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Reggio Calabria, il Tribunale di sorveglianza concede la semilibertà a Scopelliti

Presentata un’istanza per la messa in prova, un regime meno rigido che esclude il rientro in carcere. Ma il Tds ha optato per un altro provvedimento

Pubblicato il: 26/11/2019 – 22:49
Reggio Calabria, il Tribunale di sorveglianza concede la semilibertà a Scopelliti

di Alessia Candito

REGGIO CALABRIA Niente messa in prova ai servizi sociali, ma un regime di semilibertà che lo costringe a tornare in carcere per la notte, quanto meno dal lunedì al venerdì. È una vittoria a metà quella che l’ex governatore Giuseppe Scopelliti, assistito dall’avvocato Aldo Labate, ha strappato al Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria. Dopo dieci mesi di lavoro all’esterno e forte di una serie di relazioni – fa sapere la difesa – «estremamente positive» sulla condotta in carcere, il legale aveva presentato istanza per l’accesso alla messa in prova, un regime meno rigido della semilibertà, che esclude il rientro in carcere. Ma il Tribunale ha risposto picche. Al momento non si conoscono le motivazioni del provvedimento, ma non è escluso che contro la decisione dei giudici Scopelliti scelga di far ricorso in Cassazione. In ogni caso, il provvedimento del Tds consente all’ex governatore di guadagnare qualche ora di libertà in più e con meno limitazioni. Attualmente è solo abilitato al lavoro all’esterno alla cooperativa “Nuova Solidarietà” dalle 8 alle 14, con obbligo di rientro immediato in carcere alla fine del turno. Detenuto dal 5 aprile del 2018, Scopelliti è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico per aver nascosto il cratere di bilancio nei conti del Comune di Reggio Calabria. Un delitto con un movente politico – hanno stabilito i giudici – commesso grazie ai buoni uffici dell’allora potentissima dirigente del settore Bilancio, Orsola Fallara.
Fallara – si leggeva nella motivazioni della sentenza di prima istanza – era «lo schermo dietro il quale agiva il sindaco Scopelliti che aveva voluto fortemente la stessa quale dirigente di un settore strategico dandole la possibilità di portare avanti, nel dissenso di buona parte dell’amministrazione, la linea politica da lui perseguita». Per la Corte d’Appello invece «la serie di falsi ideologici, di irregolarità, di funzionali occultamenti della reale situazione di difficoltà dell’Ente erano commessi al fine di mantenere il consenso e lo status quo». E non si discosta la Cassazione, che sottolinea «il disegno, da parte del sindaco, di mantenere la sua linea politica ed il consenso a ciò funzionale appare un elemento (…) illuminante ai fini della ricostruzione storica e della sintesi logica della complessa vicenda nelle sue molteplici articolazioni amministrative ed istituzionali».(a.candito@corrierecal.it)

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