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Del servizio di pulizie all'Annunziata «tutti sapevano che era un appalto farlocco»

Ulteriori dettagli dell’inchiesta “Silence” condotta dalla procura della repubblica di Cosenza. L’ombra dell’inchiesta e di una tangente emerge nelle intercettazioni telefoniche finite agli atti d’…

Pubblicato il: 25/12/2020 – 13:06
Del servizio di pulizie all'Annunziata «tutti sapevano che era un appalto farlocco»

COSENZA «Se vanno in fondo alla questione di Cosenza sono fottuti!» al telefono Monica Fabis, indagata nel procedimento “Silence” insieme ad altre quattro persone , si sfoga con il suo compagno. Da poco, per motivi che non sono chiari, è stata licenziata dalla Coopservice e nello stesso frangente di tempo vive anche la paturnia di una indagine a suo carico. Le presunte irregolarità sull’appalto delle pulizie sono all’attenzione degli inquirenti coordinati dal procuratore capo Mario Spagnuolo già da molti mesi. «Sono certa che è stata pagata una tangente! Ne sono certa! E anche se non mi ricordo a chi è stata pagata, basta solo che vanno sulle fatture registrate di Coopservice, la trovano, perché l’importo invece lo ricordo a memoria, scavano un pò e trovano che sono stati pagati migliaia…centinaia di migliaia di euro per servizi non resi…e qualcuno dovrà dare spiegazioni del perché». E il presunto importo, è presto svelato in un’altra conversazione telefonica. «Te lo dico qua al telefono tanto non me ne frega più niente. Ed è l’azienda alla quale Coopservice ha pagato una tangente di 420mila euro».
L’APPALTO DI COSENZA Quello che succede a latitudini bruzie non interessa solo agli investigatori. Della precaria situazione sanitaria che si registra in corsia ne soffre soprattutto il personale sanitario. Una parte del managment è finito sotto inchiesta e aspetta che il giudice per le indagini preliminari si pronunci sulla richiesta di interdizione dai pubblici uffici avanzata dalla procura di Cosenza, l’altra reclama la sporcizia tra i reparti dell’Annunziata. «Se graffiano un pochino, con quella vicenda li sono fottuti… non ne escono. Sono sicura che lì c’è l’inciucio. Cioè non sono… non sono entrati a Cosenza per merito di gara… questo voglio dire». Quanto fatto a Cosenza secondo Fabris, se scoperto, taglierebbe le gambe alla società nel settore degli appalti pubblici. «Però ti dico – spiega al telefono Monica Fabris – quando si vede che Coopservice che sarà registrata questa fattura da qualche parte, perché so che avevo assai soldi e l’avevo messa in pagamento tutta… salta fuori che abbiamo pagato sta Coopservice di Palermo 420mila euro senza nulla avere come servizi! Hai capito?». La presunta tangente pagata, l’indagine incombente, le richieste dei magistrati. Il fiato sul collo turberebbe l’esistenza di tutti. Fabis, non ne rappresenta l’eccezione: «Io non posso mentire davanti a un giudice». Nelle conversazioni captate dai finanzieri e dai carabinieri finite agli atti d’indagine, la paura è preminente. «E dire che merda di appalto hanno portato a casa. Che fin dal primo giorno, no mancavano ancora tre giorni che mi hanno presa prigioniera, perché tutti sapevano che era un appalto farlocco… dove erano previste delle attività che in gara non erano state messe ed io a fronte di questo, cioè devo essere sincera con il giudice… come devo fare?».
