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Summit nelle celle, alcol e droghe: il carcere di Cosenza in mano ai clan – VIDEO

L’accusa di Gratteri: «Era un’indagine tenuta nel cassetto. Grave che detenuti ‘ndranghetisti di Cosenza siano rimasti per anni a Cosenza. Chi era preposto al controllo non è intervenuto». Gli inve…

Pubblicato il: 19/06/2019 – 13:06
Summit nelle celle, alcol e droghe: il carcere di Cosenza in mano ai clan – VIDEO

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO Il carcere di Cosenza era nelle mani degli esponenti di spicco delle cosche cosentine che si sono succedute sul territorio bruzio: “Patitucci-Lanzino-Ruà”, “Bruni-Zingari” e “Rango-Zingari”. Potevano fare di tutto: mandare pizzini all’esterno indirizzati a imprenditori e spacciatori, farsi mandare alcol e droghe, avere le celle in posizioni strategiche in modo da affacciare sulla strada e da quella posizione privilegiata comunicare ordini, parlare con i familiari e imporre la propria presenza sul territorio. Un territorio nel quale, nonostante tutto, continuavano a vivere. Quello che stava avvenendo nel carcere di Cosenza era il segreto di Pulcinella, i collaboratori di giustizia ne parlavano da anni. Nelle celle si tenevano veri e propri summit facendo venire a contatto detenuti sottoposti a diverso regime carcerario. Questo era possibile, secondo l’accusa, grazie alla “collaborazione” di appartenenti al corpo di polizia penitenziaria, due dei quali sono stati arrestati mercoledì dai carabinieri del comando provinciale di Cosenza, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, in seguito alle indagini coordinate dalla Dda di Catanzaro. Si tratta di Luigi Frassanito (56 anni) e Giovanni Porco (53 anni), assistenti capo della polizia penitenziaria.
I fatti sono datati, i riscontri vanno dal 2009 al 2015. E gli agenti che volevano lavorare onestamente subivano rappresaglie. Fare il proprio dovere poteva comportare anche l’incendio della propria automobile.
https://www.youtube.com/watch?v=qDDLjGR6wJM
«MANCANZA DI CONTROLLO» «Questa indagine fa parte di quel pacchetto di indagini ferme, dimenticate, alle quali nessuno aveva messo mano, su fatti gravissimi avvenuti all’interno del carcere di Cosenza. Questo lavoro poteva essere svolto tanti anni fa – commenta il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri –. Io ringrazio il collega Camillo Falvo che ha fatto una grande ricostruzione storica, ha messo in ordine le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che da tanti anni ripetevano che il carcere di Cosenza era nelle mani della ‘ndrangheta. Che nel carcere di Cosenza si poteva fare di tutto e di più. Ma la cosa più grave è che si sia consentito che detenuti ‘ndranghetisti di Cosenza siano rimasti per anni a Cosenza». «Qual è la logica – si chiede il procuratore di Catanzaro – di tenere pericolosi ‘ndranghetisti nella stessa città in cui operano le cosche che questi uomini comandano?». Questa indagine fa emergere, aggiunge Gratteri, «che chi era preposto al controllo, chi doveva intervenire, ossia tutta la struttura gerarchica del Dipartimento penitenziario, non è intervenuto. Mi auguro che gli arresti di oggi servano a costringere chi deve – dal direttore del carcere al direttore del Dap – ad intervenire per fare un po’ di ordine, quantomeno nell’applicazione dell’ordinamento penitenziario. I detenuti di alta sicurezza dovrebbero stare almeno a mille chilometri di distanza dalla propria zona di controllo criminale».
IN CARCERE DROGHE, ALCOL E FARMACI PER ALTERARE LA VOCE Dopo anni di illeciti, anche risalenti nel tempo, la ricostruzione dei fatti è stata complessa ha spiegato il colonnello Piero Sutera. Riscontri documentali e investigativi da mettere a confronto con le dichiarazioni di ben nove collaboratori di giustizia (Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna, Luca Pellicori, Ernesto Foggetti, Mattia Pullicanò, Franco Bruzzese, Vincenzo De Rose, Francesco Noblea e Luciano Impieri). «I detenuti potevano interferire con le attività investigative – commenta Sutera –, tentare di intimidire chi voleva collaborare. Riuscivano a fare introdurre nel carcere alcol, droghe (che venivano lanciate dentro palline da tennis all’interno del campo di calcio). In una occasione un detenuto si è fatto portare un farmaco per alterare il timbro vocale perché doveva sottoporsi a una perizia fonica».
Ma non solo. Si parlava del fatto di avere celle privilegiate per affacciarsi sulla strada. «In una occasione – racconta il tenente colonnello Michele Borrelli – un imprenditore è stato “convocato” sotto la finestra di un detenuto di spicco che gli ha intimato la restituzione di una somma di denaro, prestata a usura, di 100mila euro».
«Persone fuori dal carcere – ha inoltre raccontato il capitano Giuseppe Sacco – potevano ricevere doti di ‘ndrangheta dai vertici delle cosche che si trovavano nel carcere». Un quadro a tinte fosche quello che emerge dall’indagine. E i risvolti investigativi potrebbero aprire nuovi scenari. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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