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Le Hogan in carcere e le “'mbasciate” ripagate con l’acqua di colonia

I dettagli dell’inchiesta che ha portato all’arresto di due agenti della Penitenziaria di Cosenza. Che facevano entrare anche dolci e lettori mp3. E che si vantavano di fare gli usurai con i loro c…

Pubblicato il: 19/06/2019 – 17:13
Le Hogan in carcere e  le “'mbasciate” ripagate con l’acqua di colonia

di Michele Presta
COSENZA
A rendere piacevole il soggiorno nella casa circondariale di Cosenza ci pensavano gli agenti infedeli della polizia penitenziaria. Ma la pacchia non era per tutti. I servigi ed i conforti sarebbero stati garantiti solo a chi aveva un certo «carisma criminale». Prima che arrivassero gli anni del “pentitismo” per i boss cosentini quelli passati dietro alle sbarre sembrerebbero essere stati tutt’altro che sgradevoli. Poi, le cose sono cambiate. Diversi hanno iniziato a collaborare con la giustizia e su quelle dichiarazioni la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha chiesto e ottenuto la carcerazione per Luigi Frassanito e Giovanni Porco (qui la notizia e qui altri dettagli). F. C., detto “penna bianca”, è indagato a piede libero perché ormai pensionato. Gli indagati, a cui la Procura diretta da Nicola Gratteri contesta il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbero reso più “piacevole” la carcerazione dei capi e degli affiliati alle cosche cosentine. Dai Lanzino-Ruà ai Rango-Zingari, dal gruppo dei Perna alla famiglia Bruni. Il pubblico ministero Camillo Falvo, distaccato dalla Dda nel territorio cosentino, ha messo insieme i verbali dei collaboratori di giustizia riuscendo ad individuare i presunti responsabili di quei soggiorni “confortevoli”. I gravi indizi di reato nei loro confronti, oltre che dalle dichiarazioni, sono stati rafforzati anche attraverso il riconoscimento fotografico effettuato dei pentiti. Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna, Luca Pellicori, Ernesto Foggetti, Mattia Pulicanò, Franco Bruzzese, Vincenzo De Rose, Francesco Noblea, Luciano Impieri: tutti sono passati dall’istituto di via Popilia e tutti hanno beneficiato direttamente o indirettamente dei favori degli agenti della penitenziaria finiti nella bufera.
DROGA, ESTORSIONI E PROFUMI Luigi Frassanito ha la passione per i profumi, questo i boss lo sanno e spesso le “’mbasciate” all’esterno raccontano di averle ripagate con l’acqua di colonia. «Loro erano a nostra disposizione e facevano in modo che la nostra permanenza carceraria fosse assistita da tutti i comfort –spiega Adolfo Foggetti –. Ovviamente venivano pagati con somme di denaro da parte nostra, che prelevavamo dalla bacinella della cosca. Questo lo so perché i prelievi noi capi dovevamo conoscerli. Io stesso ho consegnato somme di denaro personalmente a Luigi e svariate volte ho regalato dei profumi». Quello che riferisce l’ex affiliato della cosca Rango-Zingari coincide anche con il racconto fatto da Mattia Pulicanò, del gruppo criminale Lanzino-Ruà. «Questi addetti della polizia penitenziaria erano a nostra disposizione, facevano entrare anche tipi di comfort come: dolci, mp3, orologi e profumi». Nel frattempo però da consegnare c’erano anche i pizzini, le liste sulle estorsioni e le altre comunicazioni urgenti e legate all’attività criminale. «Dal carcere Maurizio Rango mandò a dire ad Ettore Sottile che Mario Esposito, Francesco Ciancio e Antonio Illuminato si autoaccusassero, anche se non erano loro i responsabili, dell’omicidio di Messinetti», è scritto nei verbali di Adolfo Foggetti. Ed i fatti coincidono. Il Gip di Catanzaro nel disporre la misura cautelare degli arresti annota come «in merito alla vicenda dell’omicidio di Francesco Messinetti, il fatto storico per come lo descrive il collaboratore è riscontrato esaminando le sentenze di condanna intervenute nel corso degli anni precedenti». Ma garantire i soggiorni carcerari alla ’ndrangheta cosentina avrebbe significato soprattutto un ingresso extra e molto consistente in busta paga. «So che Luigi aveva delle somme di denaro e si vantava di fare usura con i suoi colleghi. Questo ce lo diceva lui, anche se non so chi fosse la vittima», spiega Foggetti ai magistrati. Identità che prova a svelare Daniele Lamanna. «Luigi riusciva a prestare del denaro in usura con la compiacenza della malavita. L’ho saputo colloquiando con un ragazzo che aveva una barberia e che mi fece capire di essere vittima di usura».
