Pitaro: «La Regione va riformata dalle fondamenta»
Il consigliere regionale disegna le priorità della Calabria. «Occorrono idee coraggiose per dare un taglio al passato»

CATANZARO «La fragilità progettuale della politica e il peso degli apparati burocratici impediscono alla Regione di volare alto. E una Regione che non ha progetti ambiziosi, è destinata spegnarsi». Francesco Pitaro, 47 anni, da poco prestato alla politica regionale dove lavora alacremente dai banchi dell’opposizione (Gruppo misto) individua così i mali principali dell’ente e che lo porta a dire: «Cosi com’è, non è utile alla Calabria. Anzi, agevola la discrezionalità politica e amministrativa e diventa permeabile ai fenomeni corruttivi». Secondo l’avvocato cassazionista – con alle spalle una robusta esperienza nel mondo delle associazioni -, «la Regione come ente va riformata in profondità». E sul futuro specifica: «Al timone servono un presidente lungimirante e un collettivo di uomini e donne accomunati dai valori costituzionali e dall’aderenza al Progetto Europa, pronti a lavorare sodo, all’insegna della legalità e della trasparenza, per riorganizzare l’Ente con regole, metodo e competenza. Altrimenti assisteremo ad altri fallimenti».
Avvocato, qual è la sfida più importante del momento?
«Il Recovery Fund, che dovrebbe allertare le classi dirigenti meridionali perché, se a far man bassa delle risorse saranno lobby, oligarchie e gli interessi delle aree forti con il sostegno trasversale delle forze politiche, l’Italia non farà le riforme di sistema. E resterà un Paese che, con l’enorme divario di sviluppo e di cittadinanza Nord-Sud che si trascina da 160 anni, vedrà ingigantiti i suoi problemi e in Europa rimarrà un’anatra zoppa».
Che fare in concreto oltre che denunciare i rischi?«Occorre unire – specie in Calabria – le forze politiche e sociali e coinvolgere la società civile, perché su questo dossier, dinanzi a eventuali prepotenze nella ripartizione dei fondi, serviranno, oltre alle proteste verbali, reazioni vibrate e massicce del popolo calabrese. La frammentazione politica e le acutizzate emergenze calabresi, tra cui la criminalità, saranno l’alibi che i decisori pubblici nazionali utilizzeranno per giustificare l’uso diseguale delle risorse. La Calabria deve avere la capacità, su questa occasione della vita che l’Europa le offre prevedendo tra gli obiettivi del Recovery il superamento dei divari territoriali, di stipulare al suo interno un patto di leale collaborazione per ottenere le risorse che le spettano e finalizzarle allo sviluppo».
Ma secondo lei la Regione è in grado di fare questa battaglia e a superare i problemi che si rinvengono nella programmazione ed esecuzione delle opere?
«Il divario fra teoria e prassi in Calabria è drammatico sui temi economici, se consideriamo che ogni volta che la spesa non produce risultati genera opacità e disagio sociale. Ho proposto l’istituzione di un Osservatorio – Next Generation Ue di cui dovranno far parte, oltre alla politica, i soggetti dello sviluppo e le professionalità. Servirà a convogliare ogni progettualità in un disegno complessivo e ad interloquire con il Governo. E con l’Europa che, prevedendo esborsi, due volte all’anno fino al 2026 e condizionandoli al raggiungimento dei target e con una specifica tempistica, per noi è una solida garanzia».
Qual è la critica più grave che muove all’Esecutivo regionale?
