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Joy’s Seaside

L’ascesa criminale dei De Maio-Brandimarte, i contrasti con i Mazzaferro e la violenta ritorsione per vendicare un furto

La faida vinta contro i Priolo. Il controllo della Marina e l’auto incendiata dopo un furto di frutta subìto da alcuni nordafricani

Pubblicato il: 25/03/2021 – 20:54
di Giorgio Curcio
L’ascesa criminale dei De Maio-Brandimarte, i contrasti con i Mazzaferro e la violenta ritorsione per vendicare un furto

GIOIA TAURO Un connubio di due famiglie e che costituiscono di fatto un’unica cosca di ‘ndrangheta, operante principalmente nel redditizio settore del narcotraffico. L’inchiesta “Joy’s Seaside” condotta questa mattina dalla Polizia di Reggio Calabria e coordinata dalla Dda di Reggio, guidata da Giovanni Bombardieri, e che ha portato all’esecuzione di 17 ordinanze di custodia cautelare, ha evidenziato l’egemonica criminale degli appartenenti al clan De Maio-Brandimarte.  La loro sede era a tutti gli effetti un chiosco sito alla fine di via Veneto, sul lungomare di Gioia Tauro, di proprietà di Vincenzo De Maio, figlio di Pasquale “u rapinu” ma anche un altro locale, il “Circolo Pontile”, sempre nei pressi del chiosco. 

L’ascesa dei De Maio-Brandimarte

L’ascesa della famiglia di ‘ndrangheta dei De Maio e poi quella dei Brandimarte nel corso degli anni è avvenuta solo dopo l’assassinio del boss Rocco Molè, risalente all’1 febbraio 2008, e che fino ad allora viveva a nel rione Marina di Gioia Tauro, controllato in modo capillare e assoluto. Spazi lasciati vuoti sul territorio anche con l’indebolimento delle famiglie Guerrisi e Giacobbe, coinvolte in una violenza faida, e poi falcidiate dagli arresti. È a cavallo del 2011 e del 2012 che i De Maio e i Brandimarte, vittoriosi anche nella faida contro la famiglia Priolo, si legano indissolubilmente attraverso alcuni matrimoni, consolidando di fatto il potere di Pasquale De Maio detto “u Rapinu”, elemento di spicco dell’allora unico blocco mafioso Molè-Piromalli, e loro killer e per questo condannato all’ergastolo in seguito ad una serie di omicidi compiuti tra gli anni ’80 e ’90.

La caratura mafiosa dei De Maio

«In tutte le famiglie ci sono problemi.. ma problemi grossi, problemi che si ammazzano, quando ci sono terreni, interessi.. si ammazzano peggio di noi». È solo una minima parte delle conversazioni intercettate dagli inquirenti il 5 agosto 2018 nel corso di una riunione alla quale erano presenti, fra gli altri, Gaetano De Maio e Antonio Brandimarte, entrambi finiti in carcere. Nel corso della riunione i presenti discutono delle dinamiche e delle problematiche riguardanti le famiglie di ‘ndrangheta, il pericolo delle delezioni e le strategia adottate dagli inquirenti. Ancora più significativa la conversazione captata dagli inquirenti il 30 giugno 2018, dalla quale emerge la riaffermazione – secondo gli investigatori – della caratura mafiosa della famiglia. 

Pasquale “u Rapinu” De Maio

«Se c’è qualcosa da fare, dillo a noi che abbiamo l’ergastolo e la facciamo noi.. se fanno rapporto a noi ce l’annacano (…) qualunque cosa hai bisogno nella ionica, sono sempre a disposizione». Così parlava Gaetano De Maio, figlio del boss ergastolano Pasquale “u Rapinu”, condannato per associazione mafiosa e omicidi, rimarcando l’autorevolezza mafiosa del padre che, durante la detenzione, aveva stretto alleanze con esponenti della ‘ndrangheta di San Luca, Platì e Bovalino. Vantandosi quasi con i presenti delle capacità del padre boss, Gaetano De Maio racconta delle amicizie mafiose del padre nelle zone della Calabria jonica, dalle quali proveniva un suo ex compagno di cella. Un soggetto «nominato», con il «potere di fare tutto» anche, in una circostanza, fare imbarcare lui e il fratello su un traghetto che avrebbero perso a causa del ritardo. «Dovevo andare a prendere il pesce spada – racconta – e non riuscivamo a partire. C’era lui e mi ha detto “passa subito”, e faceva spostare i camion (…) un bravo ragazzo, sempre a disposizione». 

