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Processo Breakfast, Scajola: «Mai stato massone. Né aiutato alcuno»

L’ex ministro al procedimento in corso a Reggio in cui è accusato di aver favorito la latitanza di Matacena nega qualsiasi addebito: «Vittima di un comitato d’affari»

Pubblicato il: 18/06/2019 – 7:35

di Alessia Candito
REGGIO CALABRIA Visite a San Marino? Solo istituzionali, o a seguito di papà. La massoneria? Tutte chiacchiere o pettegolezzi. Per lui, un mondo sconosciuto, fatta eccezione per «diversi massoni che sono nel territorio, ma io non lo sono mai stato, né ho mai partecipato ad alcun rito massonico, anche solo per curiosità».
E poi – sostiene – gli italiani sono troppo individualisti per piegare la testa alla massoneria. La criminalità organizzata? «Non mi sono mai accorto di influenze o pressioni della criminalità organizzata nella mia regione».
Dopo anni di udienze, testimonianze convergenti, conversazioni intercettate, arrivato all’esame, l’ex ministro Claudio Scajola nega tutto. Nega le serate di loggia a San Marino raccontate dal pentito Cosimo Virgiglio, nega di aver aiutato Matacena, nega persino di aver mai conosciuto l’avvocato Giuseppe Luppino, cugino di Giuseppe Riotto, assessore di Sanremo in passato molto vicino all’ex ministro.
Per l’accusa, è stato uno dei canali che ha permesso all’imprenditore calabrese Carmine Cedro di entrare nelle grazie e nell’entourage dell’ex ministro, tanto vicino da poter portare “l’ambasciata” del clan Molè, interessato ad “accordarsi” con Impregilo per gli appalti della Salerno-Reggio Calabria.
Ma a detta di Scajola, neanche le foto pescate su Internet sono riuscite a rammentargli il suo volto o di averlo mai incontrato. «Di certo nel suo studio – afferma Scajola – non sono mai stato ed è falso quanto ha riferito Cedro poiché io avevo la scorta ed è impossibile che un estraneo mi abbia potuto accompagnare con la sua auto».
E in parte, il suo ex caposcorta conferma. Quando l’ex ministro aveva una protezione di livello 1, gli agenti non lo perdevano mai di vista. Diverso però era quando la scorta è stata passata a livello di poco inferiore. «Se doveva andare in un posto – spiega l’agente – noi lo accompagnavamo e poi lo andavamo a riprendere all’orario stabilito».
Cosa facesse nel frattempo, la scorta – ha finito per ammettere l’agente, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – «non lo sapeva».
Al di là di tutto, si proclama una vittima. Anche i suoi guai – afferma – deriverebbero da questo. «In questo Paese esistono comitati d’affari che condizionano scelte importanti. E penso di più. Anche nella mia prima vicenda giudiziaria c’è stata questa mano sul piano energetico».
«Una manina», a detta dell’ex ministro, espressione di misteriosi comitati d’affari, gli stessi di cui è accusato di far parte o a cui per gli inquirenti è assai vicino. E le accuse convergenti di pentiti e testimoni di estrazione diversa? Colpa della campagna mediatica, ovviamente. Perchè? «Quando usi viene interrogati, è facile che uno si vada a documentare. Ed è facile il condizionamento». (a.candito@corrirecal.it)

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