«Si riscontrano più lacune, ma mi colpisce di più, perché credo sia una peculiarità del regionalismo calabrese, l’assenza di una visione della Calabria che si vuole da qui a dieci anni. Il che genera un governo delle contingenze dall’azione modesta. E spinge a scelte dal respiro corto che riducono le prerogative legislative e amministrative a un bricolage di mezzi senza fini. La Regione dovrebbe partorire elefanti per fronteggiare le sfide del momento e invece si vedono solo topolini. Chi verrà dopo il voto dell’11 aprile dovrà sobbarcarsi un compito enorme, se non vuole affondare in poche settimane. Con una condizione sociale che fa tremare le vene e i polsi – basta dare un’occhiata alle povertà delle aree interne per il cui rilancio occorrerebbe un Assessorato ad hoc perché lì c’è il cuore della Calabria e un vasto bacino di cultura e tradizioni da mettere a valore – il tempo del galleggiamento politico è finito. Alla Calabria servono idee forti con cui superare le tensioni sociali e dare slancio all’innovazione della nostra economia; sostenere i talenti e le nostre eccellenze; irrobustire il welfare per dare una mano alle famiglie in affanno e affermare serie politiche di genere. Se la Regione si limita a camminare pancia a terra e se non si escogita un nuovo modo di far politica che offra soluzioni concrete ai problemi e apra una prospettiva di crescita, prevedo tempi bui».
Insomma lei immagina quasi una rivoluzione…
«Capisco che non è un percorso semplice né immediato, ma è un percorso che è necessario avviare. E di cui magari discutere in questa campagna elettorale».
Di cosa ha bisogno oggi la Calabria per fare un salto di qualità?«Senz’altro della partecipazione dei cittadini, in particolare di quelli che la volta scorsa non sono andati alle urne. Scelta comprensibile visti i disastri della politica. Ma cosi il rischio è che, ancora una volta, la parte cospicua del corpo sociale che chiede assistenza e favori si saldi con la politica più retriva che assicura protezione in cambio del consenso. È lo schema che va avanti da decenni e blocca il cambiamento. E che va ribaltato aggregando le forze migliori e più dinamiche della società con la buona politica. Ma si ha bisogno anche di una burocrazia ferrata, in Giunta e in Consiglio. Ai dirigenti è richiesto un salto di qualità. Non basta studiare leggi e norme da rispettare, ma bisogna saper produrre valore, utilità e innovazione, assumendosi la responsabilità di conseguire i risultati prefissati. Bisogna occuparsi delle insufficienze circa la programmazione, gestione e spesa e del rispetto dei tempi nella realizzazione delle opere».
Solo di questo?
«Ha bisogno di una classe politica coraggiosa, per dare un taglio col passato che schiaccia il presente e ipoteca il futuro. Penso ai garbugli burocratici della Regione; alle arroganze amministrative, che penalizzano chiunque cerchi nella Regione un alleato, alla sovrapposizione di competenze e alle inefficienze clamorose in ogni settore. Oggi la Regione è un caos. E non lo risolviamo illudendo i cittadini con slogan generalisti. Con gli slogan, in una fase di rabbia sociale e sfiducia verso la politica, si può anche vincere, ma poi tocca governare …».
Il centrosinistra, l’area in cui lei gravita, ha un programma?
«Dieci punti per pochi ma ambiziosi progetti e una visione dello sviluppo che riconduca ad un’unità la frammentazione territoriale. Legalità, trasparenza e il merito anteposto alle appartenenze. Bisogna muoversi su due piani: 1) l’emergenza, da affrontare con un impegno serrato e in raccordo con le Istituzioni nazionali ed europee da cui esigere risposte; 2) il macigno di questioni irrisolte del passato, tra cui lo scandalo del precariato che tiene sospese la vita di migliaia di persone. Per fare tutto ciò, la politica deve rivendicare autonomia decisionale e valorizzare le professionalità calabresi. La Calabria ha tutto ciò che serve per mettere a valore le sue potenzialità, bisogna rompere i freni e gli impedimenti frapposti da chi dallo status quo trae rendite di posizione e vantaggi. Oggi la Regione è isolata, lontana da Roma e dall’Europa e separata in casa con la Calabria. Questi muri vanno abbattuti».
Qualche idea che le premerebbe realizzare nella prossima legislatura?
