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l’udienza

La “confessione” di Paolo Romeo (dopo 42 anni): «Aiutai la latitanza di Freda a Reggio»

Il principale indagato di “Gotha” tira in ballo anche l’ex senatore Meduri. E su Scopelliti: «Ha avuto collaboratori che ne hanno causato la condanna»

Pubblicato il: 26/03/2021 – 21:47
di Francesco Donnici
La “confessione” di Paolo Romeo (dopo 42 anni): «Aiutai la latitanza di Freda a Reggio»

REGGIO CALABRIA Nemmeno due settimane fa, in questa stessa aula, il pentito Seby Vecchio lo aveva definito «il Dio di ‘ndrangheta e politica». Ma a quanto pare, anche Paolo Romeo può essere umano. Tanto che nel pieno delle spontanee dichiarazioni rese davanti ai giudici del processo “Gotha”, è costretto a interrompersi per un crampo.
Una manciata di minuti dopo, il giudice Silvia Capone fa riprendere l’attività. Nell’aula bunker di Reggio Calabria, questo 26 marzo, ad ascoltare le circa 9 ore del racconto di uno dei principali imputati nel processo alla “cupola” reggina c’è il sostituto procuratore Stefano Musolino e alcuni avvocati difensori, ma il resto del pubblico non è quello delle grandi occasioni.
Dal processo “Olimpia” – dove venne condannato per concorso esterno in associazione mafiosa – ad oggi, la narrazione di Romeo ritorna, calcando il tono su argomentazioni già sostenute, storie già raccontate, alimentandosi di nuovi elementi. «Quando io e il senatore Meduri accogliemmo Franco Freda, non avevo idea che avrei potuto favorire la sua latitanza». Questo è un esempio degli «inediti» offerti oggi alla corte. «Il nostro fu un gesto politico e di solidarietà».
Parla a lungo anche della sua militanza nel “Movimento sociale italiano” ripercorrendo le tappe salienti della sua carriera che segue l’avvicendarsi di alcuni emblematici accadimenti della città, come i “moti” del 1970. «Quel luglio non ero a Reggio e l’Msi all’inizio politicamente avversava quella rivolta», dice l’imputato. «Vengo denunciato nel 1971 perché partecipavo a una riunione che sfociò in corteo». Appartiene tutto alla «prima stagione» della sua vita. La scansione temporale del racconto, a suo dire, ne prevede in tutto sei. Ma semplificando ve ne sono due, essenziali: quella della militanza e dell’ascesa politica e quella delle vicende giudiziarie «coi loro risvolti mediatici».
«L’accusa mi descrive come il filo conduttore tra l’eversione di destra e la criminalità organizzata di cui sarei diventato poi l’ideologo. Oggi voglio dimostrare di non essere mai stato né estremista, né massone, né tantomeno un uomo di potere». “Etichette” riconosciute a Romeo dal racconto incrociato di diversi collaboratori di giustizia. «Vengo indicato come massone, ma mai in relazione a fatti concreti. Mi attribuiscono la qualifica perché secondo loro significa “essere un uomo potente”».
Poi gli arresti, le carcerazioni preventive. Fino al «2004, quando iniziai a scontare la pena di due anni e sei mesi nel carcere di Vibo». Un susseguirsi di vicende che Romeo definisce frutto di una «giustizia ad orologeria» alimentata da «un sistema giudiziario torbido». «Dopo le assoluzioni la gente fuori è stata portata a pensare che io fossi un perseguitato».

Paolo Romeo

Romeo: «Aiutare Franco Freda fu un gesto politico»