IL RICORSO AL PERSONALE ESTERNO Un monte ore fatturato e lavori mai eseguiti. Una frode da oltre 3 milioni di euro. Il contratto è in proroga ma nelle carte dell’inchiesta i magistrati annotano come : «Emerge un quadro assolutamente allarmante, all’interno degli Ospedali di Cosenza e Rogliano, dal punto di vista igienico- sanitario, a causa della assoluta inefficienza, sia sul piano quantitativo che qualitativo dei servizi svolti dalla società Coopservice». L’incrocio dei tabulati, del monte ore prestato dagli addetti alle pulizie e delle fatture liquidate dall’azienda ospedaliera, fanno ritenere alla procura che la società con sede legale a Reggio Emilia abbia «trovato gioco facile nell’ottenere in tutto o in parte il pagamento da parte dell’Azienda Ospedaliera di Cosenza sia in relazione a prestazioni mai rese, sia in relazione a prestazioni sul piano qualitativo del tutto scarse e insufficienti, poiché i pubblici dipendenti dirigenti degli uffici preposti (attualmente indagati ndr), in un clima di totale disinteresse dell’interesse pubblico e della salute pubblica hanno sempre certificato l’esito positivo dell’attività svolta da parte della Ditta appaltatrice privata, senza effettuare alcun controllo». Non ci sono soltanto i servizi di pulizia finiti nella gara d’appalto, ma anche una serie di “servizi complementari” che vengono affidati sempre alla cooperativa. Tutto questo si inserisce in un contesto molto complesso. Infatti, da una parte c’è la carenza cronica di personale assunto dall’azienda ospedaliera, dall’altro il ricorso agli addetti esterni che proprio la cooperativa garantisce.  «L’azienda – annotano i magistrati – mira sostanzialmente ad integrare il proprio personale interno, dimostratosi insufficiente, con altro personale esterno, in modo da garantire il regolare svolgimento delle proprie attività. Non solo! Con la nota n. 4092 datata 07.10.2014 (acquisita dagli investigatori ndr) il Direttore dell’U.O.C. SITROS Aziendale evidenzia che nel corso degli anni è stata sempre utilizzata “la forza lavoro esternalizzata” (oggi Coop Service e precedentemente Dussmann). Tale organizzazione è stata necessariamente considerata adattabile e flessibile tenuto conto delle mutevoli condizioni logistiche ed organizzative avvenute nell’ambito dell’azienda nel corso degli anni». Ed in questo contesto è emerso come in alcuni casi gli addetti alle pulizie svolgessero anche ruoli da operatori socio sanitari e in moltissimi casi (anche prima dello scoppio della pandemia) senza il corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. «L’inserimento del personale nel ciclo produttivo del committente, evidenzia prevalenti elementi indicatori di una sostanziale contaminazione tra l’attività dei lavoratori dell’Azienda ospedaliera di Cosenza ed i lavoratori inviati dall’”appaltatore”: quest’ultimi, infatti, forniscono un contributo di supporto nell’attività di igiene e cura del paziente che è attività propria del personale Oss dell’Azienda Ospedaliera e la dettagliata declinazione di detta funzione di supporto a seguito di prescrizione, coordinamento e supervisione del referente/infermiere del reparto evidenzia come essa si traduca nella “collaborazione” dei lavoratori dell’appaltatore con i dipendenti dell’Ao» chiosano gli inquirenti.  «Non vi è traccia, infine, del fatto che il personale dell’appaltatrice sia munito di un know-how specifico, ovvero di un patrimonio di conoscenze e di pratiche di uso non comune, quindi di un quid pluris rispetto alla mera capacità professionale dei lavoratori già impiegati presso la Ao, tale da far emergere un apporto qualitativo particolare riconducibile all’appalto di servizi. Da qui l’impossibilità di individuare un obiettivo di risultato, concluso e autonomo, realizzabile dall’appaltatore e distinguibile dal continuum delle attività principali alle quali quelle appaltate sono chiamate a fornire ausilio». Mentre tutte queste attività vengono tratte come servizi integrativi gli uffici di procura ritengono che ci si trovi in una situazione completamente opposti. «Si tratta – scrivono nella richiesta presentata al gip – di processi che non sono e non possono essere integrativi e complementari ad un appalto “a corpo” di pulizie ambientali ove, tra l’altro, è previsto un inquadramento contrattuale del personale impiegato che non è quello degli Oss». (redazione@corrierecal.it)

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