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Il pentito in aula: «Collaboro perché temo per la mia vita»

Cataldo, sentito nel processo “Riscatto”, ha rivelato in un verbale il progetto dei clan di uccidere il figlio del procuratore Gratteri

Pubblicato il: 22/09/2021 – 19:23
Il pentito in aula: «Collaboro perché temo per la mia vita»

LOCRI «Ritengo di essere in pericolo, per cui temo per la mia vita: ecco perché ho deciso di collaborare con la giustizia». A sostenerlo, in Tribunale a Locri, nel corso del maxi processo “Riscatto – Mille e una notte” è stato il neo-pentito, Antonio Cataldo, di 57 anni, di Locri, affiliato di rango dello storico e omonimo casato malavitoso locrese per molti anni in contrapposizione con la potente e ramificata cosca Cordì.
Quella di oggi è la prima deposizione pubblica che Cataldo fa a seguito della sua decisione, maturata agli inizi del giugno scorso, di intraprendere il percorso di collaborazione con la giustizia. Il 57enne è il primo collaboratore di giustizia della nota e storica famiglia “Cataldo” di Locri, uno dei clan più importanti nel panorama criminale della ‘ndrangheta.
In una delle due lunghe deposizioni rese ai magistrati antimafia della Dda di Reggio Calabria il 20 e il 28 luglio scorsi, Cataldo ha anche riferito – confermando il tutto anche oggi nel corso del processo “Riscatto – Mille e una notte” – che nel 2013, mentre si trovava in carcere, un altro detenuto di Locri gli ha riferito «di un progetto criminoso finalizzato a compiere un attentato ai danni del figlio del dottore Nicola Gratteri che in quel periodo era stato proposto come ministro della Giustizia».
Durante il processo, rispondendo a precise domande che gli sono state poste dal sostituto procuratore Giovanni Calamita, della Procura antimafia reggina, Cataldo ha dichiarato di essere stato “battezzato” tra il 1984 e l’85 in una zona di campagna situata vicina l’ospedale di Locri e in presenza di figure apicali del clan locrese. Lo stesso neo-collaboratore di giustizia ha poi riferito di aver commesso dei reati relativi al narcotraffico, evidenziando i rapporti intrattenuti personalmente con alcune figure di primo piano di un clan di Africo e di Platì.

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