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Gli affari per l’A3 (e le faide) sull’asse Vibo-Lamezia. Il romanzo criminale di Pulice

I rapporti con i clan di Reggio Calabria. Le regole del carcere. Le aziende protette dai Mancuso. La sua morte sventata dal boss Vallelonga. Il pentito racconta la propria vita di ‘ndrangheta

Pubblicato il: 02/02/2021 – 17:57
di Alessia Truzzolillo
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Gli affari per l’A3 (e le faide) sull’asse Vibo-Lamezia. Il romanzo criminale di Pulice

LAMEZIA TERME Linguaggio forbito, parlantina svelta. Gennaro Pulice, 43 anni, di Lamezia Terme, il killer con la laurea della cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte ha parlato per due ore rispondendo alle domande del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci nel corso dell’udienza del processo “Rinascita-Scott”, istruito contro le cosche della provincia di Vibo Valentia. Pulice collabora con la giustizia dal 2015, dopo l’arresto nell’operazione Andromeda.

I LAVORI SULLA SALERNO-REGGIO CALABRIA La confederazione da cui era composta la consorteria di riferimento di Pulice era formata dai Cannizzaro, «il cui core business era il traffico di stupefacenti e dai Iannazzo-Dopoante dediti all’edilizia, ai lavori pubblici e al riciclaggio», racconta il collaboratore. Per tale ragione, dovendo spesso eseguire lavori fuori dal proprio territorio, i Iannazzo avevano necessità di mantenere buoni rapporti con le altre consorterie. Tra questi vi erano i Mancuso di Limbadi con i quali hanno spartito i lavori sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Per evitare guerre ognuno aveva i propri imprenditori di riferimenti che «per i Iannazzo era l’imprenditore Mazzei e per i Mancuso un tale Puntoriero». Tra i Iannazzo e i Mancuso i rapporti erano storici, spiega Pulice, curati in particolare da esponenti della triade lametina come Tonino Davoli, Giovannino Iannazzo e Bruno Gagliardi. Inoltre, spiega Pulice, tra Vibo Valentia e Lamezia Terme vi era «un territorio cuscinetto retto da Rocco Anello (boss di Filadelfia, ndr) che faceva da cerniera tra i territori limitrofi soprattutto per quanto riguardava, ad esempio, la gestione dei villaggi turistici che ricadevano in quella fascia costiera». Riguardo ai Mancuso, Gennaro Pulice ricorda di avere sempre sentito parlare del fatto che al loro interno erano divisi in tre schieramenti ma che si mostravano uniti quando c’era da avere rapporti con l’esterno. 

La Procura di Catanzaro e, nel riquadro, Gennaro Pulice

IMPRENDITORI PROTETTI DAI MANCUSO Altro imprenditore protetto dai Mancuso, racconta Pulice, era Artusa, titolare di una catena di abbigliamento. «Artusa aveva a che fare con i Mancuso ed era protetto dai Giampà. Ma quando io e Bruno Gagliardi andavamo a fare acquisti nei suoi negozi trattava molto bene anche noi».
Pulice ricorda poi un altro imprenditore vibonese che aveva un negozio di abbigliamento a Lamezia: Vito Stingi, il quale ricevette un’estorsione da parte dei Torcasio. I Mancuso intervennero per evitare l’estorsione ma i Torcasio non vollero sentire ragioni e danneggiarono i locali dell’imprenditore.

«A SIANO I DETENUTI GESTISCONO IL CARCERE» Pulice racconta di essere stato detenuto a Siano dal 2003 e il 2006. In quel periodo divenne referente della sua sezione che si trovava al quarto piano. Il referente di sezione è una figura la cui autorità era riconosciuta dagli altri detenuti. Perché «il direttore del carcere cura l’aspetto amministrativo, il comandante quello militare, i detenuti gestiscono il carcere di fatto», dice Pulice. Il collaboratore spiega che era il referente di sezione che decideva in quale cella doveva essere destinato un detenuto, preferibilmente con soggetti della sua stessa zona con i quali vi fossero buoni rapporti. Tutto doveva essere gestito per evitare disordini, trasferimenti e consentire un “soggiorno” quanto più comodo possibile. Per ogni esigenza o problematica di un detenuto la prassi era detenuto-Gennaro Pulice- Gennaro Pulice-agente. Era il referente che, appena arrivava un nuovo arrestato, doveva informarsi sulle sue generalità e sulla sua appartenenza e trattarlo in base alla cosca di affiliazione. C’era chi era stato arrestato per strada, per esempio, e aveva necessità dei primi generi di conforto che il referente di sezione forniva. 

