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il maxi processo

Rinascita, i pentiti raccontano l’apparato della ‘ndrangheta

Una testimonianza corale su rapporti e favori che uniscono le cosche. Dalla dote di crimine di Mancuso, all’aiuto chiesto per uccidere un giudice

Pubblicato il: 02/02/2021 – 8:54
di Alessia Truzzolillo
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Rinascita, i pentiti raccontano l’apparato della ‘ndrangheta

LAMEZIA TERME L’appartenenza alla ‘ndrangheta è fatta di una fitta rete di rapporti, favori, obblighi. Lo ha raccontato, per esempio, il collaboratore di giustizia Giuseppe Vrenna, 60 anni, appartenente all’omonima famiglia criminale di Crotone. E’ passato dalla dote di picciotto quando aveva 18 anni a quella di camorrista, sgarrista, santista, vangelo e trequartino (conferito nel carcere di Trani da Umberto Bellocco, boss della cosca di Rosarno). Nel 2010 è diventato collaboratore di giustizia. Cosenza, racconta Vrenna, non ha mai avuto il Crimine perché ai suoi tempi era considerata una “locale bastarda”: gli anziani che comandavano le cosche non vedevano di buon occhio il fatto che i clan cosentini trattassero la prostituzione. «Il Crimine – spiega Vrenna rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci – è una persona responsabile del proprio locale e ha le ‘ndrine distaccate nei vari paesi».
Per esempio Catanzaro, quando Giuseppe Vrenna era un giovane ‘ndranghetista “aveva un Crimine per sé, in dote a Peppe Catanzariti, collegato a San Luca”. Visto che, però, Catanzaro non aveva una gran dotazione di uomini chiese di potersi unire a Crotone. «Sentivo parlare gli anziani che Catanzaro aveva il Crimine – racconta il collaboratore – sentivo parlare che a San Luca davano il Crimine». All’epoca «il Crimine di Catanzaro aveva anche il territorio di Crotone». «Gli anziani dicevano che pure Lamezia Terme dipendeva dal Crimine di Catanzaro. Mentre a Vibo Valentia la dote la ricoprivano i fratelli di Luigi Mancuso e poi è passata allo stesso Lugi Mancuso”. “Per un periodo – prosegue Vrenna – si vociferava che si era creata un’unica alleanza Piromalli-Pesce-Mancuso».

IL TRAFFICO DELLE SIGARETTE I Vrenna avevano rapporti d’affari con i De Stefano di Reggio Calabria per quanto riguarda lo sbarco delle sigarette. «A 25 miglia dalla costa arrivava una nave carica di sigarette. Noi andavamo a prenderle con le barche e poi le distribuivamo su tutto il territorio. Una volta sono stati scaricati dei kalashnikov e nacque una discussione con Paolo De Stefano perché non era compito nostro scaricare le armi ma solo le sigarette». La droga arriverà più tardi a portare denaro nelle casse delle cosche e all’inizio Vrenna racconta di non essere stato d’accordo con il traffico di sostanze stupefacenti. Volente o nolente, però, è stato condannato anche per narcotraffico, oltre che per associazione mafiosa ed estorsione.

2700 INVITATI AL MATRIMONIO DI SALVATORE PELLE Uno degli obblighi di uno ‘ndranghetista è quello di partecipare a matrimoni e funerali. Un esempio nasce dai racconti del collaboratore Angelo Salvatore Cortese, 55 anni, entrato a far parte della locale di Cutro nel 1985 e divenuto collaboratore di giustizia il 17 febbraio 2008. Aveva una condanna a 2 anni e 10 mesi per droga. Si è accollato la partecipazione a 8 omicidi, tentati omicidi, rapine e altri reati fine. Nel 2000 partecipò al matrimonio di Salvatore Pelle, figlio del boss Antonio Pelle di San Luca. Doveva fare le veci di Nicolino Grande Aracri, boss di Cutro ristretto ai domiciliari. «Al matrimonio – racconta – c’era tutta la ‘ndrangheta per omaggiare il figlio di Antonio Pelle. C’erano 2700 persone, ci voleva un’ora e mezza di fila per consegnare le buste regalo. Con le buste raccolsero qualcosa come 400 milioni delle vecchie lire. Quando Antonio Pelle ci vide in fila, a noi di Cutro, ci chiamò e ci fece aspettare fino alla fine per bere lo champagne con i più intimi. Una forma di rispetto per Nicolino Grande Aracri». «San Luca – spiega Cortese – la chiamiamo la mamma di tutti i figli di ‘ndrangheta e il Crimine è una dote conferita su mandato di San Luca che permette, a chi la possiede, di formare un mandamento. E’ una carica importante che non hanno possono avere tutti». Il collaboratore spiega inoltre che esiste il Crimine semplice che è riconosciuto su tutto il territorio nazionale e il Crimine internazionale che è riconosciuto anche fuori dal Paese e questa dote la possiede, per esempio, Nicolino Grande Aracri e Pasquale Nicoscia.

LA RAPINA ANDATA MALE Per comprendere i legami tra le cosche e i rapporti che un boss riusciva ad allacciare anche fuori dal circuito più strettamente criminale, Cortese racconta che nel 2000 doveva partecipare a una rapina per conto di Nicolino Grande Aracri. Il capo aveva saputo da una guardia giurata che stava arrivando, ad un caveau di Crotone, un blindato con tre miliardi delle vecchie lire. Disse a Cortese di rivolgersi ai Vrenna per la logistica. In tutto c’erano 10 persone messe in opera per la rapina, compresa gente dei Serraino di Reggio Calabria e dei Bonavota di Sant’Onofrio. La rapina fallì perché durante una perquisizione vennero trovate armi e bombe a mano e Cortese finì in galera.

TOTO’ RIINA Giuseppe Di Giacomo, 55 anni, è elemento di spicco della cosca dei Laudani di Acicatena, in provincia di Catania. Le sue parole, già ripetute nel processo davanti al Tribunale di Reggio Calabria, “’Ndrangheta stragista”, sono esplosive, oltre che molto esplorative del fenomeno mafioso. Collegato con l’aula bunker di Lamezia Terme racconta che Totò Riina aveva avuto rapporti con le famiglie calabresi dei De Stefano, Condello e Piromalli. Il capo di Cosa Nostra si era rivolto ai De Stefano e ai Piromalli per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto il 9 agosto 1991 a Villa San Giovanni.
Racconta di avere conosciuto Giuseppe e Luigi Mancuso a Cuneo, al 41 bis.
Di Giacomo racconta anche di avere appreso da Santo Mazzei, detto “u’Carcagnusu”, vicino alla cosca dei Laudani, che stava nascendo un nuovo partito, Forza Italia, al quale appoggiarsi anche, eventualmente, per cercare di affievolire le misure del carcere duro.
I Laudani avevano rapporti anche con i Mancuso di Limbadi che gli avevano venduto delle armi. In cambio i Mancuso avevano chiesto un aiuto per ai siciliani per uccidere Saverio Cappello. Il progetto, però, sfumò perché la vittima designata venne arrestata nel 1992. «Che lei ricordi in Calabria chi possiede la carica di Crimine?», chiede il pm Annamaria Frustaci. Di Giacomo elenca: «Luigi Mancuso, Pino Piromalli, Umberto Bellocco, Cocò Trovato, Paolo (deceduto, ndr) e Giuseppe De Stefano».
Una lunga udienza quella di lunedì che si è conclusa con le testimonianze di Giuseppe Costa e Francesco Oliverio il quale ha riferito della dote di Crimine di Luigi Mancuso e dei legami tra ‘ndrangheta massoneria e istituzioni. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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