrogeologico R3 ed R4” (ovvero rischio alto e rischio molto alto), in cui l’edificazione è vietata per legge, hanno visto continuare l’espansione anche dopo l’entrata in vigore (nel lontano 2001) del Pai.
La vasca di laminazione “occupata” da un agrumeto e uno stabile abusivo nel torrente Leccalàrdo, a Corigliano

«Come se non bastasse – scrivevano gli ambientalisti – nella porzione più a monte del Comune di Corigliano Calabro, lungo il Torrente Leccalàrdo, una vasca di laminazione (un’opera idraulica pubblica che dovrebbe avere la funzione di “trattenere” i considerevoli quantitativi d’acqua nel caso di piena), è stata “trasformata” abusivamente in un agrumeto privato e vi è stato addirittura costruito un edificio privato in muratura. La zona indicata ricade in un’ area densamente popolata ed è limitrofa ad un centro commerciale». Un manifesto (in mattoni e calcestruzzo) dell’abusivismo selvaggio e dei suoi pericoli: «La zona indicata ricade in un’area densamente popolata; puntualmente, ogni anno è soggetta ad allagamenti dopo piogge anche di consistenza ordinaria, proprio per la totale mancanza di funzionalità della vasca di laminazione. Eventi piovosi straordinari potrebbero mettere seriamente a rischio l’incolumità di molte vite umane, considerata l’elevata densità di popolazione dell’area». Queste parole tornarono d’attualità proprio dopo l’alluvione del 2015. Era tutto già scritto, insomma (leggi qui il servizio dedicato al caso dal Corriere della Calabria). Nell’esposto di Legambiente, Wwf e Libera c’erano anche due carte con gli edifici costruiti «contra legem» dopo il 2000 e dopo il 2006 nelle aree a rischio R3 e R4 nella zona della foce.
Cerchiata in giallo, l’area – nell’alveo del Crati – in cui è stato realizzato un agrumeto. Cerchiata in bianco, la zona in cui si trova il parco archeologico di Sibari

IL CRATI DEVASTATO Gli anni 2000 nei più grossi centri dello Jonio cosentino sono stati quelli del boom edilizio. Per un po’ non se n’è accorto nessuno. Tranne il Crati, “costretto” a deviare il proprio corso per fare spazio a opere abusive e vasti agrumeti. Anche in questo caso, è un’alluvione ad aprire gli occhi ben chiusi dell’opinione pubblica. Nel gennaio 2013, trecentomila metri cubi d’acqua e fango (e liquami) trasportati dal fiume invadono una delle aree archeologiche più importanti del Paese, quella di Sibari. Seguono solidarietà, appelli, firme e buoni propositi. Arrivano ministri, le autorità locali si sbracciano e chiedono aiuto, perché a queste latitudini le risorse scarseggiano. Ma c’è una cosa che scarseggia ancor più: l’attenzione. Lo scrivono nero su bianco i carabinieri di Cosenza: ci sono dei punti fermi sui quali si può ragionare. E sono così fermi che basta scaricare (di nuovo) Google Earth, per vederli. Le immagini riprese dallo spazio dimostrano che l’alveo del Crati, nel corso degli anni, è stato snaturato dagli agrumeti che ne occupano una buona porzione, impedendo all’acqua di defluire correttamente durante le piene. Questa barriera ha contribuito a soffocare il fiume, lasciando che si sfogasse nel varco di sette metri che si era aperto nell’argine ed era stato segnalato alle autorità da un contadino.

Pablo Petrasso
p.petrasso@corrierecal.it

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