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l’inchiesta

«Il commercialista del clan gestiva affari e rapporti tra affiliati»

Figura chiave dell’indagine è un professionista di Rosarno che «schermava le estorsioni» e mediava i contrasti. Indagati componenti della polizia

Pubblicato il: 20/04/2021 – 13:22
di Francesco Donnici

REGGIO CALABRIA «Le indagini hanno portano alla luce uno spaccato inquietante delle dinamiche criminali caratterizzanti una cosca di ‘ndrangheta che affonda le sue radici circa un cinquantennio addietro». La cosca di cui si discute al tavolo della sala degli stemmi della Prefettura di Reggio Calabria, sono i “Pesce”, egemoni a Rosarno. Per rendere i dettagli dell’operazione che ha portato all’esecuzione di 53 misure cautelari nei confronti di soggetti ritenuti organici o in qualche modo legati al sodalizio, collegati in remoto e seduti in fila, ci sono i rappresentanti della procura distrettuale di Reggio e di tutte le forze dell’ordine che hanno collaborato in sinergia per giungere all’odierno risultato. Al centro, il prefetto di Reggio, Massimo Mariani: «La presenza della ‘ndrangheta è sempre più pervasiva. Ma questa operazione è solo l’ultima di una serie di importanti interventi volti a contrastarla».
La Dda di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, ha coordinato diversi filoni d’indagine confluiti in un’unica ordinanza firmata dal gip Vincenzo Quaranta. Contestati a vario titolo ci sono reati di associazione mafiosa, estorsioni, in materia di stupefacenti, infiltrazione nel settore della distribuzione alimentare. Le condotte si annodano ancora una volta grazie a professionisti “prestati” alle cosche. Tra questi c’è Tiberio Sorrenti, commercialista di Rosarno, ritenuto «organico alla cosca Pesce», non soltanto un’interfaccia, ma addirittura elemento capace di cucire i rapporti della “famiglia” di ‘ndrangheta col mondo esterno e di saldare i contrasti tra le diverse anime interne.

Le nuove leve e le anime della cosca Pesce

L’indagine si divide in due tronchi: da un lato “Handover” portata avanti dagli uomini della polizia di Stato, avente ad oggetto il comparto delle estorsioni, degli appalti e della droga. Dall’altro “Pecunia Olet” dei carabinieri, in collaborazione con Ros, Scico e guardia di finanza, che svela gli interessi della cosca nel settore della distribuzione di prodotti alimentari.
«Quello che è più impressionante è la capacità di inserirsi nell’economia, di interporre società e modificarle a seconda delle esigenze», anche quando c’è da inserirsi nel territorio di un’altra cosca. Coinvolti nell’indagine sarebbero anche soggetti gravitanti intorno alle altre “famiglie” storiche della Piana, quali i Bellocco e i Piromalli. Si incontrano volti noti negli organigrammi di ‘ndrangheta tra cui Vincenzo Pesce detto “Sciorta”, così come Domenico Bellocco. Soprattutto, spiega il procuratore aggiunto Gaetano Paci, titolare del fascicolo: «L’indagine interrompe l’excursus criminale delle nuove leve che stavano avviandosi in questo progetto di riorganizzazione della cosca Pesce». Nel 2017 l’inchiesta “Recherche” aveva inferto un duro colpo al sodalizio. L’operazione odierna, in continuità, blocca dunque il tentativo di riorganizzazione orchestrato dai vertici della cosca. L’indagine prende impulso dalla cattura di Marcello Pesce e in seguito del latitante Antonino Pesce. «Nella cosca esistono diverse frange uniformate dal quel concetto di “unitarietà” che non è solo formale, ma anche sostanziale». Ed è proprio nel momento in cui c’è da comporre i contrasti tra queste “anime” che subentra una delle figure chiave.

Il commercialista «organico alla ‘ndrangheta»

Elemento centrale del filone “Pecunia Olet” sarebbe un commercialista che «ha svolto attività organiche alla ‘ndrangheta», dice il procuratore capo Bombardieri. Ad esempio avrebbe «messo a disposizione il proprio studio per favorire gli incontri interni alla cosca», ma si sarebbe anche candidato anche come punto di riferimento per la riscossione dei proventi estorsivi per poi distribuirli ai vari affiliati.
Motivi che qualificano l’ipotesi di reato associativa in senso stretto per il professionista.
«Sei tu che te la devi vedere da dove far uscire la mesata» si sente nell’intercettazione di uno dei presunti affiliati.
«Il suo ruolo emerge più chiaramente quando le anime della “famiglia” Pesce entrano in contrasto in relazione all’entità delle spartizioni». Così, quando ad esempio alla cosca viene richiesto di aumentare le pretese estorsive nei confronti degli autotrasportatori, Sorrenti si attiva in autonomia per «aggiornare il tariffario».
Secondo gli inquirenti, il professionista sarebbe riuscito nel tempo a ricoprire un ruolo che avrebbe fatto di lui «il regista di tutte le attività» non soltanto attraverso la schermatura ma anche gestendole in prima persona. «A casa sua è stato eseguito un sequestro di circa 50mila euro in contanti», sottolinea Maurizio Cintura, comandante provinciale della guardia di finanza di Reggio.
La sua attività si muove su un doppio binario: da una parte le attività criminali connesse alla sua professione, come ad esempio “escamotage”, anche contabili, per schermare i patrimoni della cosca e mascherare le azioni estorsive; dall’altra vere e proprie azioni criminali, come la riscossione dei proventi. «Era da considerarsi il garante degli interessi delle cosche e degli imprenditori, a volte vittime, a volte collusi». Ruolo che permetteva un certo grado di autonomia nel «modulare» le pretese tra le parti interessate. Dall’inchiesta emerge come fosse stato creato un «centro di distribuzione» da cui «partivano i prodotti». «In questo caso era stato proprio lui a individuare i locali che avrebbero ospitato il centro, i prestanome e le ditte che avrebbero eseguito i lavori di ristrutturazione in questi locali».