La spavalderia di Gaetano De Maio

«Vedi che io sono De Maio.. che ci possono essere duemila pentiti e a me me la su*ano che non mi vedono parlare». È in una conversazione captata dagli inquirenti il 19 gennaio 2019 che Gaetano De Maio, mentre discute in auto a Gioia Tauro con gli affiliati Alessandro Cutrì e Vincenzo Pochì, entrambi finiti oggi in carcere, dimostra la sua autorevolezza mafiosa e l’attenta osservanza delle regole della ‘ndrangheta che impongono l’omertà anche nei comportamenti tra affiliati ‘ndranghetisti. Gaetano De Maio era però sicuro che gli investigatori su di lui avrebbero potuto raccogliere solo dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma non potevano certo “incastrarlo” per ingenuità o disattenzioni rispetto ai luoghi in cui si esprimeva, rischiando così di essere intercettato. 

L’affitto non pagato e i contrasti con i Mazzaferro

Gli equilibri tra clan ma anche i giochi di potere e gli atti di forza. Un esempio sono i disguidi familiari tra i De Maio e i Mazzaferro, satellite dei Piromalli, che si manifestano quando la sorella di Gaetano, Carmelina De Maio, finita oggi agli arresti domiciliari, è seriamente intenzionata a collocare una bomba nel locale dei Mazzaferro, dove il figlio Francesco aveva avviato un’attività commerciale gestita in società con lo zio, Rocco Giovinazzo. Disguidi nati perché i Mazzaferro, proprietari del locale, pretendevano il pagamento di due canoni di locazione non ancora saldati. È l’aprile del 2018 quando gli inquirenti riescono a captare alcune significative conversazioni. Gaetano De Maio, la sorella Carmelina, Francesco Giovinazzo discutono del locale, del pagamento dell’affitto e della visita ricevuta da un certo “Toro”, pronto a denunciare Francesco «per il mancato pagamento dell’affitto e che ha interessato l’avvocato». Il punto cruciale è che Carmelina De Maio non vuole pagare i mesi di gennaio, febbraio e marzo in quanto la sala giochi era rimasta chiusa.  In seguito alle divergenze con i Mazzaferro, Gaetano De Maio decide così di volturare tutte le utenze del locale gestito dal nipote Francesco, proprio perché fosse chiaro che l’attività era da ritenersi della famiglia ‘ndranghetista dei De Maio. Un comportamento significativo per gli inquirenti, e che mirava ad “ufficializzare” i contrasti tra le ‘ndrine attraverso un messaggio «preciso alla cosca ormai rivale nel senso che la contrapposizione coi Giovinazzo sarebbe stata da intendere come uno contro con la famiglia mafiosa dei De Maio, di pari rango e autorevolezza mafiosa». 

Il furto subito e la violenta ritorsione

Gli inquirenti, nel corso delle indagini, sono riusciti a ricostruire un altro episodio in grado di dimostrare l’assoluto controllo del territorio e l’intoccabilità dei beni di proprietà della famiglia De Maio-Brandimarte. È il 23 marzo 2018 e, all‘1.12, viene perpetrato un furto di frutta all’interno del negozio di Giuseppe Sindoni, genero di Pasquale De Maio, anche lui tra gli indagati, da parte di alcuni soggetti di origine nordafricana.  La mattina successiva, alle 6.42, lo stesso Sindoni avverte del furto il cognato Gaetano De Maio, la madre Antonietta Castagna e Giuseppe Sansotta, convocandoli tutti in negozio. Scatta una sorta di “indagine privata” che si risolve in poche ore quando lo stesso Giuseppe Sindoni contatta telefonicamente un soggetto straniero al quale aveva chiesto dove si trovasse. Solo due giorni dopo, alle 23.15, verrà data alle fiamme l’auto di Ayouba Conde, un cittadino straniero. Grazie alle immagini di videosorveglianza, gli inquirenti riescono a risalire agli autori dell’attentato, lo stesso Giuseppe Sindoni e Vincenzo Brandimarte. Una reazione violenta e significativa ad un furto subito, una ritorsione eclatante e scenografica che dimostra l’egemonia mafiosa del clan sul territorio. (redazione@corrierecal.it)

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