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ASTE TRUCCATE | L’agenzia e i suoi “sodali”, il terrore delle aste giudiziarie
Secondo l’accusa, i Calidonna riuscivano a esercitare una forza intimidatrice. E a condizionare l’intero sistema delle procedure esecutive e fallimentari. Le minacce: «Vi ho preso il numero di targa»
Pubblicato il: 06/04/2019 – 21:21
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di Alessia Truzzolillo
LAMEZIA TERME L’associazione per delinquere dedita a truccare le aste giudiziarie a Lamezia Terme era composta, secondo l’accusa, da Raffale Calidonna a capo dell’agenzia di affari e servizi intestata alla figlia Sara Calidonna (qui i nomi di tutti gli indagati e qui le dichiarazioni del procuratore Curcio). Agenzia nata nel 2013 e che da anni, è scritto nel capo di imputazione, «esercita nei confronti dell’utenza del Tribunale un’indubbia forza intimidatrice, alternando alle minacce ed alle collusioni con i potenziali interessati, promesse e regalie anche di minimo valore, sconsigliando e in alcuni casi impedendone la libera partecipazione, riuscendo così a veicolare l’aggiudicazione dei beni di vendite giudiziarie ed a condizionare l’intero sistema delle procedure esecutive e fallimentari. L’agenzia era «un passaggio obbligato per tutti i debitori» che violando la legge si adoperavano per rientrare in possesso dei beni messi all’asta, a danno dei creditori e dell’erario. Oltre a padre e figlia a partecipare attivamente all’associazione c’erano Rosa Giampà, ex compagna di Calidonna, col ruolo di prestanome per la partecipazione alle aste giudiziarie, per l’intestazione di immobili e per il reimpiego dei capitali illeciti; Fabiana Aiello, amante di Calidonna, anche lei nel ruolo di prestanome; Michele Albanese, funzionario nella cancelleria esecuzioni mobiliari ed immobiliari del Tribunale di Lamezia, avrebbe avuto il ruolo stabile di fonte istituzionale dell’associazione; per fornire riservate e preziose informazioni, e consentire a Raffaele Calidonna di accedere al back-office della cancelleria e ai terminali a lui in uso; Pantalco Ruocco, funzionario all’Unep (ufficio notificazioni, esecuzioni e protesti) del Tribunale di Lamezia, col ruolo di procacciatore di affari per l’associazione; Francesca Misuraca, avvocato del Foro di Lamezia Terme, custode, curatore fallimentare, professionista, delegata, informatrice, e procacciatrice d’affari, a disposizione dell’associazione. Concorrenti esterni all’associazione sono considerati Antonio Stigliano, funzionario all’Unep (ufficio notificazioni, esecuzioni e protesti) del Tribunale di Lamezia, avrebbe assistito Raffaele Calidonna nel corso di pignoramento e sfratti, ricevendo specifiche direttive su come operare per ciascun intervento segnalato; Sabrina Marasco e Claudio Calimeri, rispettivamente funzionario e impiegato in servizio nella cancelleria fallimentare, esecuzioni mobiliari ed immobiliari del Tribunale di Lamezia, sono considerati informatori istituzionali dell’associazione criminale, perfettamente consapevoli del ruolo svolto da Calidonna, avrebbero fornito informazioni riservate sulle procedure esecutive; Emanula Vitalone, Bruno Famularo e Monica Nunnari, avvocati del Foro di Lamezia Terme, avrebbero agevolato l’intervento dell’organizzazione criminale nelle vendite giudiziarie segnalate da Calidonna.
CERTI NOMI CONTANO Cosa contava per Raffaele Calidonna quando partecipava a un’asta giudiziaria? Lo spiega lui stesso mentre parla al telefono con una persona interessata all’asta per impedirle di partecipare alla vendita giudiziale del capannone e degli uffici, nel Comune di Pianopoli, appartenenti alla fallita “Antonio Benincasa Srl”. Giuseppe Benincasa, alias Peppino o Pino, Adele Benincasa e Antonio Benincasa, intendono riacquistare il compendio immobiliare attraverso l’interposizione della Global Fish Srl amministrata da Antonio Benincasa. E mentre il curatore fallimentare Aldo Larizza al telefono avrebbe cercato di dissuadere l’interessato dal fare un sopralluogo «tentando di rinviare l’incombente, al fine di agevolare l’aggiudicazione al fallito, di cui era perfettamente a conoscenza», Calidonna, rivolgeva all’interessato all’asta «frasi minacciose» ed esponeva la sua teoria: «Ecco perché non si deve parlare con il curatore no, chiamo all’altro padrone e glielo dico, le operazioni si devono fare come faccio io, io non dico né al custode e né niente – a nessuno, mi vedo il bando, mi prendo la perizia, vado al Comune prendo le planimetrie, vedo com’è stato fatto come e non è stato fatto, se ci sono tutte quante le cose a posto, dopo di che che zona è? Acconia? È di Rocco Anello (nome del boss di Filadelfia, ndr), o Rocco vedi che devo prendere qual capannone là, rompiamo il cazzo a qualcuno là? qualcuno con voi? No compà, prendetevelo, un pensiero, benissimo, apposto e chiusa l’operazione, dobbiamo fare solo l’asta, se siamo soli ce lo prendiamo a quel prezzo, se non siamo soli dobbiamo fare il rilancio, però ne vale sempre la pena – mi capisci quello che ti voglio dire, se c’è soldi possiamo fare soldi, questo è il mio mestiere, io questo faccio».
E poi è lo stesso Calidonna che ricorda al suo interlocutore con chi deve contendersi l’asta: «Gli hanno ammazzato lo zio, Gino Benincasa (morto in un agguato di stampo mafioso nel 2008, due killer, armati di fucile e kalashnikov, gli hanno esploso contro almeno 15 colpi, ndr), il re del pesce – e ma tu cazzo non puoi venire nella casa nostra porca puttana, vi andate a mettere in un nido di vespe – hanno ammazzato a colpi di kalashnikov davanti al fratello del padre, lo zio diretto». D’altronde lo stesso Giuseppe Benincasa non usa nei confronti della persona interessata all’asta un tono più sobrio, al contrario: sottolinea il fatto che devono fare l’asta, che i proprietari sono interessati, sottolinea quella che è la posizione della sua famiglia all’interno della comunità, «… allora poi avrà il rispetto di una famiglia importante su Lamezia – io sono l’avvocato Benincasa, il nipote di Gino Benincasa buonanima – che era compare con Luigi Mancuso – e a noi ci avete creato un danno, creare un danno agli altri non va bene, soprattutto a chi è proprietario e se lo è sudato una vita, che dite eh? Ora vi faccio vedere che ho fatto la foto alla targa, veicolo, storico, questa è la targa della macchina vostra». Poi gli spiega che l’amico Calidonna gli è andato dietro. E anche Calidonna parla, in effetti, di aver «preso il numero di targa tuo». Insomma, partecipare a un’asta a Lamezia Terme, poteva comportare non pochi patemi. (a.truzzolillo@corrierecal.it)
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