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L'ultimo viaggio di Natale De Grazia, 25 anni dopo. Nuovi interrogativi ampliano lo scenario

Un quarto di secolo è trascorso dalla notte tra il 12 e 13 dicembre 1995. Una sesta delega dimostra che la sua presenza in quella spedizione non era una casualità. Dopo l’input del ministero dell’A…

Pubblicato il: 13/12/2020 – 11:59
L'ultimo viaggio di Natale De Grazia, 25 anni dopo. Nuovi interrogativi ampliano lo scenario

di Francesco Donnici
REGGIO CALABRIA
«Ci permettiamo di chiedere alla S.V., fiduciosi in un suo tempestivo intervento, di voler riaprire le indagini ove già chiuse, per svolgere tutti gli accertamenti che riterrà utile, dichiarandoci a Vostra disposizione per qualsiasi notizia volesse acquisire e che sia di nostra conoscenza. […] Comprenda il nostro dolore e ci dia speranza di verità».
Questa è la parte finale di una lettera scritta dai familiari di Natale De Grazia, indirizzata alla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno e protocollata 8 marzo 1997.
Il documento è contenuto nell’ampio fascicolo d’indagine sulla morte del Capitano di Corvetta, investito dalla procura di Reggio Calabria delle indagini sul traffico di rifiuti e sugli affondamenti sospetti di navi nel Mar Mediterraneo, avvenuta nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995.
L’istanza faceva perno sulle incongruenze tra le perizie (d’ufficio e di parte) volte ad accertare le effettive cause del decesso. Da allora sono stati diversi gli avvicendamenti che hanno portato la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti della XVI legislatura, istituita nel 2009 e presieduta da Pecorella e Bratti, a disporre nuovi accertamenti ed una terza e ulteriore perizia, con risultati che hanno restituito ulteriori interrogativi su quanto accaduto quella sera.
A 25 anni esatti di distanza, molti di quegli interrogativi, connessi ad altri contenuti nel più ampio spettro delle indagini sulle “navi dei veleni” e sulle “navi a perdere”, continuano a rimanere senza risposta, come sottolineato anche da Nuccio Barillà, tra i padri fondatori di Legambiente in Calabria, che ha seguito fin dall’inizio la vicenda De Grazia ponendo l’attenzione su nuove riflessioni riportate nel rapporto Ecomafia 2020 presentato dall’associazione lo scorso 11 dicembre.

LA SESTA DELEGA D’INDAGINE Il Capitano di fregata Natale De Grazia muore durante un viaggio – stando alle ricostruzioni fatte negli anni – da Reggio Calabria a La Spezia, insieme ad alcuni dei componenti del suo pool investigativo coordinato dal sostituto procuratore di Reggio Calabria, Franco Neri: il carabiniere Rosario Francaviglia e il maresciallo Nicolò Moschitta, il primo trasferito, il secondo pensionato (a 44 anni) subito dopo l’accaduto. Della squadra faceva parte anche Domenico Scimone, punto di congiunzione tra il pool e due ufficiali del Sismi.
Quel viaggio era stato tenuto nascosto ai più, anche per via del clima di tensione che gravitava intorno a quelle indagini. Prima di partire, De Grazia aveva inserito della documentazione all’interno della sua valigetta nera. Deleghe di indagine firmate appunto da Neri e dal Procuratore Francesco Scuderi. Ricostruire il contenuto della documentazione permette di capire le ragioni e la geografia di quel viaggio. Ha provato a dare risposta il ricercatore Andrea Carnì, il cui lavoro è partito dai dubbi sollevati nel 2005 dalla Procura di Paola sull’effettivo numero delle deleghe presenti nella valigetta. «Il quesito – spiega Carnì – è motivato dal fatto che il 26 aprile di quello stesso anno, il Nucleo Operativo del Comando dei carabinieri di Reggio Calabria inviò un totale di cinque deleghe di indagine seppur, lo stesso Comando, pochi giorni dopo la morte del capitano, ne avesse segnalato la presenza di sei». A destare perplessità, il fatto che nessuna delle prime cinque deleghe parlasse espressamente di incarichi conferiti al capitano De Grazia: «La n.1 e la n. 2 – spiega Carnì, che numera le deleghe per semplificare – erano indirizzate al procuratore di Salerno. Nell’aprile del 1994, un container con tracce di torio si era spiaggiato ed era stato posto sotto sequestro dalla Procura di Salerno. A Moschitta veniva richiesto di acquisire la documentazione inerente alle indagini in questione. La n.3 era diretta al procuratore di La Spezia e chiedeva di autorizzare il vice ispettore Claudio Tassi della Polizia Giudiziaria di La Spezia a “svolgere le indagini” delegate per conto della Procura di Reggio Calabria. Con la n.4, strettamente connessa alla terza, Neri e Scuderi delegavano Tassi a svolgere indagini “già concordate” anche “fuori sede”. Con la n.5 Moschitta veniva incaricato ad interrogare Cesare Cranchi, residente a Pianello del Lario, in provincia di Como».