IL FARMACO A PORCARO E IL BATTESIMO DI ABBRUZZESE La godibilità della detenzione non passava solo dalla possibilità di continuare a comunicare con il mondo esterno o scegliere la cella che si affacciasse sulla strada per rimanere costantemente aggiornati. Se c’era da intervenire anche con altro, gli agenti sarebbero dovuti essere pronti. E così sembrerebbe essere successo con il farmaco fatto utilizzare a Roberto Porcaro. «Uno dei due citati poliziotti penitenziari, non so con precisione chi dei due – è riportato nel verbale di interrogatorio di Pulicanò – è colui il quale ha fatto entrare in cella il farmaco utilizzato da Roberto Porcaro per fargli alterare il timbro di voce e quindi falsare una consulenza fonica in ordine ad una intercettazione riguardante il processo “Terminator 4”». Se dall’esterno tutto filava liscio, anche dentro però non ci sarebbero dovuti essere dei problemi, tutti calmi con buona pace dei secondini. «Dentro noi – dice Franco Abbruzzese – ce la vedevamo anche per le affiliazioni. Io stesso sono stato battezzato nel carcere di Cosenza da mio fratello Giovanni, mio cugino Franco di Cassano detto “Dentuzzo” e Rinaldo Gentile».
NEL PENITENZIARIO TRA DROGA E AFFARI Frassanito, Porco e “Penna Bianca”, in base ai racconti dei collaboratori riuscivano ad intervenire ed andare incontro a tutte le esigenze. Dal novembre del 2009 a 2015 nel penitenziario di Cosenza la mala bruzia sembrerebbe aver fatto il buono e cattivo tempo. All’esterno arrivavano le liste dei pusher e delle persone a cui doveva essere chiesta l’usura con dei pizzini chiusi, dentro arrivavano le rendicontazioni dell’attività e se tutto non filava liscio sarebbe potuto intervenire il diretto interessato. «Nel 2013 – dice Abbruzzese ai magistrati – Francesco Patitucci si è anche sistemato una situazione di soldi dalle finestre del carcere. Un imprenditore si è fatto portare davanti al carcere, sotto la finestra, e ricordo che Patitucci disse a questo imprenditore di restituire le somme in prestito che gli aveva dato ad usura, perché gli servivano. Si tratta di una somma di 100-120mila euro. Se non ricordo male l’imprenditore gli disse che gliene dava una parte subito il resto in diverse tranche». Ogni ala dell’istituto penitenziario faceva riferimento al carcerato con più «carisma criminale». Mario Gatto è indicato tra i collaboratori come «quello che risolve la questione tra detenuti». Le cose non erano statiche, ma cambiavano in base a chi occupava le celle. «Nell’ala della massima sicurezza – racconta Luca Pellicori – se la comandava Salvatore Ariello. Nella zona media toccava a me e al secondo piano Marco Abbruzzese dei “banana”. Non volevano che succedessero problemi». E dentro arrivavano sostanze stupefacenti e anche armi. Per Pellicori gli agenti erano «talmente disponibili che se glielo avessi chiesto sarebbero stati in grado di portarmi anche una pistola in carcere». Noblea ha raccontato il trucco per fare entrare un taglierino. «In carcere entravano coltelli e taglierini che venivano portati da quelli della Mof (Manutenzione ordinaria dei fabbricati, ndr) che entravano per i lavori. In particolare li introduceva Mario Ginese che a me personalmente ha dato un taglierino. Queste armi vengono nascoste sotto la porta del blindato, nel congelatore o sotto la finestra del bagno».
L’INTERVENTO AL BISOGNO Gli agenti infedeli non avrebbero fatto soltanto da tramite tra dentro e fuori. Per i collaboratori i poliziotti della penitenziaria rappresentavano il lasciapassare anche per le comodità burocratiche. «Quando fui arrestato dalla Dda per l’omicidio di Luca Bruni –racconta Foggetti in un verbale – mi presentai in carcere a Cosenza con delle Hogan. Uno dei tre agenti di polizia penitenziaria che mi accolsero disse che non potevo entrare, idem successe con un orologio che aveva Maurizio Rango. L’agente venne allontanato da Porco e da un altro suo collega spiegando che se la sarebbero vista loro. Entrammo con i beni che non potevano entrare e non fummo neanche perquisiti». Tutto questo sarebbe stato il “welcome home” fatto di favori che non potevano essere ammessi dall’ordinamento giudiziario o comunicazioni per mantenere i contatti con i membri del clan scampati all’arresto. (m.presta@corrierecal.it)

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