«Preliminarmente: mettere in sinergia permanente l’azione della Regione con le istanze più rappresentative della società calabrese (enti locali, sindacati, Università) e con l’intelligenza creativa dell’associazionismo, e rinsaldare, al contempo, i rapporti, da cui possono nascere iniziative economiche sorprendenti, tra la Calabria e le tante “Calabrie” della diaspora che dappertutto sono i nostri ambasciatori più appassionati. Sono la nostra globalizzazione ante litteram che stiamo però trascurando e che dobbiamo riagganciare per allargare lo sguardo della Calabria sul mondo».E poi?«Sono molto interessato all’irrobustimento dell’area centrale che oggi è il ventre molle della Calabria. Va messa nelle condizioni di esercitare una decisa funzione politico-istituzionale di raccordo e di sintesi delle risorse disponibili e dei tantissimi interessi presenti sul territorio. Quest’area – cerniera della Calabria deve superare le difficoltà infrastrutturali materiali e immateriali e nei servizi pubblici offerti ai cittadini, altrimenti Catanzaro rimane un capoluogo dimezzato, ma pagano un prezzo altissimo anche i territori che su di essa gravitano e le province di Crotone, che per criticità ambientali e deficit infrastrutturale è tra le più trascurate d’Europa, e Vibo. Senza il protagonismo istituzionale dell’area centrale, inoltre, è a rischio la stessa coesione del “sistema Calabria”, perché andranno avanti le spinte centrifughe che vedono la Città metropolitana di Reggio dialogare con Messina e Cosenza con la Basilicata e la Campania. Credo sia giunto il tempo di discutere una legge che potenzi le prerogative di Catanzaro-capoluogo e gli offra i mezzi per dispiegare l’alta funzione che lo Statuto regionale gli assegna».
Capitolo sanità: lei ha seguito ultimamente la vicenda del Sant’Anna di Catanzaro. Che idea si è fatto?
«Il Sant’Anna, per come si è articolata la sua vicissitudine, è un simbolo degli errori in cui può incorrere una società disorientata come la nostra. Si stavano per azzoppare, per il sommarsi di gravami burocratici e disattenzioni politiche, una struttura sanitaria d’eccellenza ed un patrimonio scientifico di primissimo livello. Insomma: invece di orientare il bisturi sulle disfunzioni dello sbrindellato sistema sanitario regionale, si stava per suonare la “campana a morto” per un pezzo di buona sanità. In quale altra regione d’Europa sarebbe potuto accadere una cosa del genere? Fortuna che c’è stata una coraggiosa mobilitazione e che il commissario Longo ha riconosciuto la valenza della struttura e la professionalità dei suoi 300 dipendenti».
E in generale sulla sanità calabrese qual è la sua opinione?
«Non c’è dubbio che richieda una profonda riorganizzazione. È indispensabile contemperare le esigenze dei pazienti con quelle del risanamento dei conti. Dai nuovi commissari ci si attende moltissimo, per superare i vincoli del Piano di rientro e migliorare la qualità del servizio sanitario. E ci sono delle priorità da portare avanti: bisogna riorganizzare l’assistenza ospedaliera con nuovi posti letto; potenziare i reparti di pronto soccorso e procedere a nuove assunzioni per riportare la dotazione di personale ai livelli medi delle altre regioni italiane; rafforzare l’assistenza territoriale; rendere più efficienti i sistemi di trasferimento dei pazienti sulla base dei posti letto e creare nuove e più efficaci sinergie con le strutture convenzionate accreditate».
Crede che il commissario Longo riuscirà laddove i suoi predecessori hanno fallito?
«Il dottor Longo ha il profilo giusto per affermare legalità e trasparenza in un settore lacerato da orrori contabili e ingerenze politiche e a volte criminali. Mi auguro che lo staff amministrativo che dovrà coadiuvarlo sia all’altezza della missione. È chiaro che per mettere ordine nella sanità c’è bisogno di scelte di rottura. Ma la sua azione, per risultare credibile, dovrà anche esplicarsi sul terreno delle realizzazioni. Penso al nuovo ospedale di Vibo, un’incompiuta scandalosa di venti anni, alle problematiche dell’ospedale di Lamezia Terme e soprattutto all’urgenza di integrare l’Ospedale Pugliese-Ciaccio con il Policlinico universitario di Catanzaro. In questo caso il commissario, coadiuvando l’iter delle procedure in corso e consegnando in tempi brevi ai calabresi questo straordinario polo sanitario pluridisciplinare, dimostrerà che anche in Calabria, quando tutti concorrono per il bene comune, si ottengono grandi risultati». (redazione@corrierecal.it)