Catanzaro in rosa per il Giro, ma il suo cuore tace
La città celebra il Giro d’Italia, ma la chiusura del sant’Anna segna un’altra occasione perduta

E’ senz’altro un risultato di riguardo, per la città di Catanzaro e per la sua provincia, ospitare la tappa di approdo sul territorio nazionale, dopo il prologo in terra di Bulgaria, della 109/ma edizione del Giro d’Italia. Un evento sportivo tra i più importanti, ma anche una festa popolare di prim’ordine (oltre che una vetrina straordinaria per la città e la provincia), che fa il paio a distanza di qualche mese con il Capodanno Rai a Lido e che apre al concerto di Jovanotti, altro straordinario appuntamento clou della prossima stagione estiva.
La legittima soddisfazione di chi si è speso per tagliare questo traguardo non può essere sufficiente – senza perciò stesso voler sminuire la portata di questa e delle altre kermesse in parola – a ridare slancio e vigore al ruolo e alla funzione, piuttosto abbacchiata di questi tempi, di Catanzaro, capitale denegata di una regione difficile e grondante d problematiche vecchie e nuove. E questo, soprattutto, in un frangente storico in cui più acuto ed evidente si fa il disegno politico-strategico di indebolire la realtà urbana della città capoluogo, con tutti suoi limiti e le sue asperità (soprattutto orografiche), per ricondurla ad una funzione ancillare rispetto all’asse ormai sempre più consolidato tra Cosenza e Reggio. In adesione, sembrerebbe, ai desiderata dei due “vincenti” di questo periodo ovvero il presidente della Regione Roberto Occhiuto e il parlamentare e uomo forte di Forza Italia, Francesco Cannizzaro.
In un contesto, purtroppo, in cui l’amarezza e lo sconforto non possono che prendere il sopravvento tra i cittadini catanzaresi davanti al progressivo svuotamento della loro città in balia di una classe politica autoctona che non ha toccato palla (altro che legge su Catanzaro Capitale) e quando, ad esempio, al successo indubbio decretato dall’acquisizione della prima tappa su suolo nazionale della corsa rosa (rivelatasi utile tra l’altro anche a eliminare qualche buca stradale, almeno nelle arterie interessate dal passaggio dei “girini”), si apprende la decisione, notizia diffusa in questi giorni dagli interessati, di mettere la parola fine ai propositi di recupero e di rilancio di quel centro di alta specialità del cuore che era il Sant’Anna hospital. Una realtà medica che, ad onta di una gestione proprietaria finita come è finita, si era ritagliata un ruolo e aveva raggiunto livelli di assoluta eccellenza nel settore della cardiochirurgia, certificati da varie autorità, anche fuori da confini regionali.
Il declino, o sarebbe il caso di dire l’eutanasia, di quello che era ritenuto sul piano medico-scientifico un autentico fiore all’occhiello della sanità regionale, sancito dal mancato accreditamento da parte della Regione, non può passare inosservato, come pare stia accadendo, se solo si fa riferimento al fatto che buona parte di quei 300 milioni di euro che ogni anno, sotto la voce emigrazione sanitaria, spiccano il volo dal bilancio regionale verso altri e assai distanti lidi, chiamano in causa proprio questo specifico settore specialistico.
A pesare sulla coscienza di chi negli ambienti preposti non ha operato per salvaguardare un patrimonio fatto di competenze, professionalità e organizzazione sanitaria, adoperandosi, anzi, perché andasse perduto, dovrebbe esserci, a misfatto ormai avvenuto e irreparabile, non solo la sorte sempre più precaria di un centinaio di persone più l’indotto, i dipendenti della struttura di cui poco ci si cura, ma anche la non insignificante dotazione di impianti e attrezzature costituita da cinque sale operatorie, 90 posti letto e 10 posti di terapia intensiva, più laboratorio analisi, radiologia e riabilitazione; in sostanza un background umano e professionale innervato di esperienze e competenze maturate in tanti anni di attività. Tutto un apparato destinato, inesorabilmente, a svanire senza lasciare alcuna traccia oltre al rammarico di un’altra occasione perduta. Nel silenzio complice di chi, se non ha brigato per cancellare questa esperienza, certo non ha mosso un dito per impedirne comunque la definitiva smobilitazione.
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