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L’intervista

Terapia del dolore, Amato: «La Calabria è regione virtuosa. Ma può migliorare»

Il primario dell’ospedale “Annunziata” di Cosenza coordina la struttura d’eccellenza all’interno del Polo oncoematologico del Mariano Santo: «Il nostro punto di forza è il lavoro di squadra»

Pubblicato il: 22/09/2021 – 6:44
di Roberto De Santo
Terapia del dolore, Amato: «La Calabria è regione virtuosa. Ma può migliorare»

COSENZA Divenire punto di riferimento per le cure palliative e la terapia del dolore. Non solo in Calabria. Un obiettivo da centrare facendo rete e partendo da un centro divenuto eccellenza nelle tecniche per alleviare le sofferenze ai pazienti afflitti da dolore severo: l’unità operativa complessa di Terapia del dolore dell’ospedale Annunziata di Cosenza. Una realtà che presto si amplierà grazie alla riapertura dopo 11 anni del Mariano Santo, struttura che ospiterà all’interno del Polo oncoematologico un reparto dedicato a questa branca specialistica. Una patologia, si calcola, che interessa in Italia circa 16 milioni di persone. E la struttura che sorgerà a Cosenza sarà dotata delle migliori professionalità nel campo e di strumentazioni all’avanguardia per affrontare complessivamente proprio le patologie connesse al dolore severo. Nell’ottica di procedere nella direzione della medicina personalizzata e di precisione. A coordinare quel progetto ambizioso il dottor Francesco Amato, direttore dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale “Annunziata” di Cosenza nonché consulente della direzione generale della Programmazione sanitaria presso il ministero della Salute. Il Corriere della Calabria ha incontrato il direttore – che è anche coordinatore del tavolo tecnico ministeriale sulla terapia del dolore – per comprendere lo stato dell’arte delle tecniche e nelle cure della terapia del dolore nella nostra regione.

Dottore nonostante esista da oltre 11 anni una legge – n.38 del marzo del 2010 – che garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, è vero che in parte quel testo è rimasto inapplicato?
«Premesso che il dolore cronico costituisce una sofferenza inutile e riuscire a controllarlo significa dare un senso alla vita affettiva, sociale e produttiva, oggi la medicina è in grado di trattare con maggiore efficacia il dolore, anche se nessuno può assicurare che sparirà completamente. La legge 38/2000 è stata il frutto del dialogo di diversi punti di vista culturali e valoriali, il frutto del dialogo parlamentare basato sull’ascolto dei professionisti, degli operatori, dei volontari, di chi da tempo lavora sul campo. In questi dieci anni la legge 38/2000 ha avuto dei risvolti positivi nel nostro Paese, ha fatto crescere la cultura del sollievo dal dolore e della eguaglianza della dignità del fine vita. Ha formato molti operatori sanitari, ha avvicinato molte persone alle strutture per combattere il dolore severo, ha esteso la Rete della assistenza domiciliare e degli Hospice per ovviare alla solitudine di fine vita grazie alle cure palliative, il cosiddetto “pallium”, il mantello che avvolge il morente con l’amorevolezza delle relazioni umane e la cura della medicina. Ma sono rimaste diverse criticità. Dalla scarsa conoscenza della legge da parte delle persone alla ancora inadeguata formazione del personale sanitario e del volontariato per il quale la legge prevede specifici corsi di formazione. Inoltre c’è disomogeneità territoriale della rete come anche criticità si riscontrano nel breve tempo trascorso negli hospice da parte delle persone che sono nella parte finale della vita, nella disomogenea ed inadeguata diffusione della assistenza domiciliare e delle cure palliative pediatriche. Ed ancora la scarsa diffusione della cultura della lotta contro il dolore severo e dell’utilizzo delle strutture a questo dedicate. Intanto gli italiani chiedono più cure e che il dolore cronico venga curato, ma non conoscono tutti i centri specialistici a cui rivolgersi. Hanno meno pregiudizi verso gli oppiacei, anche se considerano gli antinfiammatori come i farmaci di riferimento. Serve più informazione, quindi, da parte delle istituzioni, che devono impegnarsi maggiormente per far conoscere la rete nazionale per la terapia del dolore. Ma serve anche una maggiore disponibilità da parte della categoria dei medici a fare fino in fondo il loro lavoro, indirizzando chi soffre verso centri specialistici e cure appropriate».

Francesco Amato, direttore dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale “Annunziata” di Cosenza
Francesco Amato, direttore dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale “Annunziata” di Cosenza

Qual è la situazione nell’applicazione di quella norma in Calabria?
«La regione Calabria per ciò che riguarda l’applicazione della legge 38 è stata inserita tra le 5 regioni virtuose, avendo recepito tutti i documenti di programmazione di indirizzo applicativi della legge. Ha recepito di recente attraverso il DCA n°36 la normativa per l’accreditamento della rete ed ha individuato i Centri Hub e Spoke. Bisognerà lavorare però per garantire un accesso alle cure equo ed uniforme sul territorio calabrese e nazionale. Il futuro dovrà passare da questa idea di prossimità che avvicina ogni giorno la tutela della salute ad ogni individuo».