Il relitto della nave Rigel, affondata nel 1987

Ma Carnì pone l’attenzione sulla sesta delega: «Non si tratta di una delega che scompiglia le carte in tavola, che sia chiaro. Si tratta, però, di una delega non di poco conto, diretta al presidente della Sezione Penale del Tribunale di La Spezia. Gli viene fatta richiesta di autorizzare De Grazia e Moschitta a prender visione e ad estrarre copia degli atti del procedimento relativo all’affondamento della nave Rigel, avvenuto il 21 settembre 1987». Sarebbe di fatto questa l’unica delega che riporta il nome di De Grazia sancendo la sua necessaria presenza in quella spedizione e contraddicendo in parte quanto dichiarato proprio dal collega Scimone – sul quale, a detta del cognato, Francesco Postorino, il capitano De Grazia nutriva sospetti – alla Commissione parlamentare d’inchiesta, che verrà in possesso dei blocchi documentali contenenti le deleghe circa 3 mesi dopo l’audizione dello stesso Scimone.
La traversata via terra si interromperà molto prima della destinazione, nei pressi di una stazione di servizio. Il gruppo aveva cenato al ristorante “Da Mario” a Campagna, in provincia di Salerno, un luogo che «in quegli anni lavorava molto con i magistrati, i carabinieri, la polizia, la guardia di finanza, con questa gente qua» secondo una successiva ricostruzione fornita dal titolare. Quanto accaduto in quell’intertempo è un buco nero, colmato attraverso una serie di ricostruzioni spesso contraddittorie.
Sempre dalla documentazione acquisita nel fascicolo di indagine, risulta che De Grazia «dopo la cena, ha accusato un improvviso e profondo senso di malore. È stato immediatamente soccorso dai colleghi di lavoro con i quali viaggiava e trasportato con un’autoambulanza nell’ospedale civile di Nocera Inferiore ov’è giunto cadavere alle ore 0.50 del 13 dicembre 1995».
Il cadavere di Natale De Grazia, foto inclusa nel fascicolo d’indagine

LE TRE VERITÀ Il blackout di quella sera è però destinato a protrarsi, ancora oggi. «Sulla morte di De Grazia ci sono tre verità», dice Nuccio Barillà.
«Anzitutto ci  sono due perizie legali in contrasto tra loro, con annesse mancanze del consulente d’ufficio. La seconda verità – sconvolgente già al tempo – è che c’è una nuova perizia fatta a distanza di 17 anni, conclusasi con una clamorosa soluzione che la Commissione parlamentare ha definito “analiticamente motivata e scientificamente inattaccabile”, che esclude in modo tassativo una morte per cause naturali e parla di una causa tossica. Terza ed ultima verità è quella secondo cui De Grazia  – che stava per far saltare un traffico internazionale di rifiuti tra Stati – sarebbe stato torturato e ucciso, ma questa ricostruzione destruttura l’intera vicenda coinvolgendo in qualche modo anche gli altri colleghi del pool che quella sera si trovavano insieme a De Grazia».
Il Tribunale di Reggio Calabria nomina consulente per la perizia medico-legale sulla morte di De Grazia la dottoressa Simona Del Vecchio dell’Università “La Sapienza” di Roma. L’autopsia, alla quale parteciperà anche il consulente di parte, il dottor Alessio Asmundo, sarà il successivo 19 dicembre.
Aveva destato perplessità già solo il fatto che il consulente d’ufficio non avesse portato con sé una macchina fotografica, elemento essenziale in queste operazioni. A fornirla sarà proprio il dottor Asmundo e verranno prodotte 17 fotografie allegate al fascicolo.
Nella consulenza d’ufficio, la dottoressa Del Vecchio conclude che «la morte di Natale De Grazia […] può ricondursi per sua natura ad una morte di tipo naturale, conseguente ad una insufficienza cardiaca acuta, inquadrabile più specificamente nella fattispecie della “morte improvvisa dell’adulto”».
Disamina che non convince e viene in parte contraddetta proprio dal consulente di parte secondo cui «non possono essere accettate [una serie di] espressioni utilizzate dal consulente del Pm» giungendosi a conclusioni di carattere diverso, ben rappresentate sempre nella lettera inviata dai familiari di De Grazia agli inquirenti: «Non riusciamo a trovare una spiegazione nel fatto che il perito d’Ufficio, per giustificare la morte per causa cardiaca ha descritto, secondo noi falsamente, un cuore malato ed il perito di parte, per giustificare la morte per causa cardiaca, ha descritto un cuore sano».
Dubbi che nel tempo vengono alimentati dal pensiero che la nomina di Simona Del Vecchio fosse del tutto casuale – condannata a 6 anni e 6 mesi di reclusione con l’accusa di falso, truffa e peculato commessi nelle vesti di dirigente di medicina legale dell’Asl 1 di Imperia, quando avrebbe compilato ben 46 certificati su salme che non ha mai visitato – dacché il suo nome ritorna associato anche ad altre morti misteriose, come quella del tenente colonnello del Sismi, Mario Ferraro, trovato impiccato su un appendiabiti fissato a solo 1,20 metri da terra.
La relazione di Simona Del Vecchio manca di una serie di punti essenziali – tra cui l’esame tossicologico – e viene smentita ancora una volta all’esito dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta, attraverso la perizia affidata in questo caso al professor Giovanni Arcudi, secondo cui «il capitano De Grazia non è morto di morte improvvisa mancando qualsivoglia elemento che possa in qualche modo rappresentare fattore di rischio per il verificarsi di tale evento». Piuttosto, continua Arcudi: «Se si volesse proporre una ipotesi di causa di morte diversa da quella sopradetta, sembrerebbe più trattarsi di morte cardiaca dovuta a insufficienza respiratoria da depressione del sistema nervoso centrale […] Quest’ultima, in carenza di incidenti cerebrovascolari, esclusi dall’autopsia, può riconoscere solo la causa tossica» impossibile da accertarsi a fronte del tempo trascorso.
Legambiente chiede subito la riapertura dell’indagine presso la procura di Nocera Inferiore sulla morte di De Grazia. «La risposta degli inquirenti, al tempo, fu che non c’erano elementi tali da propiziare la riapertura del fascicolo, con la riserva, tuttavia, di chiedere un parere al gip». Ma da allora cala il silenzio. Secondo Barillà «non era accettabile la fretta con la quale l’inchiesta era stata chiusa sulla base della sola perizia, senza attendere l’arrivo della relazione della Commissione d’inchiesta». Relazione che, stando a quanto riferito al tempo, in procura non arrivò.
Il cadavere di Natale De Grazia, foto inclusa nel fascicolo d’indagine