Romeo torna su una vicenda che lo vedrebbe coinvolto nella latitanza del terrorista nero Franco Freda assieme alla cosca De Stefano, come gli era stato contestato nel processo “Olimpia”.
I fatti risalgono al 1979, «sul finire degli “anni di piombo”». Un caso, dice l’imputato, che se interpretato «con una chiave distorta di lettura del mio percorso, verrebbe letto come parte di un progetto eversivo». Per attestare questo racconto «inedito», Romeo annuncia la produzione ai giudici di due interviste: una rilasciata da lui nel 2014 ed un’altra del senatore Renato Meduri (e mai pubblicata), che avrebbe raccontato anni addietro «com’è nata e come si è sviluppata questa vicenda».
«Il clima era di solidarietà verso quanti dichiaravano di voler smettere un certo tipo di progetti (eversivi, ndr), sia a destra che a sinistra. Quando io e il senatore Meduri abbiamo acconsentito a una richiesta di questo genere ci rendevamo conto di compiere una forzatura, una illegalità».
Al tempo Franco Freda era imputato nel processo per la Strage di Piazza Fontana. «Era anche editore e si serviva di una tipografia di Villa San Giovanni di cui amministratore era una mia vecchia conoscenza». Sarebbe stato proprio lui a contattarlo «per organizzare questa fuga».  
«Ci venne chiesto di dargli ospitalità. Da parte nostra, l’idea che Freda volesse sottrarsi ad un giudizio di un sistema che lo perseguitava, veniva vissuta come un gesto politico, non come un atto illegale. Lo stato d’animo col quale ci siamo approcciati alla vicenda fu solo questo». Nella ricostruzione, Romeo e Meduri si sarebbero recati al distributore di benzina di Gioia Tauro dove ad attenderli c’era proprio Freda, «lasciato lì da quattro giovani che lo dovevano portare da Roma a Reggio».
La richiesta che sarebbe stata fatta a Romeo e Meduri era quella di ospitare Freda per 15 giorni «diventati mesi nei quali mi ero fatto carico di dare ospitalità a questa persona, anche in modo goliardico. Non avevo l’idea o l’approccio di mantenere un latitante. Addirittura passeggiavamo su Corso Garibaldi – aggiunge – un giorno gli presentai il capo della Digos locale».
Romeo racconta anche un aneddoto che vede protagonista il senatore Ciccio Franco. «Lui vantava un rapporto di conoscenza con Freda che gli presentammo un giorno come “giornalista veneto”. Di fatti lui non lo conobbe».
Passati i mesi Romeo si trova di fronte a un bivio: «Buttarlo fuori o trovare una soluzione». Lì decide di collaborare per organizzarne l’espatrio in Costarica. «Chiesi questa cortesia a un mio cliente». Era, ha spiegato, Paolo Martino, il boss dei De Stefano ritenuto il referente della cosca di Archi a Milano. «Martino acconsentì – ha ricordato Romeo – prese Freda per l’accompagnamento. Non lo fece subito ma chiese a Filippo Barreca di tenerlo 10 giorni. Barreca dopo 10-15 giorni scappa e non lo vuole più tenere a casa sua. Si rivolge a Melino Vadalà (deceduto, ndr) che si fa carico di tenerlo a casa sua e accompagnarlo al confine con la Francia. Posso affermare che Martino non ha mantenuto l’impegno che aveva preso». Freda sarà poi arrestato in Costarica e secondo Romeo è stato il boss Filippo Barreca, poi diventato collaboratore di giustizia a «venderlo» alla polizia: «Barreca riferisce al dottore Canale Parola della questura che era nelle condizioni di far catturare Freda e gli disse che dovevano seguire me. Da quel momento venne messo sotto controllo il telefono mio e quello della moglie di Freda e riuscirono a trovare Freda. Se le cose stanno così, e il Tribunale può essere certo – ha concluso Romeo – dobbiamo fare i conti con la letteratura che c’è stata su questo tema. In tutta questa storia non ci sono né servizi segreti, né un’organizzazione eversiva ma si è trattato di un atto di solidarietà di alcuni militanti del Movimento sociale italiano».

‘Ndrangheta e politica. «Scopelliti non aveva bisogno delle cosche»

Romeo rinnega il suo presunto ruolo di “mente pensante” della criminalità organizzata. «Non può esistere un’intelligenza strategica di un’organizzazione criminale che non ha un’ideologia. L’unitarietà della ‘ndrangheta – aggiunge – è solo culturale. Ogni cosca ha la propria azienda criminale e salvaguarda i suoi affari. Quando si tratta di andare ad investire fuori costituiscono una sorta di “Associazioni temporanee di impresa” che durano giusto il tempo dell’affare». In concreto, l’imputato scava tra le molteplici contestazioni mosse dall’accusa e fa riferimento al conflitto dei De Stefano nelle vicende “Leonia” e “Fata Morgana”. «Come potrebbe spiegarsi – chiede – se io avessi la capacità di mediazione che mi si addebita?»
«Cosa mi viene imputato? – continua – Quali condotte avrei assunto per esercitare un controllo sulla pubblica amministrazione indirizzando gli interessi della giunta Scopelliti?»
Nel racconto di Romeo c’è anche spazio per i suoi presunti legami politici. Nessun rapporto stretto con Caridi, con Sarra, con Scopelliti, dice. L’imputato indugia sulla figura dell’ex sindaco e governatore. «Io vedevo la sua candidatura come rivoluzionaria per questa città».
«I consensi che Scopelliti ha mietuto nel 2007 sono da attribuire esclusivamente alla sua attività di sindaco. – aggiunge – Gli va riconosciuto di aver fatto sognare questa città in quegli anni. Ha avuto una visione di sviluppo di questa città. Era politico di livello nazionale prima ancora di fare il consigliere comunale. Ha avuto la capacità di mietere consenso nell’opinione pubblica, ma non con l’aiuto degli ‘ndranghetisti, come i collaboratori o altri vogliono far credere». Sempre nelle ultime dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Vecchio (ex assessore proprio della giunta Scopelliti) il sindaco era un personaggio «costruito» che, come molti politici, manifestava la sua propensione verso talune “famiglie” ed «era sbilanciato verso i De Stefano».
«Data la sua storia politica – incalza Romeo – Scopelliti non può essere ridotto ad un fantoccio nelle mani della criminalità organizzata. Ha fatto grandi cose per questa città,  ha speso pure molto, forse a sproposito, e ha avuto collaboratori che forse ne hanno causato la condanna».
Ma le parole di stima, nel discorso di Romeo, sono quelle di un osservatore che «non ha mai avuto interlocuzioni con Scopelliti. Non ci sono registrazioni». (redazione@corrierecal.it)

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