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Il politico-santone e il controllo sui seguaci. «Pressioni per non denunciare la violenza su una minore»

Da un documento del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria emerge il ruolo del consigliere comunale di Fratelli d’Italia Massimo Ripepi, che non è indagato nella vicenda. «Disse ai genitori d…

Pubblicato il: 06/12/2020 – 12:36
Il politico-santone e il controllo sui seguaci. «Pressioni per non denunciare la violenza su una minore»

REGGIO CALABRIA I seguaci del suo movimento lo chiamano “papà Massimo”. Lui, al secolo Massimo Ripepi, è un consigliere comunale di Reggio Calabria, tra i più influenti rappresentanti di Fratelli d’Italia nella città dello Stretto, in cerca – si dice – di un posto in lista per le prossime elezioni regionali. Ma anche una sorta di santone della comunità “Pace”, un gruppo di cattolici integralisti. Capita, però, che il comportamento di “papa Massimo” finisca in un documento del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria. L’atto dispone l’affidamento urgente di una minore al servizio sociale territoriale. Una storiaccia di abusi che si incrocia con la vita all’interno del gruppo, che in molti assimilano a una setta. Ripepi non è indagato, ma le carte del Tribunale sono molto imbarazzanti. Con la madre ricoverata e il padre in pericolo, sottoposto a minacce di morte, sono i genitori della piccola a rivolgersi a Ripepi per trovare una soluzione al loro dramma. Ma «Ripepi – così scrive il giudice –, escludendo che vi fosse nella comunità religiosa qualche famiglia in grado di venire in aiuto ai “fratelli”, invitava questi ultimi a rivolgersi alla nonna materna e ciò malgrado tutti fossero a conoscenza del fatto che quest’ultima vivesse con il figlio, in passato (circa vent’anni addietro) condannato con sentenza definitiva alla pena di otto anni di reclusione per violenza sessuale su minori». La presenza dello zio preoccupa i genitori, che raccomandano alla nonna «di non lasciarla mai sola, né di giorno, né di notte, con lo zio».
Invece la piccola, dopo essere rientrata a casa, racconta le attenzioni morbose dello zio. Evitiamo di scendere in particolari. Ripepi, però, rientra nella fase successiva della storia. Sono ancora i genitori a rivolgersi a lui. Ma «vengono dissuasi dal denunciare e invitati a curare l’anima della persona che aveva abusato della bambina per salvarla e conoscere la “gloria di Dio”». “Papà Massimo” avrebbe anche incontrato lo zio della piccola. E lo avrebbe «redarguito, descritto come posseduto dal demone, inviato e non mentire e diffidato dall’avere qualsiasi contatto con minori». Non basta: secondo quanto riporta l’atto, Ripepi avrebbe messo in guardia la madre «dal rischio di provocare, con una denuncia, il suicidio del fratello, del cui sangue sarebbe stata “responsabile davanti a Dio”, e l’allontanamento della minore da parte dei Servizi sociali».
A quel punto i genitori decidono di non denunciare e «rinunciano all’idea di lasciare la comunità di Ripepi, per il timore, indotto dal pastore, di perdere la protezione di Dio e vedere distrutta la propria famiglia».
La vittima delle violenze si confida con alcuni suoi coetanei, sia a scuola che in comunità, «suscitando – scrive il giudice – le ire di Ripepi», che avrebbe definito «madre di merda» la mamma della piccola. È una consorella a chiedere spiegazioni al “pastore”, «invocando l’allontanamento dalla chiesa dello zio (la cui anima il Ripepi stava, invece, personalmente curando)».
Saranno invece i genitori ad allontanarsi dal movimento e a denunciare. Solo dopo aver lasciato quella comunità. Prima, secondo il giudice Paolo Ramondino, «si sono fatti pesantemente condizionare dal pastore a capo della comunità religiosa da essi frequentata, cedendo alle sue assurde pressioni senza rendersi minimamente conto dell’abnormità della situazione».

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