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l’interrogatorio

«Giamborino uno dei nostri. Festeggiò l’elezione a casa del boss». Le verità di Moscato a “Rinascita”

I contatti politici del clan. E il tentativo di estorsione a Maduli: «Palumbo disse che era sotto a lui e a Pantaleone Mancuso»

Pubblicato il: 11/03/2021 – 19:32
di Alessia Truzzolillo
«Giamborino uno dei nostri. Festeggiò l’elezione a casa del boss». Le verità di Moscato a “Rinascita”

LAMEZIA TERME «Pietro Giamborino è uno dei nostri. I voti glieli hanno fatti avere tutti i Piscopisani». Non tentenna il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato quando il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro gli chiede quali fossero per la cosca dei Piscopisani gli interlocutori politici privilegiati. Moscato, 34 anni, “battezzato” per la prima volta nel 2010 all’interno della cosca di Piscopio fino a raggiungere nel 2014 il grado del Vangelo nel carcere di Frosinone, è stato un killer, ha commesso estorsioni, rapine, danneggiamenti, reati in materia di armi e droga, è scampato a diversi agguati. A marzo del 2015 si è deciso a collaborare «per chiudere col passato». Nel corso dell’udienza è un fiume in piena, parla a tamburo battente, non tentenna. Dice che Pietro Giamborino – ex consigliere regionale imputato con l’accusa di fare parte del gruppo dei Piscopisani – quando è stato eletto è andato a festeggiare, ubriaco, a casa di Rosario Battaglia, uno dei vertici della cosca. «Si parlava sempre che Giamborino era un amico nostro che ci appoggiava, aveva sistemato parecchie persone, anche a parenti di Rosario Battaglia e quando c’erano lavori da fare, come quelli di movimento terra, li faceva prendere lui a ditte vicine ai Piscopisani». 
«Quando lo hanno votato, alle 3 del mattino è arrivato ubriaco a casa di Sarino (Rosario Battaglia, ndr) a festeggiare. Questo me lo ha detto Sarino il giorno dopo. Giamborino aveva parenti che abitavano difronte casa di Sarino Battaglia e spesso era a casa sua a prendersi il caffè». «I voti glieli hanno fatti avere tutti i Piscopisani», prosegue Moscato al quale, racconta, che lo stesso Battaglia gli ha detto che «Giamborino c’ha la prima, cioè che era battezzato che c’aveva la prima (prima dote si suppone, ndr) e che era con noi». «So per certo che Giamborino apparteneva ai Piscopisani. So per certo che nel 2013, giorni prima che, nel mese di febbraio, ci arrestassero, c’era un lavoro grosso da fare a Piscopio. Una di queste ditte era la Dmt che era stata favorita da Giamborino che era una ditta “vicina” ai Piscopisani. Era un’estorsione grande. Di questa estorsione doveva raccogliere i soldi questo Pino della Dmt e darceli a noi, poi però ci hanno arrestato e non so com’è andata a finire». Altro dato che Moscato sa per certo è che l’ex consigliere regionale ha “sistemato” alcuni parenti di Rosario Battaglia: «Michele D’Angelo all’acquedotto, la sorella Maria nello studio di un avvocato e l’altra sorella Sara in un centro commerciale. La mamma di questi è la sorella del padre di Rosario Battaglia».

La morte di Palumbo e Maduli «sotto a Pantaleone Mancuso»

L’eliminazione di Michele Palumbo, ucciso a marzo del 2011, ritenuto dagli inquirenti uomo di fiducia del boss Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni, è stata, racconta Raffaele Moscato, opera dei Piscopisani. Un omicidio realizzato per vendicare un “affronto” e anche per sottolineare la rivalità tra il gruppo di Piscopio e la cosca di Limbadi. «Ci sono stati dei disguidi con Michele Palumbo perché era un referente di Pantaleone Mancuso, Scarpuni, a Vibo Marina, il quale ha commesso un’estorsione per conto di Pantaleone Mancuso. I Piscopisani erano andati a fare un’estorsione da Maduli che oggi c’ha la Pubbliemme, all’epoca c’aveva il fotografo sul corso di Vibo Marina. Praticamente andammo a fare l’estorsione toccandoli all’inizio per la pubblicità perché i Piscopisani all’inizio insieme ad altre persone avevano della pubblicità e volevano lavorare con questa pubblicità. Questo Maduli era forte e sono andati là a minacciare nel senso che volevano prendere i lavori con lui. Comunque alla fine gli volevano fare un’estorsione. È intervenuto Michele Palumbo dicendo che Mimmo Maduli era sotto a lui e a Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni. E questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso perché i Piscopisani hanno deciso poi l’eliminazione di Michele Palumbo».«Ricordo un’estorsione a Maduli sotto Natale – prosegue il collaboratore – con delle minacce alla fine, perché all’epoca è stato chiamato Nicola Barba perché Nicola Barba si diceva che era un socio occulto di Maduli, era sempre vicino a Maduli (Nicola Barba è imputato nel processo “Rinascita” con l’accusa di usura aggravata dal metodo mafioso e nel processo “Rimpiazzo” con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso, ndr). È stato chiamato in una campagna sto Nicola Barba perché Maduli doveva pagare l’estorsione: 10 o 15mila euro, nel periodo di Natale 2011. Nicola Barba non so che cosa ha detto, se ha risposto male, comunque Francesco Scrugli gli ha dato due o tre schiaffi a Nicola Barba. Alla fine Nicola Barba ha chiesto i soldi a Maduli per pagare l’estorsione e Nicola Barba consegnò i soldi a Franco Barba, un ex costruttore agli arresti domiciliari nel 2011 e sono andato io a prendermeli personalmente i soldi per portarli a Piscopio».

Quei due schiaffi all’imprenditore Artusa

«Si diceva che dentro al negozio di Artusa ci fosse al 100% Michele Cosimo Mancuso, detto “Michelina”. Si diceva che il negozio fosse suo». Raffaele Moscato racconta che gli Artusa erano vicini ai Mancuso mentre con i Piscopisani i rapporti erano altalenanti «c’era più paura che rispetto». In una occasione Moscato racconta di avere dato due ceffoni ad Artusa che si sarebbe rivolto a Cosimo Mancuso il quale gli avrebbe risposto «ma fanno bene perché prima li tratti bene, poi li tratti male». «Gli Artusa sono stati sempre sostenitori dei Mancuso. Una volto ricordo che avevamo fatto un danneggiamento al ristorante l’Approdo a Vibo Marina che era pure sotto controllo dei Mancuso. Mi ricordo che questo Mario Artusa mi ha portato da Mancuso per sistemare la situazione. Mario Artusa era un cliente del ristorante, conosceva Pino Lopreiato e lo ha portato da Michele Cosimo Mancuso a sistemare la situazione», racconta Raffaele Moscato asserendo di averlo appreso dai membri della propria cosca pochi giorni dopo l’accaduto.(a.truzzolillo@corrierecal.it)

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