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il processo

“Agenti infedeli” nel carcere di Cosenza, continua il confronto con i pentiti

Alcuni collaboratori di giustizia cosentini chiamano in causa «le guardie» accusate di aver agevolato il soggiorno di alcuni detenuti

Pubblicato il: 01/09/2021 – 6:54
di Fabio Benincasa
“Agenti infedeli” nel carcere di Cosenza, continua il confronto con i pentiti

COSENZA Luigi Frassanito e Giovanni Porco, sono accusati di essere gli “agenti infedeli” del carcere di Cosenza. Durante il processo in corso al Tribunale di Cosenza, i due – tramite i rispettivi legali Cristian Cristiano e Filippo Cinnante – hanno sempre rispedito al mittente tutte le accuse sulle presunte attività a favore dei boss della mala cosentina realizzate tra il 2009 e il 2015. Entrambi si sono dichiarati estranei ai fatti e disponibili ad un confronto con i pentiti dei gruppi di ’ndrangheta cosentini che li hanno tirati in ballo nelle loro dichiarazioni.

I racconti dei pentiti

Adolfo Foggetti, Daniele Lamanna, Luca Pellicori, Ernesto Foggetti, Mattia Pulicanò, Franco Bruzzese, Vincenzo De Rose, Francesco Noblea, Luciano Impieri hanno raccontato tutta una serie di attività che i due agenti avrebbero realizzato all’interno della struttura penitenziaria di Cosenza per fare in modo che i periodi di detenzione dei boss si trasformassero in un piacevole soggiorno. Ci sarebbero i pizzini che dalle celle avrebbero raggiunto i sodali all’esterno dell’istituto penitenziario, in attesa di ordini per l’organizzazione dei business illeciti. Ma non solo. Sempre secondo quanto raccontato da alcuni pentiti, i detenuti oltre a continuare a impartire ordini per garantire l’attività dei clan, avrebbero avuto il potere per tramite dei due agenti di sistemarsi autonomamente all’interno delle celle di sicurezza, riuscire ad ottenere cose che sono vietate dall’ordinamento giudiziario nonché la facoltà di riunirsi senza alcun problema. Del presunto sostegno delle guardie infedeli ha parlato Daniele Lamanna, oggi collaboratore di giustizia, ma un tempo membro attivo della “Confederazione” della quale farebbero parte «la famiglia Bruni, il clan degli “Zingari” e quello degli “Italiani”». Il pentito incalzato dal Pm asserisce di aver goduto del sostegno di Frassanito: «Portava le ‘mbasciate dall’interno del carcere, mi occupavo io stesso di riempire i pizzini di scotch in modo da nasconderne il contenuto». In un’altra occasione, il collaboratore di giustizia avrebbe ricevuto in “dono” per il suo compleanno (trascorso in cella) «una bottiglia di vodka». «Luigi ‘a guardia», così lo chiama Lamanna, lo avrebbe accontentato riuscendo a versare il «contenuto del superalcolico in una bottiglia di plastica originariamente contenente dell’acqua».

«Le guardie chiudevano un occhio»

Francesco Noblea ha iniziato la sua collaborazione con la giustizia nel 2017. Rappresentato in aula dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Michele Gigliotti, il pentito in aula esclude l’ingresso – nel suo piano – di sostanze proibite: «non entrava droga, alcol e nessuna altra cosa», ma riferisce al Pm che lo interroga della presenza di «detenuti dotati di un elevato potere decisionale e in grado di determinare gli spostamenti dei detenuti da una cella ad un’altra». Noblea racconta di aver goduto di un unico “privilegio” nel corso della sua detenzione: la possibilità di «comunicare dalla finestra con la ex compagna». Tutto avveniva – secondo il suo racconto – con la complicità delle guardie: «si giravano dall’altra parte, dovevano chiudere un occhio perché non potevano permettersi di spifferare quello che facevano i detenuti altrimenti un giorno qualcuno avrebbe potuto bussare alla loro porta».

Il processo continua

Il procedimento a carico degli imputati proseguirà con l’ascolto delle confessioni e dei racconti di altri collaboratori di giustizia chiamati a fornire particolari sul presunto rapporto con le guardie Frassanito e Porco. Il prossimo chiamato a deporre è Luca Pellicori.

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