 L'equipe dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale “Annunziata” di Cosenza
L’equipe dell’Unità operativa complessa di Terapia del dolore all’ospedale “Annunziata” di Cosenza

L’ospedale di Cosenza ed il centro da lei diretto viene spesso citato come esempio positivo per la terapia del dolore. A cosa è legato questo successo?
«Forse si riferisce al fatto che molti osservatori indipendenti e non ultimo il Sole 24 Ore del 25 luglio 2021 ci attesta tra i Centri di eccellenza a livello nazionale. Quest’ultimo lavoro era legato alla valutazione di alcuni indicatori di qualità che il nostro UOC soddisfaceva. Il tema dominante è che l’eccellenza non è un traguardo ma è un percorso di miglioramento continuo con il mettersi spesso in discussione. Un punto di forza del nostro gruppo può essere la valutazione collegiale dei pazienti ed il lavoro di squadra in cui non prevale l’opinion leader ma i criteri della evidence medicine. Si lavora per linee guida, per protocolli e se succedono degli errori (come inevitabile che ci siano) non si cerca mai il colpevole ma come migliorare l’organizzazione. Ho puntato sulla costituzione di un gruppo motivato che condivide la visione del reparto e sostiene le attività cliniche e di ricerca».

Quali tecniche utilizzate per aiutare i pazienti?
«Il modello bio-psico-sociale costituisce il fulcro della filosofia del progetto. Il dolore non è solo una recettorialità o una lesionalità, spesso nella medicina occidentale abbiamo un’ossessione cartesiana di trovare un danno e poi ripararlo. Il dolore è spesso un’emozionalità e la letteratura converge sul fatto che il genere femminile (il dolore è una patologia di genere) lo avverte otto volte più rispetto all’uomo. Tuttavia c’è un testo intitolato il dolore intrattabile in cui si evidenzia una percentuale di pazienti pari al 3-4% della popolazione che richiede tecniche mininvasive tra cui ricordiamo la neuromodulazione sia farmacologica che elettrica bloccando il trasferimento spinale dell’informazione nocicettiva. Altra tecnica del nostro armamentario è la periduroscopia che ci consente di ispezionare le radici nervose e più in generale il canale spinale. Penso poi alle tecniche a radiofrequenza pulsata per il trattamento delle nevralgie periferiche. Un tema dominante che ricorre nel nostro Centro è il dolore rachideo quale la lombalgia e la sciatalgia. Poi abbiamo tecniche innovative sia per l’ernia cervicale che lombare e tutta la terapia infiltrativa e farmacologica con l’utilizzo di oppiacei, anti infiammatori e con i farmaci adiuvanti variamente combinanti tra di loro».

Spesso si pensa alla terapia del dolore come ultima spiaggia dei malati terminali. In realtà dai dati sempre più persone soffrono di dolori cronici. È così?
«In Italia circa 16 milioni di persone (quasi un quarto della popolazione) soffrono di dolore cronico. In Europa, 80 milioni. Quando si parla di dolore cronico e di terapia del dolore, pensiamo ai malati terminali. Invece la sofferenza legata al cancro riguarda solo il 5 per cento di questi pazienti. Tutti gli altri convivono per anni (almeno sette, fino a più di 20 per quasi un quinto di essi) con “semplici” lombalgie, diabete, artrosi, artrosi cervicale, e poi cefalee, endometriosi, fibromialgia, reumatismi, ernie del disco. Tutte patologie che compromettono la qualità della vita e quasi nel 50 per cento dei casi portano ad ammalarsi di depressione».

Puntate ad essere centro d’eccellenza non solo calabrese per la terapia del dolore. Su quali basi contate di superare la concorrenza nazionale?
«Punteremo sull’umanizzazione delle cure, sull’innovazione tecnologica che garantisca assistenza a chilometro zero e il ruolo indispensabile della ricerca. Punteremo alla prevenzione della cronicizzazione del dolore per dare cura alle patologie complesse oggi ancora incurabili che affliggono più di cinque milioni di italiani. Alla necessità di un programma nazionale di telemedicina che è la risposta di qualità a chilometro zero capace di ottimizzare l’appropriatezza del governo clinico nelle reti di prossimità territoriale e contrastare l’isolamento dei cittadini fragili. Costruire un luogo che interpreti i sentimenti della ricerca mediante la certificazione di nuovi farmaci e la brevettazione dei nuovi device».

Quale sarà il prossimo progetto in cantiere?
«
Il prossimo progetto sarà incentrato sulla realizzazione di una rete di qualità tra “presenza e digitale” estendendo l’attuale rete regionale (istituita con DCA n°36 del 2015) riconosciuta dal ministero come best practice nel 2018. Cioè vista la necessità della piena realizzazione della Rete di Terapia del Dolore punteremo ad una sua completa penetrazione nel tessuto sociale calabrese con una forte accelerazione sull’umanizzazione delle cure e l’innovazione tecnologica che garantisca alla cronicità dolorosa un’assistenza di prossimità anche con una nuova visione di sanità green con sviluppo di E-health telematica. Inoltre la raccolta dei dati relativi al paziente acquista un ruolo fondamentale. Il fascicolo sanitario elettronico “facilita anche la ricostruzione della storia dei pazienti per i diversi professionisti che lo prendono in cura”. La rete informatizzata, presente solo in alcune realtà e non ovunque in modo equo, consentirebbe una più agevole collaborazione tra professionisti che si occupano del dolore, dal medico di medicina generale allo specialista del dolore cronico”. In sintesi, l’accesso alle cure dei pazienti con dolore cronico può migliorare attraverso una maggiore informazione e una gestione dei dati più strutturata. Grazie anche all’implementazione dei rapporti con la fondazione Isal attualmente l’Istituto di ricerca e formazione in scienze algologiche di maggiore prestigio». (r.desanto@corrierecal.it)

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