Gli affari della cosca: il controllo delle vendite immobiliari, gli appalti e la droga

A fare le spese della sete delle mire affaristiche e della sete di potere della cosca erano soprattutto gli imprenditori. «Il settore delle estorsioni pesava su chiunque, dal privato cittadino all’operatore economico». La cosca avrebbe messo in campo una «pervasiva azione criminale» sui privati che acquistavano terreni che ricadevano nel dominio della cosca Pesce. «Se un cittadino acquistava un terreno – dice Francesco Rattà, capo della squadra mobile della Questura di Reggio – i referenti della cosca si presentavano da lui per costringerlo a pagare il pizzo».
I proventi delle estorsioni venivano in larga parte utilizzati «sia per il sostentamento delle famiglie dei detenuti in carcere, sia per quello dei latitanti» e più cresceva il bisogno, più le pretese estorsive diventavano pressanti.
Una tecnica «unica» in quella parte di territorio, che permetteva alla cosca di controllare i settore immobiliare delle vendite dei terreni.
Non solo. Le mani del “Pesce” erano tese anche sul settore degli appalti pubblici. «Parliamo di ditte che hanno fatto lavori di rifacimento delle strade, società che hanno gestito la raccolta dei rifiuti solidi urbani o che si erano aggiudicate la realizzazione di un capannone nella zona portuale di Gioia Tauro o altre che si erano aggiudicate i lavori di rifacimento del terminal intermodale e della banchina sud del porto». A ciò si aggiungano gli interessi nel traffico di stupefacenti, «soprattutto droghe “leggere”» molte delle quali sequestrate durante le attività.
Le intercettazioni dimostrano come le cosche «si adoperavano per schermare le attività attraverso dei prestanome per sviare le indagini».

Le società prestanome per infiltrarsi nel comparto della distribuzione alimentare

La cosca si interessa alla distribuzione di generi alimentari «anche attraverso l’impiego di un’agenzia di trasporti apparentemente pulita, ma consapevole del meccanismo in cui era inserita, avvalendosi anche come appaltatori, dei “padroncini” locali».
Erano state create delle «società di comodo» per mettere uno schermo tra ‘ndranghetisti e gruppi imprenditoriali che corrispondevano il denaro attraverso diverse vie. «Un’opzione – spiega la Guardia di finanza – erano le società di comodo, quindi il pagamento ai “padroncini” che andavano a retribuire una parte di cosca». Un’altra, «il pagamento di un canone mensile di 12mila euro che andavano al “centro distribuzione” intestato fittiziamente a una società operativa ma di fatto riconducile ai Pesce».  
 Le società prestanome «erano gestite in maniera univoca dalla cosca» e fungevano da canali attraverso sui alla cosca era pervenuto il denaro «per gestire le proprie attività: nel periodo di massima espansione erano stati aperti 13 punti vendita e un centro di distribuzione».

Indagati per favoreggiamento alcuni membri della polizia di Stato

«Anche alcuni appartenenti alle forze di polizia sono stati colpiti da avviso di garanzia per favoreggiamento. Non guardiamo in faccia a nessuno, facciamo pulizia laddove necessario». È fermo il questore Bruno Megale mentre racconta di alcune condotte collaterali, ma non strettamente collegate all’indagine odierna. Non attinti da misure cautelare ci sarebbero infatti dei componenti della polizia che avrebbero “chiuso un occhio” durante i controlli di alcuni esponenti del sodalizio.
«Si tratta di singole condotte – evidenzia il procuratore Bombardieri – non tali determinare un’eventuale partecipazione o concorso col sodalizio».
Si tratterebbe altresì di «rivelazioni o omissioni in relazione a controlli sul territorio» come ad esempio omessi controlli su strada. «Condotte rilevanti penalmente e sotto il profilo della tenuta della polizia di stato, ma non relative all’indagine odierna, tali da necessitare di una richiesta cautelare». (redazione@corrierecal.it)



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