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Matacena e il patto con fascisti e ‘ndrangheta per dominare lo Stretto

Gli accordi chiusi dagli armatori negli anni 70. I biglietti dai politici ai clan. Le assunzioni lottizzate dalle cosche. I pentiti raccontano Caronte&Tourist

Pubblicato il: 04/02/2021 – 7:05
di Pablo Petrasso
Matacena e il patto con fascisti e ‘ndrangheta per dominare lo Stretto

REGGIO CALABRIA La fusione societaria che ha creato il colosso della navigazione nello Stretto è stata «condizionata da inquietanti pressioni criminali». È un’informativa della Dia a mettere nero su bianco il vizio di forma della Caronte&Tourist, società posta ieri in amministrazione giudiziaria per essere bonificata dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta. Per raccontare questa storia, gli investigatori rispolverano un memoriale «fatto pervenire nel 1984 alla Procura di Reggio Calabria e attribuito inizialmente ai detenuti Giuseppe Sanzone, Walter Alborghetti e Giuseppe Albanese». Sarà proprio Albanese, nel 1992, a confermare la paternità e il contenuto di quel documento al giudice istruttore di Milano. Secondo il racconto, Matacena, inizialmente inviso al gruppo fascista di Zerbi perché «uccise due soldati tedeschi», trovò un accordo e si «servì dei fascisti per far pressione su un gruppo di industriali che avevano impiantato con il dottor Leuzzi la società di Caronte di Villa San Giovanni». Il nuovo servizio avrebbe causato perdite al gruppo Matacena, che «impegnò le forze fasciste e qualche mafioso a fare pressioni e intervenire con minacce sulla nuova società esistente, costringendoli a una fusione con quella di Matacena». Storia di mezzo secolo fa: i presunti protagonisti, tra i quali il cavaliere Amedeo Matacena il boss Bruno Campolo, sono passati a miglior vita. Agli atti restano i legami tra Campolo e il gigante dello Stretto: il capoclan era titolare di una ditta «che svolgeva (…) anche il servizio di biglietteria» e con un’altra società «gestiva il servizio bar-ristorazione a bordo delle unità navali della Caronte spa, oggi svolto dal figlio Giuseppe».

Foto da corriere.it

Da barista a vicepresidente della Provincia

Assieme a Campolo, i magistrati evidenziano il ruolo di Giuseppe Aquila, definito, nella sentenza emessa nei confronti di Amedeo Matacena jr nel marzo 2006, «il trait d’union» tra l’imprenditore «e “i più torbidi interessi mafiosi facenti capo ai Rosmini e ai Serraino”». I giudici sottolineano, poi, come Aquila «da semplice barista della Caronte è riuscito, nel giro di pochi anni, ad assurgere alla carica di vicepresidente della Provincia». La scalata di Aquila è un pezzo del «patto con il diavolo» stipulato da Matacena con «le più rappresentative organizzazioni ‘ndranghetistiche di Reggio Calabria». L’armatore prometteva «assistenza giudiziaria e indebiti interessamenti in vicende processuali riguardanti» i membri dei clan e assicurava il sostegno alla candidatura dell’ex barista imparentato con la cosca Rosmini. In cambio, avrebbe ottenuto il sostegno necessario per diventare parlamentare nel 1994.

I biglietti gratis dai politici ai clan

Grandi aziende per grandi progetti. Ma le mire dei clan nella Caronte spaziano dalla ristorazione alla semplice possibilità di avere biglietti gratis per attraversare lo Stretto. Lo ha spiegato il pentito Vincenzo Cristiano in un verbale reso il 3 maggio 2017 davanti al pm Walter Ignazitto. Il collaboratore di giustizia ha illustrato come la cosca Bertuca poteva viaggiare senza versare un euro. «Non abbiamo pagato, no mai… – dice – non pagavamo perché avevamo il biglietto omaggio… Più che altro ce li ha la politica perché glieli mandano tutti i mesi… Il gruppo Caronte gli manda 50 biglietti alla politica e poi al sindaco e il sindaco poi li distribuisce ai vari assessori. Lo so perché me l’ha dato qualche volta il sindaco, qualche volta il presidente del consiglio, qualche volta qualche assessore… ma di più a me li ha dati il sindaco… Antonio Messina (l’ex sindaco di Villa San Giovanni, ndr)».

Il Manuale Cencelli (mafioso) delle assunzioni

Da Giuseppe Liuzzo, collaboratore di giustizia un tempo esponente della cosca Rosmini, arrivano conferme dei «rapporti della famiglia Matacena con Bruno Campolo e Giuseppe Aquila» e di quelli «instaurati in seguito con esponenti della cosca Buda-Imerti». Nei verbali del 2019, il pentito traccia una differenza tra Matacena senior e junior; il primo bravo a «oleare gli ingranaggi mafiosi», il secondo «non adeguatamente prodigo con le cosche di ‘ndrangheta».
«Centocinquanta milioni all’anno che doveva dare il cavaliere per non avere… perché loro uscivano tranquillamente senza bodyguard e macchine blindate, per avere una cosa del genere voglio dire, il cavaliere pagava 150-200 milioni (di lire, ndr) l’anno», spiega Liuzzo al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.
Tutti questi rapporti, segnalano i magistrati, avevano «delle ripercussioni in termini di assunzioni, dal momento che gran parte dei posti di lavoro erano riservati a personaggi segnalati dalle varie ‘ndrine, con un sistema che teneva conto del peso di ogni singola consorteria». Ancora Liuzzo: «Un 35% venivano scritte perché dovevano essere assunte 2 degli Alvaro, 2 degli Imerti, 2 dei De Stefano, 2 di qua, due di là». Ulteriori posti di lavor, poi, «potevano essere, di volta in volta, assicurati a singoli referenti di ‘ndrangheta in ragione di motivi particolari e senza contare le ulteriori opportunità offerte nell’ambito dei servizi dell’indotto, come ad esempio quello della ristorazione all’interno delle imbarcazioni».
Per il collaboratore, queste dinamiche non erano quelle classiche dell’estorsione mafiosa, visto che Matacena intratteneva «rapporti di amichevole convivialità con i massimi esponenti della ‘ndrangheta della provincia di Reggio». Non era un «imprenditore “vittima”», semmai un uomo che voleva «soddisfare ambizioni elettorali».
«Nel periodo delle assunzioni – dice Liuzzo – lui andava a pranzo e si mangiava le frittole. Quindi non penso… ma se uno viene a casa mia o andiamo sempre al ristorante e Matacena è sempre con me, io che faccio, gli faccio l’estorsione?». Il colosso dello Stretto, per il collaboratore, era una «gallina dalle uova d’oro». Chi per soldi, chi per consenso: l’hanno sfruttato in tanti. (p.petrasso@corrierecal.it)

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