«C’È FERMENTO NELLA MAGISTRATURA» Lo scorso gennaio il ministro dell’ambiente Sergio Costa promuove lo stanziamento di un milione di euro per nuove indagini di natura tecnica su tre spazi di mare «interessati dalla vicenda delle cosiddette “navi dei veleni” che si ritiene affondate cariche di rifiuti, anche nucleari, a largo delle coste prospicienti la zona cosentina, Amantea e Cetraro, e a Capo Spartivento, sulla zona ionica, a Reggio Calabria». Già in quell’occasione Costa aveva dichiarato il «dovere dello Stato di fare piena luce sulla morte di De Grazia».
Qualche mese prima era stata pubblicata su Fanpage, un’inchiesta che accedeva i riflettori su alcuni traffici di materiali nucleari in mare e rilanciava l’ipotesi secondo cui De Grazia potrebbe essere stato «sequestrato, torturato e ucciso». Lo scorso marzo i materiali sarebbero stati richiesti dal Nucleo operativo della Guardia costiera con funzione di Pg, per conto della procura di Catanzaro, a fronte – riporta sempre Fanpage – di un supplemento di indagine che verte su due tronconi: ricostruire la dinamica della morte del Capitano De Grazia; capire a che punto si erano fermate le indagini e quale fosse di fatto il contenuto della sua ultima missione, individuato dalla recente inchiesta nella centrale nucleare di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria.
I dubbi sulla possibile morte violenta del Capitano sarebbero instillati anche dalla foto del volto contenuta nel fascicolo. «Già nella sua perizia, Asmundo parla delle tumefazioni del volto e attribuisce i segni sugli altri organi ai tentativi di rianimazione. – dice Barillà – Non gli passa nemmeno l’idea che quella potesse essere causa di colluttazione. Chi ha conosciuto Natale De Grazia guarda quella foto e quel volto come se appartenesse a un altro». Tanto si evince anche dalle successive reazioni, soprattutto dei colleghi presenti quella sera. «Per capire se dietro a quanto accaduto ci sia stata reticenza o superficialità sta indagando una nuova Commissione d’inchiesta anche se oggi è tutto più complicato».
Legambiente fa sapere che «non risulta, allo stato, ci siano indagini aperte a Catanzaro, ma non è da escludere che ci sia fermento all’interno della magistratura». Tanto più sull’omicidio. «Si potrebbe aprire un’indagine nuova sulla base di elementi nuovi. Come più volte detto, bisogna ripartire dagli elementi certi e dalle cose che in passato non sono state approfondite, lasciando vuoti e domande».
«L’inchiesta di Fanpage – chiosa Barillà – ha dato un notevole contributo alla causa, facendo luce su una serie di vicende sopite da anni e riaccendendo i riflettori sul caso De Grazia. Le indagini, le archiviazioni e le montagne di carte prodotte in questi 25 anni, spesso non hanno portato a nulla se non a una verità storica consolidata e molti dubbi che aspettano di essere sciolti. Nel mentre, però, il tempo trascorre e mutano gli interessi e lo scenario dei rapporti tra gli Stati». (redazione@corrierecal.it)

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