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L’analisi

«I danni della regionalizzazione della bonifica in Calabria»

Nella nostra cultura, esistono dei termini e dei concetti che si associano naturalmente, come l’uva al vino oppure il grano al pane. Al termine “bonifica” sono indissolubilmente legati i termini “…

Pubblicato il: 12/04/2021 – 9:05
di Pasquale Ruggiero*
«I danni della regionalizzazione della bonifica in Calabria»

Nella nostra cultura, esistono dei termini e dei concetti che si associano naturalmente, come l’uva al vino oppure il grano al pane. Al termine “bonifica” sono indissolubilmente legati i termini “acqua”, “territorio” e “beneficio”.
Affinché ci sia la bonifica, deve esserci un’opera umana che irregimenta acqua e un territorio che trae diretto beneficio (vantaggio) dall’opera idraulica.
Quando l’opera di bonifica è costruita con fondi pubblici, viene censita nel demanio dello Stato ramo bonifica, per contrassegnarne la pubblica utilità, l’importanza, la titolarità.
Le opere che appartengono al demanio ramo bonifica sono oggi patrimonio delle regioni, e prima appartenevano allo Stato. Le opere di bonifica sono quelle costruite con lo scopo di irreggimentare l’acqua regolandone l’energia verso un corretto deflusso, ma anche quelle che portano l’acqua dove serve per l’agricoltura. Anche gli acquedotti d’irrigazione che sono opere di miglioramento fondiario rientrano nel demanio bonifica.

Il beneficio dell’irrigazione costituisce miglioramento fondiario molto importante tanto che un terreno servito da irrigazione aumenta la capacità produttiva almeno di 2 volte se coltivato a cereali, di 4 o 5 volte se coltivato ad ortaggi e fino a 10 volte su aree attrezzate a regolazione di luce e temperatura (in serra). Un terreno agricolo se coltivato ed irrigato moltiplica la capacità di produzione agricola tanto da rendere sostenibile e dunque competitiva la nostra agricoltura e con essa l’occupazione ed il Pil.

La Calabria non è povera di acqua, ma sappiamo che dobbiamo operare per razionalizzarne il consumo, evitando che la preziosa risorsa defluisca troppo velocemente verso il mare. Anche questo obiettivo si realizza grazie alle opere di irrigazione.
Ora, anche per noi è chiara la ragione per cui senza opere d’irrigazione la regione ed il suo territorio sono più poveri e l’agricoltura è meno produttiva.

Per quantificare le opere d’irrigazione presenti in una determinata area si considera la superficie territoriale che ne beneficia, o banalmente, gli ettari irrigati.
Dagli anni Cinquanta, fino agli anni Ottanta, queste opere sono state programmate e finanziate dalla Cassa per il mezzogiorno, ma da fine anni Ottanta l’intero processo è regionalizzato.

La Cassa per il Mezzogiorno aveva programmato per la Calabria una serie di opere d’irrigazione, partendo dall’acqua disponibile. La potenzialità d’irrigazione è stata dimensionata in circa 260.000 ettari, calcolando con precisione volumi idrici disponibili, pendenze, idrografia, potenziale di sviluppo agricolo ecc. La programmazione della Cassa copriva un periodo di 60 anni . In questo lasso di tempo si dovevano progettare, realizzare ed avviare ad esercizio tutte le opere d’irrigazione previste.
Alla fine dell’operatività della Cassa, a 30 anni dall’inizio della programmazione (quindi a metà del periodo dei 60 anni previsti) la Calabria poteva contare su questi dati:

  • La superficie complessiva di terreno, su cui sono stati avviati lavori di miglioramento fondiario per irrigazione, ammontava a 116.000 ettari di cui:
  • 87.000 ettari di superficie attrezzata per l’irrigazione – con presenza di dighe, accumuli, opere di presa – ma non ancora irrigata per mancanza della rete di distribuzione (che costituisce la parte finale delle opere d’irrigazione);
  • 29.000 ettari la superficie effettivamente irrigata servita da acquedotto d’irrigazione.

La Calabria oggi può contare solo su queste opere d’irrigazione. Le opere incomplete sono rimaste tali (per il 33% della superficie programmata), quelle funzionanti sono in esercizio gestiti dai consorzi di bonifica (l’11% dei 260.000 ettari). Quelle solo programmate e mai avviate (il 65% del totale) sono una chimera. È come se un pittore avesse smesso di colorare la tela del quadro che aveva iniziato a dipingere.
Nonostante l’ambiente sia molto cambiato rispetto agli anni Cinquanta – sono variati i regimi idrici come i terreni a disposizione per l’agricoltura – nessuna nuova programmazione è stata proposta in sostituzione di quella della Cassa, che, ricordiamolo, avendo un arco temporale di sessanta anni “scadeva” nel 2010.
Abbiamo ora abbastanza dati per affermare che la regionalizzazione della bonifica in Calabria non ha arricchito il territorio rurale, anzi, ne ha determinato un generale impoverimento, privandolo del fondamentale processo di programmazione, progettazione e realizzazione delle opere di bonifica avviato dalla Cassa per il Mezzogiorno, lasciando invecchiare le opere già costruite senza la necessaria manutenzione straordinaria: ai fini della produttività agricola, un vero disastro. Cercasi disperatamente cambio di passo.

* Commercialista e revisore, già direttore generale Consorzio di bonifica

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