MANTELLA Il pm chiede al collaboratore se conosca o abbia mai sentito parlare di Andrea Mantella (anche lui collaboratore di giustizia e già boss a Vibo Valentia, ndr). «Ho sempre sentito parlare di Andrea Mantella per via dei legami familiari con la cosca rivale dei Giampà – spiega Pulice -, perché cognato con uno dei fratelli del boss Francesco Giampà detto “il professore”. Mantella era uno degli obiettivi da eliminare della cosca rivale». Uomo di «caratura criminale elevata», era temuto anche perché si sapeva che c’era un piano per uccidere Pulice tramite Andrea Mantella. «Se io oggi sono qui e sono vivo – racconta Pulice – lo devo a Damiano Vallelonga che negò il permesso a Mantella per il mio omicidio». 

L’ESPLOSIVO RADIOCOMANDATO In una occasione, però, Andrea Mantella si era avvicinato ai Cannizzaro: cercava dell’esplosivo radiocomandato per un agguato da compiere a Vibo. I Cannizzaro avevano la cattiva nomea di avere accesso all’esplosivo radiocomandato e nelle loro fila contavano Angelo Anzalone che era esperto in materia. Pulice però ricorda che la richiesta di Mantella non venne esaudita.

OSTILITÀ CON I GIAMPÀ Le ostilità con Mantella nascono a causa delle ostilità con la cosca Giampà, implicata (insieme ai Torcasio e ai Pagliuso) nell’omicidio del padre di Gennaro Pulice, per conto della cosca Bellocco.
Il padre di Pulice era stato ucciso nel 1982 (quando il collaboratore non aveva ancora 4 anni) per vendicare l’omicidio di uno dei Bellocco ammazzato dal padre tramite un finto incidente stradale. I dissapori con i Bellocco erano sorti a causa di divergenze sulla gestione dei sequestri di persona in Lombardia. Gennaro Pulice cresce con l’odio instillato nell’animo. Intorno ai 15-16 anni, nell’anniversario della morte del padre, uccide Salvatore Belfiore, colui che aveva tradito suo padre. Gli omicidi compiuti prima della maggiore età gli valgono la dote di picciotto. A 17 anni diventa camorrista di sgarro fino a raggiungere la prima dote della società maggiore, quella di santista che gli avrebbe permesso di avere rapporti al di fuori della cosca. «Era la cerniera tra il mondo della ‘ndrangheta e il mondo per bene. Questo consentiva di avere a che fare con autorità pubbliche, politici, forze dell’ordine e magistrati», spiega. Pulice riceve la Santa quando viene richiamato dall’estero – «vivevo tra Belgio e Olanda» – per partecipare alla guerra contro i Torcasio, cosca rivale lametina. La dote venne proposta da Peppe Daponte e in copiata Pulice ha il boss di Isola Capo Rizzuto Carmine Arena, Leo Mollica di Africo e Nicodemo Guerra di Cirò. Personaggi provenienti da diverse zone della regione perché l’intento per i Iannazzo-Cannizzaro-Daponte era quello di trovare il benestare di più province.

TRADIRE LA SOCIETÀ MINORE Quella della Santa è la prima dote della Società Maggiore. Quando la riceve il collaboratore ricorda di avere ricevuto anche il precetto di tutelare la Società Maggiore a costo di eliminare o tradire gli elementi della Società Minore. Poteva farli uccidere o farli arrestare, «per esempio coinvolgerli in un traffico di stupefacenti e chiamare le forze dell’ordine». 

LA LOCALE DI LAMEZIA TERME «Lamezia Terme ha avuto una locale di ‘ndrangheta fino alla morte di Umberto Egidio Muraca (Pulice non ricorda il nome di battesimo, ndr) detto il “materazzaro” perché aveva un negozio di materassi e proprio dentro quel negozio venne ammazzato insieme alla moglie». Da allora, morto il “padrino”, Lamezia divenne dipendente da San Luca. «Muraca era stato punto di riferimento per le realtà criminali calabresi e anche campane», racconta Pulice che spiega che il “materazzaro” era stato detenuto con Raffaele Cutolo al quale aveva spiegato le dinamiche della ‘ndrangheta, il suo essere legata alle famiglie e la sua impermeabilità. A Lamezia Terme, dopo la morte di Muraca, le famiglie rispondevano a San Luca per quanto riguardava i gradi e le doti di ‘ndrangheta e a Rosarno per quanto riguardava le decisioni. I Cannizzaro per esempio, erano di Rosarno e avevano rapporti con la cosca Pesce. 
«Fino al 2015 Lamezia Terme non è riuscita a sganciarsi da Reggio Calabria», dice Pulice il quale riferisce di un proposito di emancipazione dalla casa madre reggina nato grazie all’iniziativa della cosche cutresi capeggiate da Nicolino Grande Aracri. A partecipare a questo disegno c’erano anche i Giampà, i Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, i Trapasso, i Cossari, i Mannolo e i Farao-Marincola di Cirò i quali erano già autonomi ma desideravano che le famiglie del Catanzarese si distaccassero da San Luca. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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